in copertina: Elena sul set, foto di Arthur Muselli

Abbiamo parlato con la videomaker Elena de Candia per capire se è possibile vivere della propria arte nell’Italia di oggi, dalla competizione di chi si riduce a lavorare gratis all’estrema precarizzazione degli artisti, passando per l’affittare una camera di casa su Airbnb.

Chi è e come vive l’artista oggi in Italia? “Non è affatto facile, poniamo, per un videomaker professionista, competere con quanti offrono il proprio lavoro gratis, trattandolo magari solo come un hobby che si è solo spinto un po’ più in là. Il cliente medio tenderà facilmente a preferire, ad esempio per il suo matrimonio già costato parecchio, foto scattate da qualcuno che è bravino, ma non chiede nulla, o almeno non quanto un professionista. Chiaramente non può esistere un tariffario fisso per tutti, ma nessuno dovrebbe offrire una prestazione gratis. Va contro il rispetto di sé e di tutti i colleghi,” mi dice Elena de Candia, che ci guida attraverso questa ricostruzione  della vita da artista oggi in Italia, in particolare in ambito audiovisivo.

Sul punto del lavoro non retribuito ci tiene giustamente a insistere, è cruciale: “Sempre di più mi capitano committenti, spesso musicisti, per i quali dovrei realizzare un videoclip, che si giocano la carta della visibilità pur di non pagarmi o ridurre il cachet al minimo. Non si tratta però di artisti, faccio un esempio, del calibro dei Sigur Ròs: se sei uno dei migliori gruppi post-rock in circolazione, l’adagio sulla visibilità ancora regge, altrimenti no. Mi è addirittura stato chiesto se per caso volessi essere pagata in musica: nel caso avessi avuto bisogno di una colonna sonora, se, quando, chissà, l’avrei avuta gratis. Ma potrò scegliere da chi farmi musicare un lavoro? Questo discorso può funzionare tra amici stretti, ma non con chi hai un rapporto professionale, visto che un simile comportamento di professionale non ha nulla. Cosa metto nel piatto a cena, la musica? Va detto che questo mestiere è una droga, lo vuoi fare sempre e sempre di più. Ha anche i suoi lati terapeutici. Si combatte sempre un dilemma interiore: voglio fare questo lavoro, lo faccio, lo faccio anche per poco, magari per nulla. Però sconquassare il mercato offrendo gratis la propria prestazione è un danno che va evitato, anche se ne si avrebbe la possibilità.”

Elena nel suo studio insieme al suo cane Nestore. Foto di Lorena Leuzzi

Elena nel suo studio insieme al suo cane Nestore. Foto di Lorena Leuzzi

Elena ha quarant’anni, vive a Napoli dove è nata, ma non ha sempre vissuto qui. Se n’è andata per un po’ di anni a vedere il mondo, facendo vari lavori e accumulando, in maniera non intenzionale, strumenti che ora le permettono di raccontare attraverso le immagini, l’interiorità dei suoi personaggi. Elena è una video-maker e regista; gira videoclip, corti, ha curato la regia di uno spettacolo teatrale, realizzato video per il gay pride napoletano e per un’artista contemporanea. Le chiedo se per caso noti un malcelato stupore (che sottintende “ok, ma a parte la videomaker, cosa fai?”) quando risponde con la verità, alla consueta domanda, “di cosa ti occupi”?  “Capita, certo. Capita anche di sentir sopraggiungere l’esigenza di spiegare e giustificare quello che si fa, come se non avesse di per sé, dignità di professione. Anche se devo dire che nel centro di Napoli, zona piena di artisti, improvvisati o meno, la domanda più frequente è “lavori domani?”, anche se siamo a martedì, come se lavorare durante la settimana fosse una novità”.

La domanda potrebbe essere anche interpretata in un altro modo. Chi vive della propria arte sa bene quanto sia difficile essere sicuri di ricevere commissioni nel futuro immediato. Di sicuro c’è solo l’affitto da pagare. E allora, nel caso domani non si dovesse lavorare si prova, per esempio, a mettere in affitto una stanza della propria casa su Airbnb, vedere come va, “bene per il momento, c’è un bel via vai di turisti” conoscendo così soggetti clamorosi, dai viaggiatori che si buttano garibaldini nella vita cittadina (qui vincono gli europei e gli italiani sono sul podio), ai turisti più timidi (americani in testa, mi dice) che si stabiliscono per tutto il periodo di permanenza sul divano.

Non sempre Airbnb basta come entrata e allora si continua con quello che già si sa fare, che si è fatto per anni: nel caso di Elena il lavoro nei locali notturni, al momento come responsabile amministrativo. “Ti restano il tempo e le forze psicofisiche per pensare bene al tuo “primo lavoro”? Parlo proprio dei tuoi progetti, non soltanto delle commissioni.” “Certamente, sto per dire una catalanata, creare in totale tranquillità, senza l’angoscia di arrivare a fine mese sarebbe l’ideale. Chi ha detto che l’arte si nutre di stenti? La fantasia, necessaria nel mio lavoro, funziona molto meglio se so che quando finisco di scrivere, girare e montare, non ho una lista di incombenze e scadenze, in grado di far sprofondare chiunque nell’angoscia. Chiunque deve occuparsi di ciò, fa parte della vita adulta, ma ogni tanto invidio chi ha un lavoro solo e può/deve concentrarsi solo su quello. Io oltre alle normali faccende burocratiche ed economiche, devo anche organizzare una routine lavorativa piena di imprevisti e spesso difficile da programmare.”

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Chi vuole vivere oggi della propria arte deve mettere in conto che dovrà sempre portare avanti mille attività parallele? Mi chiedo se non sia di stimolo, specialmente per chi di mestiere racconta la vita. “Il rischio è la dispersione. Se non riesci a trovare i momenti per chiuderti a scrivere, progettare, tutto il tuo lavoro andrà a rilento. Sorgono le paure, la sfiducia aumenta. A volte la ragione ti dice di mollare tutto, non ci sono motivi effettivamente validi per fare quello che fai. Lo dico sempre: servono passione e incoscienza per intraprendere questa professione. Se valuti soppesando minuziosamente i pro e i contro, cambi strada. Soprattutto in Italia. Poi io non so fare altro e non cambierei il mio lavoro con nessuno, ma non è facile”

Già. “Soprattutto in Italia non è facile”. sono parole che spesso sentiamo unite nello stesso enunciato. “C’è di buono che nell’ambiente dei videomaker, registi e tecnici indipendenti, l’antagonismo sfrenato lascia posto al rispetto e a volte perfino alla collaborazione.

Gli attori invece soffrono molto perché l’offerta supera la domanda e soprattutto la disponibilità delle produzioni. Il discorso diventa ancora più cupo per i teatri, che, sempre meno sovvenzionati, sono costretti a far tutto da loro. Ti faccio l’esempio della mia città: a Napoli il Nuovo Teatro Sanità, oltre che per la bravura di chi lo gestisce, riempie la sala anche perchè ha un target di quartiere e svolge funzione aggregativa. Prendiamo il teatro Galleria Toledo: in passato ha fatto meraviglie, ma ora arranca. L’Elicantropo (di Carlo Cerciello e Imma Villa, ndr) è gestito da due mostri ed è sostenuto dall’annessa accademia. In qualche modo alcuni tirano avanti, ma tutto questo precariato uccide lentamente l’arte.”

Tutti gli stereotipi, essenzialmente borghesi, sull’arte che nella difficoltà acquista poesia, risuonano come un leitmotiv stantio e avvilente.

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Chiacchierando, si arriva a commentare un’altra frase che odora di stantio. Non tanto perchè sia stata pronunciata nel lontano 2010, dall’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti, (che peraltro si è divertito a firmare un libro insieme a Sgarbi, uscito quest’anno, dal titolo Rinascimento. Con la cultura (non) si mangia. Che ironia.) ma perchè in quella frase sono contenuti tutto il vecchiume, la miopia e la malafede di chi preferisce governare un paese abitato da cittadini disamorati e distanti dal vero significato di questa parola, che non si riempie solo con le consuete fiere e manifestazioni, a volte intaccate anch’esse da quel sentore di già sentito, di ammuffito.

DAVOS/SWITZERLAND, 28JAN11 - Giulio Tremonti, Minister of Economy and Finance of Italy is seen during the session 'A Social Contract for the 21st Century' at the Annual Meeting 2011 of the World Economic Forum in Davos, Switzerland, January 28, 2011. Copyright by World Economic Forum swiss-image.ch/Photo by Sebastian Derungs

“Con la cultura non si mangia.”

Si potrebbe provare a smontare la frase pronunciata da Tremonti e sentita ripetere alla nausea. Prendendo in esame l’attuale stato dell’arte, la frase si rivela allo stesso tempo vera e falsa. Vera perché, come emerso dalla simbolica storia di Elena, la stragrande maggioranza degli artisti, operatori culturali e in generale di chi vive della produzione delle proprie idee, spesso non può vivere solo di quello. Basta chiedere ad un qualsiasi giovane attore: molti vivono mettendo insieme i vari ingaggi, unendoli ad un lavoro “estraneo”. Certo, non sempre le altre entrate sono costituite da lavori distanti dalla propria arte, a volte è sufficiente la somma delle varie commissioni che sortiscono dalla stessa. Qualcuno, molti per la verità, non si stupisce. Da sempre il mestiere artistico rappresenta una strada piena di incertezze e nella narrazione un po’ facilona, fatta da chi queste incertezze non le vive sulla propria pelle, rappresenta anche parte del suo fascino.

Ecco, sarebbe bello che questo entri pian piano in quella schiera di idee da superare. Non c’è nessuna ragione per cui la vita di un artista debba essere costellata di ansia e frustrazione. In paese che vorrebbe definirsi libero, sviluppato, civile, la possibilità di veder la propria arte spiccare il volo, non dovrebbe essere appannaggio solo di chi ha già le mani in pasta o di chi è disposto a soprassedere sul contenuto e sul significato, in nome del mercato sovrano.

La cosa strabiliante è che nonostante la situazione per gli artisti in Italia sia davvero nera, molti giovani si cimentano, ci provano, si appassionano. Sono illusi? Si tratta semplicemente di scelte. La vera libertà sarebbe poter scegliere. Scegliere di non “vendersi” e sapere che la propria arte potrà comunque vedere la luce, perché un paese che non permette questo è un paese che non vuole nemmeno essere criticato, raccontato per quello che è. In fondo l’arte, fra le altre cose, fa questo: racconta, anche e spesso attraverso metafore, permettendo a ciascuno di formulare la propria lettura. Un paese dove l’arte viene sovvenzionata, nutrita, incoraggiata, non vista come mestiere per pochi eletti, blasonati e benestanti, non solo ostacolata e regolata da ministeri e major, ma semmai supportata da questi, sarà un paese più libero e meno disposto a farsi imbrogliare. Un mercato saturo pieno di eterni immobili (nella loro produzione e nella propria posizione) che producono film “innocui”, finanziati dal MIBACT, non fa un servizio al paese che è sempre più pieno di spettatori (leggi anche: consumatori), più che di cittadini attivi. Sarebbe senza dubbio più utile che il ministero della cultura permettesse a chi lo sceglie di vivere di ciò che sa creare, aumentando le sovvenzioni e, soprattutto, dando spazio, più che ad un ricambio, ad una coesistenza di narrazioni, che soddisfino l’eterogeneità del pubblico.

Per fortuna, per un motivo o per l’altro, chi si attiva per produrre qualcosa di buono si trova sempre, ma questo non ci legittima a considerare la difficoltà che queste persone incontrano nel proprio percorso, come un dato di fatto, da accettare come necessario.

In conclusione, facciamo un piccolo inciso su tutte le realtà che con la cultura mangiano eccome.

Chiedo qual è stato il suo percorso formativo. “Ho studiato sceneggiatura e regia, con un master alla Pigrecoemme di Napoli. Negli anni di formazione, grazie al confronto con i docenti e gli altri studenti, ho imparato a lavorare in team e a sviluppare le mie idee per conto mio.” “Secondo te serve seguire una scuola di cinema?” “Esclusi gli attori, per cui nel 90% dei casi la scuola è necessaria, non si tratta di una scelta obbligata o vincolante. La scuola ti aiuta a scegliere un linguaggio, a capire il tuo. Talento, passione e interesse stanno a ciascuno. Nel tuo lavoro ti porti dietro i riferimenti che attingi dalla tua cultura cinematografica e non. La scuola non è necessaria e non basta, ma può essere delle vie, non più degna o più onorevole dell’apprendimento sul campo.”

Impossibile non pensare alle miriadi di attività “formative” spuntate con la velocità di funghi dopo un temporale, tra workshop, corsi brevi e non che insegnano come scrivere una sceneggiatura, dirigere un film, montarlo. Forse non è proprio vero che con la cultura non si mangia, visto che quest’ultima crea tutta una serie di annessi e connessi che fanno girare i soldi di rette e iscrizioni. Quanto sarebbe bello se ai soldi spesi, anche bene, corrispondesse la domanda di un mercato che lasci spazio a chi vi si affaccia, permettendo a chi entra nel settore di non abbandonare il campo, costretto a trovarsi un “lavoro vero.”

— FIN —