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Le 5 sfide cruciali per l’Unione europea nel 2018

Integrazione, migrazioni, diritti, Brexit, nazionalismi: sono i dossier chiave su cui l’Unione sarà chiamata a rispondere l’anno prossimo.

Verso il termine del 2016, quello che si sta per concludere era stato definito l’anno della verità per l’Unione europea. Non poteva essere altrimenti: nel 2017 si sono tenute elezioni nazionali prima in Olanda, poi in Francia e Germania, i due Stati che formano l’asse portante dell’Unione, infine in Austria. Il trionfo di Emmanuel Macron a Parigi e la conferma, sebbene con qualche difficoltà, di Angela Merkel a Berlino hanno scongiurato una vittoria della destra nazionalista e xenofoba, facendo tirare un sospiro di sollievo ai sostenitori dell’Europa unita.

Sebbene non sia stato l’annus horribilis temuto a Bruxelles, il 2017 ha confermato comunque l’avanzata della destra in tutta Europa: in Olanda i populisti islamofobi e anti-Ue di Geert Wilders (Pvv) si sono imposti come secondo partito; in Germania, l’estrema destra dell’Afd è arrivata terza, entrando in parlamento per la prima volta dalla seconda guerra mondiale; in Austria il neo-cancelliere conservatore, Sebastian Kurz, ha formato un governo con la formazione di ultra-destra Fpö. Segnali inquietanti per il futuro dell’Ue, dato che queste forze politiche condividono un forte euroscetticismo di stampo nazionalista.

Con le elezioni europee (2019) in vista, nel 2018 l’Unione è chiamata a rispondere presente su alcuni dossier chiave. Dalla gestione delle migrazioni verso l’Europa alla difesa del welfare e dello Stato di diritto, passando per la Brexit: ecco, in ordine sparso, le cinque sfide cruciali che l’Ue dovrà affrontare nell’anno alle porte.

cc La Moncloa / Flickr

cc La Moncloa / Flickr

1) Rilanciare l’integrazione europea

La sfida principale per il 2018 sarà quella di approfondire l’integrazione europea tra alcuni Stati membri “volenterosi,” lasciando poi la possibilità agli altri di aggregarsi in un secondo tempo. È la logica della cooperazione rafforzata, che tanto piace a Macron e Merkel, ma anche a Italia e Spagna. I trattati in vigore consentono ad alcuni Paesi di mettere in comune ulteriore sovranità nei campi in cui lo desiderano, senza dover passare per un accordo unanime tra tutti i 27. Tale regola ha portato ad un grande successo nel 2017: la creazione della PeSCo, una nuova cooperazione permanente per la difesa europa.

Nel nuovo anno si dovrà affrontare la riforma dell’Eurozona, dossier cruciale e altamente divisivo, sul quale Francia e Germania hanno annunciato che presenteranno una posizione comune entro il prossimo marzo. L’accordo franco-tedesco è condizione necessaria per raggiungere un compromesso, tuttavia il rafforzamento dell’integrazione dipenderà inevitabilmente dalla volontà politica di altri Paesi. Tra questi c’è anche l’Italia, il cui futuro, con le elezioni a marzo, è al momento un rebus, mentre in Germania il 2018 permetterà di conoscere il colore della prossima coalizione di governo.

refugees

2) Migrazioni e Europa sociale

Le parole del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, alla vigilia dell’ultimo summit dell’anno tra i leader Ue, hanno dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, che il ricollocamento dei rifugiati e la gestione dei flussi migratori verso l’Europa restano una delle questioni più spinose per gli Stati membri. Nel 2018 il tema tornerà prepotentemente d’attualità visto che in calendario c’è l’approvazione da parte dei ministri Ue della riforma del sistema di Dublino (il regolamento che stabilisce quale Paese Ue sia responsabile delle richieste d’asilo). Il nuovo testo, approvato dal Parlamento europeo lo scorso novembre, sostituisce l’attuale criterio del primo Paese di accesso, fortemente penalizzante per Italia e Grecia, con un meccanismo permanente e automatico di ricollocamento dei richiedenti asilo, secondo un sistema di quote. Nei prossimi mesi la palla passerà al Consiglio, ossia agli Stati membri, e già sono previste forti divisioni tra i ministri dei Paesi dell’Europa centrale e occidentale.

Un altro passo avanti incoraggiante che lascia in eredità il 2017 riguarda l’Europa sociale. Lo scorso novembre è andato in scena a Goteborg (Svezia), un “Summit sociale per la crescita e il lavoro.” Durante il summit, le tre principali istituzioni europee (Parlamento, Commissione e Consiglio) hanno annunciato l’istituzione di un Pilastro europeo dei diritti sociali. In questo modo, l’Ue intende riempire un vuoto di competenze, dato che finora le politiche sociali sono rimaste esclusiva degli Stati membri. Nel 2018 si vedrà se l’Unione sarà in grado di adottare misure concrete per difendere i diritti sociali dei suoi cittadini. Tra le priorità ci sono i giovani, ma anche i disoccupati e gli investimenti in formazione all’uso delle nuove tecnologie.

La prima ministra polacca Beata Szydło con Viktor Orban / Wikimedia Commons

La prima ministra polacca Beata Szydło con Viktor Orban / Wikimedia Commons

3) Stato di diritto

Si scrive rispetto dello stato di diritto, si legge Ungheria e soprattutto Polonia. Lo scontro tra il PiS (Diritto e Giustizia), partito conservatore al governo a Varsavia, e la Commissione europea ha raggiunto un nuovo picco poco prima di Natale, quando quest’ultima ha deciso di attivare l’articolo 7 del trattato di Lisbona contro l’esecutivo polacco. Si tratta di un meccanismo creato per garantire il rispetto dei valori fondamentali dell’Unione europea quando questi sono minacciati dal governo di uno degli Stati membri. Se il procedimento dovesse arrivare fino alla fine, la Polonia potrebbe perdere il diritto di voto al Consiglio e vedersi ridurre la sua quota di fondi europei.

Tale misura, mai adottata prima d’ora dalla Commissione, segue l’approvazione di una riforma della giustizia che mette a rischio l’indipendenza del potere giudiziario in Polonia e numerosi tentativi da parte di Bruxelles di aprire un dialogo col governo di Varsavia. Nel 2018 si vedrà fino a dove il PiS sarà disposto a spingersi e quanto potrà contare sull’appoggio di altri governi “ribelli,” come quello del premier ungherese Viktor Orban, anch’egli da tempo nel mirino della Commissione.

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4) Brexit

Ovviamente sull’agenda europea resta la Brexit. Dopo aver raggiunto un accordo sui termini del divorzio tra Regno Unito e Ue agli sgoccioli del 2017, ora i 27 dovranno trovare un’intesa sulla futura relazione col Paese di sua maestà. Alcuni temono che le trattative della cosiddetta “seconda fase” dei negoziati saranno ancora più complicate e dure per entrambe le parti. Tra i principali nodi da sciogliere ci sono la questione nord-irlandese, che rischia di riaccendere uno scontro che sembrava ormai dimenticato, e la natura delle future relazioni commerciali tra il blocco-Ue e il Regno Unito.

Il famigerato rischio di un mancato accordo (“no-deal”) non si può escludere del tutto, mentre la maggioranza dell’esecutivo di Theresa May, dopo le dimissioni di alcuni dei suoi ministri più fidati, è sempre più fragile. A marzo del 2018 dovrebbe cominciare il secondo round di trattative, da quel momento si discuterà della durata e della modalità della fase di transizione a partire dal 29 marzo 2019, data in cui la Gran Bretagna lascerà formalmente la Ue.

Sebastian Kurz, cc EU2017EE / Flickr

Sebastian Kurz, cc EU2017EE / Flickr

5) Contrastare i nazionalismi (e i separatismi)

Nel corso del 2018 Bruxelles dovrà anche decifrare le posizioni (euroscettiche o meno) sui principali dossier dei nuovi governi insediati a Vienna e Praga. Prima della fine dell’anno il cancelliere austriaco Kurz si è recato di persona nella capitale europea per convincere Jean-Claude Juncker dello spirito eurofilo del suo governo, salvo poi annunciare nelle scorse ore che l’Austria “è pronta a dividere l’Ue sulle quote dei migranti.” In questo senso Vienna potrebbe presto aggiungersi al fronte anti-migranti formato da Paesi come Polonia e Ungheria.

Per ultima non va dimenticata la questione Catalogna. Dopo le elezioni del 21 dicembre, gli indipendentisti, forti della maggioranza assoluta nel parlamento catalano, potranno rimettere sul tavolo la richiesta di un referendum legale. L’ex presidente della regione spagnola Carles Puigdemont, ancora in esilio a Bruxelles, finora non è riuscito a trascinare nella vicenda le istituzioni europee, che vedono di cattivo occhio qualsiasi spinta separatista, ma potrebbe tornare alla carica nel nuovo anno.


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