Paesaggi emozionali e ritratti di un paesaggio: a Carrara con Giulia Bianchi

Diaframma è la nostra rubrica–galleria di fotografia, fotogiornalismo e fotosintesi. Ogni settimana, una conversazione a quattr’occhi con un fotografo e un suo progetto che sveliamo giorno dopo giorno sul nostro profilo Instagram e sulla pagina Facebook di Diaframma.

Il lavoro che proponiamo questa settimana è di Giulia Bianchi. Parla di Carrara e non solo. Il titolo scelto per questo lavoro, Bianca, enfatizza il ruolo che il colore ha nei luoghi in cui viene estratto il marmo italiano famoso in tutto il mondo. Chi è stato a Carrara sa bene che la vista non è l’unico senso che viene stimolato: la polvere che ti si attacca addosso, il silenzio e i tonfi delle fette di montagna che vengono staccati e lavorati. Carrara però non è fatta di solo marmo e il marmo non è estratto solo a Carrara. Giulia Bianchi affronta questo tema con delicatezza formale e ricchezza contenutistica. Ne abbiamo parlato con lei, cercando di mettere in luce le differenze e le assonanze con i lavori precedenti della sua carriera.

Ciao Giulia, prima di parlare di Bianca, vorrei chiederti come si pensa un progetto. Hai fatto un lungo lavoro, WOMEN PRIESTS PROJECT, sul ruolo della donna all’interno della Chiesa cattolica: come scegli i tuoi progetti, le cose e le situazioni su cui focalizzare la tua attenzione ed il tuo tempo?

Io penso che lo spazio della fotografia non sia qualcosa a sé stante: spesso i fotografi amatori pensano alla vita ed alla fotografia in termini separati: una cosa è la vita e una cosa è la fotografia. Per la maggior parte dei fotografi professionisti invece, la fotografia compenetra con quella che è la tua biografia.

Faccio qualche esempio. Il primo progetto professionale che ho realizzato riguardava la comunità LGBT di New York; drag queen e transgender sembrano l’opposto delle donne prete. Eppure, il lavoro sulla comunità LGBT, è stata la prima volta in cui mi sono confrontata con il tema più ampio del genere: cosa vuol dire essere una donna, un uomo, se veramente c’erano questi due compartimenti separati. È il progetto che mi ha fatto capire cosa è il femminismo, non in quanto lotta di classe — noi contro voi, sono meglio le donne degli uomini — ma piuttosto come possibilità per ogni persona di diventare pienamente se stessa.

Dopo questo primo progetto ne feci un altro: “Un anno di femminismo alla fine dell’impero,” dove lavoravo con delle artiste femministe che erano molto risentite, avevano delle storie personali di violenza alle spalle. Dopo un anno che lavoravo con loro ho pensato che non era questo quello che volevo raccontare. E proprio mentre cercavo delle donne che fossero un esempio positivo di quello che voleva dire per me femminismo ho incontrato le donne prete. A questo si deve aggiungere il fatto che ho sempre avuto una certa sensibilità per lo spirituale. Mi hanno fatto capire anche che c’era un modo diverso per essere religiosi.

Come vedi c’è sempre lo stesso percorso umano di comprensione del mondo che mi ha portato a toccare dei temi diversi.

Bianca quando è iniziato?

Le prime foto per il progetto Bianca sono state fatte nel 2015, appena rientrata in Italia.  Le fotografie sono state scattate a Carrara che, oltre a essere famosa in tutto il mondo per il marmo, è anche il luogo dove è nato mio nonno. Ci sono le mie origini in questa città.

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Dove hai vissuto nel frattempo?

Ho vissuto in Germania, negli USA, in Israele, a Londra, con alcune esperienze in Sudamerica, Giappone, India, Egitto e Marocco. Ho viaggiato davvero tanto.

Quando sono tornata in Italia mi sono sentita attratta dai luoghi della mia famiglia. Questo ritorno ha coinciso con i miei studi di arte italiana, in particolare l’arte povera: Luciano Fabbro, e Arturo Martini.

Sono rientrata carica di sentimenti nostalgici e suggestioni artistiche inedite per me, ma c’è stato anche un episodio particolare che ha colpito la mia immaginazione: in un laboratorio a Fantiscritti, un’antica cava di marmo, c’era un enorme Cristo, con le braccia aperte, con attorno cavi e fresatrici. Le macchine gli stavano dando forma. Questo Cristo era in marmo, era “classico,” ma al tempo stesso mi appariva come una visione del futuro. E questa idea, del marmo tra passato e futuro, del marmo come metafora, mi ha colpito.

Bianca è un lavoro del 2017, ma mi stai dicendo che viene da riflessioni e suggestioni anteriori. Questa immagine del Cristo è la cosa che che ti ha dato il via per iniziare il progetto?

Esatto, non c’è stata una idea concettuale, non c’è stato un tema come nel caso delle donne prete. Nel caso di Bianca intravedevo qualcosa, ma aveva le sembianze di un cielo stellato: ti prende però non sai ancora spiegare perchè.

Inizialmente non ho fotografato Carrara bensì in giro per l’Italia: chiese, luoghi pubblici, statue. Volevo utilizzare il marmo come metafora per parlare dell’Italia, tutta, non solo Carrara. Scattavo e pensavo al potere, al nostro paese in difficoltà, in crisi economica, un paese che sta cambiando, che non è più solo bianco, ci sono anche tante persone e storie di diverso colore.  Sono andata avanti per due anni in maniera lenta, sempre provando a seguire questa sorta di coniglietto bianco di Alice che sfugge.

Una svolta c’è stata nel momento in cui la Fuji è venuta da me, presentandomi alcune novità che avevano a disposizione, chiedendomi se avessi progetti di reportage per mostrare come la loro nuova GFX medio formato potesse lavorare anche in questo campo.

La risposta immediata è stata sì: gli ho proposto proprio il lavoro sul marmo a Carrara. Nel giro di una settimana ho realizzato le fotografie che mi servivano e nessuna era fuori tema.

Ho due riflessioni a questo punto. La prima è sapere cosa ha significato per il tuo progetto passare da un lavoro su larga scala ad uno su piccola scala, dall’Italia alla sola città di Carrara. Il secondo riguarda la sponsorizzazione ricevuta da parte di Fujifilm: cosa significa, a livello etico e professionale, cosa significa l’ingresso di un propulsore economico da parte di una azienda.

Il passaggio da grande a piccola scala è stato positivo. L’Italia nel suo complesso è grande, con un panorama così diversificato; nel momento in cui ho stretto il campo a soli 35km2 sono riuscita davvero a concentrarmi e andare in quelli che erano i punti chiave per il mio pensiero. Ho preferito cercare di far vedere quella rete nascosta che io vedevo nel flusso di vita del marmo: dove nasce, dove viene trasportato e dove va a finire, chi ci lavora, come si sente, qual è lo spirito, che cosa succede nei paesi limitrofi.

Per quanto riguarda la commissione da parte di Fujifilm, puoi capire che per il tipo di fotografia che faccio, in termini generali, la pubblicità è una questione delicata.

La prima ad aver contattato la Fujifilm sono stata io per il progetto no profit delle donne prete che aveva bisogno di uno sponsor tecnico. Fujifilm Italia si è dimostrata sensibile alle tematiche che mi stanno a cuore, e la mia referente Fuji da quel momento ha partecipato ad alcune delle mie presentazioni e alle mie mostre, sostenendo alcuni dei miei lavori non solo con un aiuto economico e tecnico, ma anche umano. In una di queste occasioni ricordo che gli dissi che per me era come i mecenati di un tempo, come la famiglia nobiliare o il convento che commissionava opere d’arte agli artisti del tempo.

Fuji in questo caso ha commissionato un fotografo che si occupa di cultura, il mio progetto finale è culturale, e ho potuto in totale libertà esprimere i messaggi artistici e politici in cui credo: stando così le cose in conclusione posso dire che questo tipo di sponsorizzazione, come l’hai definita, non è affatto problematica per me.

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Questo lavoro si compone di paesaggi e di ritratti, principalmente. In un tuo video di presentazione racconti che cerchi di realizzare un ritratto come un paesaggio e di riprendere un paesaggio come un ritratto: ci vuoi spiegare cosa intendi e come si riflette questo tuo pensiero nelle fotografie?

Partiamo dal presupposto che parlare di fotografia di paesaggio in Italia è complesso, nel senso che è forse l’unica nazione al mondo con una filosofia così ben definita su questo tema. Quando si parla di fotografia di paesaggio si intende per esempio antropizzato o architetturale, ma entrambi gli approcci non mi appartengono. Mi focalizzo molto di più sull’esperienza del paesaggio, il dialogo con lui.

Nel caso del ritratto si tratta per me di un “paesaggio emozionale,” dove ogni piccolo dettaglio del corpo deve essere tenuto in considerazione, ogni ombra, ogni muscolo. È un paesaggio frutto di un incontro e di una esperienza umana, ma è anche una scelta di rappresentazione. Mi spiego: cosa voglio dire con quel ritratto, di cosa stiamo parlando? Nel caso delle donne prete mi chiedevo come si incarna il divino nella donna. È cercare di rispondere attraverso il ritratto ad una domanda specifica. La cosa bella nel caso delle persone è che non sono solo superfici inerti, le persone sono piene.

La stessa cosa vale per me nel paesaggio: esperienza e incontro. Questo significa che cerco un paesaggio psicologico, a volte metaforico, alle volte addirittura mistico.  Nel paesaggio di Carrara credo di aver portato me stessa. Ho fotografato solo di notte, solo con la luna piena, per cercare questo marmo che riluce. La cava come se fosse un cuore, una culla di marmo all’interno del paesaggio. Naturalmente, la sfida è grande, perché al contrario delle persone che si muovono, il paesaggio resta fermo. Ho guardato il paesaggio e gli ho chiesto: “Raccontami chi sei, raccontami quello che hai visto”.

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foto-profiloGiulia Bianchi 

Giulia Bianchi lavora in modo concettuale a progetti documentaristici investigativi con la fotografia, il video e la scrittura. I suoi temi sono il femminismo, la spiritualità, e la memoria.  Le sue fotografie sono state pubblicate in The Guardian, National Geographic, L’Espresso, Internazionale, Marie Claire, TIME, e altri magazine e libri.  Sono state esposte in gallerie e musei di diversi paesi.

Vive in Italia dal 2016. Sta fotografando sui luoghi della Grande Guerra in Trentino, lavorando a commissioni fotografiche per i Periodici San Paolo, facendo consulenze e seguendo progetti. Insegna fotografia in diverse associazioni culturali e a Officine Fotografiche (MI). Ha anche creato un percorso formativo indipendente che si chiama “Foto e Spirito”.

 

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