In copertina, street art, Bucarest, Romania

Negli stati post-comunisti la flat tax è una misura regressiva, agisce come un Robin Hood al contrario: drena risorse dai segmenti più poveri a quelli più ricchi della popolazione contribuendo ad aumentare il tasso di disuguaglianza.

Nel vortice della campagna elettorale italiana, una delle coalizioni in campo propone indefessa un provvedimento che dovrebbe rilanciare l’economia italiana e contemporaneamente combattere l’evasione fiscale aumentando il gettito: la flat tax. Spiegata da ignoranti in materia, vuol dire “aliquota fissa”: a partire da una determinata soglia tutti pagano la stessa percentuale di tasse, a prescindere dal reddito. Che tu sia una partita IVA precaria o un ereditiere multimilionario, non fa differenza, pagherai sempre *inserire percentuale a piacere*. L’idea è da un po’ che si aggira. Fu partorita da due economisti americani nel libro The Flat Tax, scritto nel 1985 in puro delirio reaganiano.

Nel sostenere questa rivoluzione del fisco, i promotori riripetono frequentemente che “la applicano già 40 paesi nel mondo”. Dato abbastanza reale.

Quali paesi, però?

Tasse fantastiche e dove trovarle

Tralasciando economie peculiari, come l’Arabia Saudita, che interpreta la flat tax come una forma di zakat (la quota che ogni zelante musulmano deve versare alla comunità per la cura dei meno abbienti), e i vari paradisi fiscali, è curioso vedere chi applica effettivamente questa forma di tassazione in Europa. Anche solo una rapida ricerca su Wikipedia suggerisce che non sono proprio i paesi traino dell’economia globale: in Unione Europea la flat tax è in vigore in Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Bulgaria e Ungheria. Tra questi solo le tre repubbliche baltiche, che contano complessivamente quanti abitanti quanto il Lazio da solo, fanno parte dell’Eurozona.

La Slovacchia, che l’aveva introdotta nel 2004, ha fatto dietrofront nel 2013. Fuori dall’UE, la flat tax è in vigore in un paio di repubbliche post-jugoslave (Macedonia e Bosnia), oltre che in Georgia, in Bielorussia e, soprattutto, in Russia. Chiudono il cerchio i quattro staterelli non riconosciuti: ovvero Nagorno-Karabakh, Ossezia del Sud, Abcasia e Transnistria, che esibiscono tassi uguali o inferiori al 12%.

Riassumendo: il modello di tassazione proposto come panacea di tutti mali italici non è adottato da nessuna economia avanzata e, eccezion fatta per Romania e Russia, è applicata esclusivamente da stati che non raggiungono i 10 milioni di abitanti (più della metà nemmeno i 5 milioni). Inoltre, bene ricordarlo, la tassazione è una componente del mercato interno, ovvero rientra nelle competenze condivise tra UE e stati nazionali. Ciò significa che in questo settore gli stati non possono sperimentare liberamente, soprattutto paesi con i bilanci già abbastanza provati da anni di politiche fantasiose.

All’osservatore più attento non sarà sfuggito cosa accomuna questa eterogenea combriccola: sono tutti stati post-comunisti. La flat tax venne, infatti, introdotta come parte della cosiddetta “shock therapy”, la cura da cavallo economico-finanziaria imposta alle economie pianificate del fu blocco orientale, per traghettarle nel mare magnum dell’economia di mercato a colpi di privatizzazioni rocambolesche e annichilimento dello stato sociale.

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Applicare un’aliquota così bassa aveva due finalità principali: una pratica e una simbolica. La prima era quella di attirare investitori stranieri, di cui gli stati usciti sfasciati dal crollo del Muro di Berlino avevano un disperato bisogno (come immaginabile, per esempio, Ossezia del Sud e Transnistria non sono esattamente due ambienti business-friendly), diventare delle specie di paradisi fiscali è una strategia di sopravvivenza. Il secondo motivo era quello di dimostrare la buona volontà di accettare le regole del gioco, tradotto le riforme di marca neo-liberale che venivano calate come una ghigliottina su economie abituate ad essere drogate artificialmente dai piani centralizzati. Sarebbe dunque scorretto imputare solo ad agenti esterni (i malefici FMI e World Bank) l’adozione di misure simili.

La popolazione, stremata da decenni di code al mattino per comprare il pane e ipnotizzata da una visione idealizzata del “mondo libero” (frutto più di propaganda che di esperienze dirette), sposava in gran parte manovre radicali che avrebbero assicurato immediatamente benessere materiale e libertà d’impresa.

Speranze che, da qualche parte, si videro inizialmente soddisfatte. L’introduzione della flat tax in Russia nel 2001 si accompagnò a otto anni segnati da tassi di crescita elevatissimi (5-9%), che scatenarono ondate di giubilo tra i salafiti della flat tax. Nel 2005 think tank ultra-liberali si affrettarono a proclamare: “il mondo è piatto,” stigmatizzando la tradizione fiscale eccessivamente redistributiva degli Stati Uniti, oppressi dal sistema di tassazione progressivo. Qualcuno, ampliando lo sguardo oltre ai grafici del PIL, si professava più cauto. Sempre nel 2005, addirittura un report del Fondo Monetario Internazionale si sbilanciava a sostenere che non esistessero dati empirici per sostenere che l’aumento delle entrate fiscali derivanti dai redditi individuali in Russia fosse attribuibile alla flat tax, né che quest’ultima avesse avuto effetti benefici rilevanti sul mercato del lavoro. Tre anni dopo, la Russia entrava in recessione, travolta dalla crisi. Colpa della flat tax? Probabilmente no. Come il boom precedente non era stato un suo merito.

Infatti, c’è un aspetto che i profeti dell’aliquota fissa spesso si dimenticano di menzionare. Come si è premurata di ricordare la Banca Centrale Europea, nessun paese ha adottato un sistema di flat tax puro, in quanto differenze sostanziali sono state mantenute in altri campi connessi alla tassazione, come il calcolo della base imponibile, le esenzioni, la scelta di applicarla a privati, aziende, o entrambi. Sostenere che la flat tax sia il principale motore della crescita, specie per economie altamente integrate come quelle UE, suona plausibile come tentare di dimostrare che, nonostante chemioterapia e farmaci, sia stato proprio quel provvidenziale bicchierino di grappa della nonna ad averti salvato dal tumore. Possibile? Forse. Probabile? Meno. Certo? No.

Trattare seriamente i pro e i contro dell’aliquota unica è un’impresa che travalica quello che un articolo di the Submarine – e chi scrive – può permettersi. Tuttavia, esiste un dato meno contestato, che esce confermato dall’esperienza degli stati post-comunisti: la flat tax è una manovra regressiva. Detto altrimenti, agisce come un Robin Hood al contrario, drena risorse dai segmenti più poveri a quelli più ricchi della popolazione (breve storia dell’oligarchia russa), contribuendo ad aumentare il tasso di disuguaglianza.

Non è un caso che Walter Hettich e Stanley Winer abbiano sostenuto che: “è possibile avere la flat tax o la democrazia, non entrambe” (p. 92 qui).

Una frase che sembra un aforisma perfetto per descrivere la situazione dell’unico paese UE che abbia optato per la flat tax di recente (2011): l’Ungheria.  

Il PIL magiaro ha effettivamente visto una crescita importante da quando Orbán è salito al potere nel 2010. Anche in questo caso arduo dire se sia merito della robusta iniezione di fondi europei nel contesto della Politica di Coesione UE (stanziati 22 miliardi di euro tra 2014 e 2020, qualcosa come un quinto del PIL annuo del paese) o della politica economica non ortodossa di Fidesz, la cosiddetta Orbanomics. Più certezze sembrano invece esserci sulle conseguenze di questa politica. Un accurato studio della Commissione Europea realizzato nel 2015 descriveva l’Ungheria come una società caratterizzata da tassi di povertà ed esclusione sociale tra i più alti in Europa, specialmente tra i rom, imputabili ad un livello di redistribuzione del reddito “molto debole” (p. 49 qui). Una società contro i poveri, nonostante la crescita economica. Come la Russia, appunto, passata in tre decenni da (supposto) paradiso dell’equità a “capitale globale dell’ineguaglianza”.

Concludendo, allora, l’Europa centro-orientale suggerisce che, se la flat tax potrebbe forse creare una società più ricca, difficilmente ne creerà una più giusta.


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