Le parole fotografiche dell’anno

February 22nd 2017, 1PM. A rubber boat in distress overloaded with migrants photographed a few miles off the coast of Libya.

(non tante ma abbiamo spazio anche per Pizza Hawaii)

Diaframma è in vacanza — oggi non incontriamo un nuovo fotografo, e la nostra conversazione, aperta a tutti i nostri fotografi, seppur  a posteriori e indiretta, dovrà aspettare la settimana prossima per continuare.

Abbiamo deciso di non chiudere l’anno con una galleria di foto — quanti year in pictures avete già visto? — ma piuttosto con una riflessione su alcuni dei grandi temi che abbiamo incontrato nel corso dell’anno, partendo  da quello che si fa con la fotografia: la fotografia si guarda, si scatta, si legge, si commenta, si studia, si critica, si stampa, si usa.

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Pizza Hawaii

Sicuramente è la più divertente e ambigua allo stesso tempo. Ho sentito questa espressione usata in ambito fotografico da Davide Monteleone, durante un workshop che ho seguito a novembre insieme ad altri fotografi, nell’ambito di un progetto collettivo realizzato grazie all’Associazione Zone a Traffico Culturale di Trezzo Sull’Adda. Il progetto, che ha visto lavorare fianco a fianco persone, prima che fotografi, con provenienza geografica molto diversa, interessi e background molto eterogenei, non poteva che essere un mix di diversi approcci fotografici. Primi piani e ritratti ambientati, colore e bianco e nero, paesaggio e architettura, reportage, still life, analogico, polaroid, digitale — di tutto. Questo approccio, che nel gergo comune viene chiamato minestrone, è stato ribattezzato da Monteleone Pizza Hawaii.

Riporto una sua citazione in maniera molto libera, ma il senso era questo: “Adesso va di moda fare progetti e libri come la Pizza Hawaii, due cose che non sai perchè vengono messe insieme. Poi, ci sono autori come Jim Goldberg che le Pizze Hawaii le fanno bene e mi piacciono anche.”

Serio, 1: uno dei partecipanti è Karim El Maktafi, che abbiamo intervistato, che a sua volta ha intervistato proprio Monteleone, chiamato da Vice in occasione del Photo Issue 2017. (Questo sì che è un minestrone)

4:5 (& formato Ikea)

Nient’altro che un formato, come i più comunemente usati 2:3 o 4:3, usati dai vostri telefoni o reflex digitali. Ma che cos’è il formato di una fotografia e il 4:5? Il formato di una fotografia è difficile da definire, ma ci sono formati che più si addicono al tipo di fotografia che uno scatta. Provate a sperimentare anche voi. Io uso da sempre il formato standard di una reflex full frame, ovvero il 2:3, ma da quando ho toccato il 4:5 faccio fatica a staccarmene, è una questione che riguarda il proprio sguardo. Provate a guardare le fotografie degli autori che vi piacciono e fate caso al formato che utilizzano. Oppure potete fare una foto e tagliarla volta per volta in un formato che passa dal panoramico al quadrato (senza fare troppa fatica, il vostro telefono dovrebbe garantirvi le seguenti opzioni: 16:9, 2:3, 4:3, 4:5, 1:1), noterete che cambierà notevolmente l’idea del soggetto che avete ripreso: il formato condiziona, un paesaggio ad esempio, più della profondità di campo.

Serio, 2: prendiamo Nadav Kander, un fotografo che sperimenta molto, ultimamente sta pubblicando sue fotografie con un formato particolare: dopo aver parlato di Pizza Hawaii vorrei, umilmente, coniare il termine Formato Ikea.

Cerco me stess* attraverso la fotografia

Su questa definizione ci sarebbe da scrivere un libro. Si potrebbe riderne — ma tra tutti questi fotografi che cercano se stessi attraverso la fotografia, ce ne sarà uno che avrà scoperto qualcosa alla fine?!, ma credo ci sia una profonda riflessione da fare, o da proporre. Ho letto recentemente un libro che parla di questo aspetto, attraverso cinque fotografe che realizzano o hanno realizzato autoritratti nel corso delle propria carriera artistica. Molte di loro trovano che la fotografia sia una operazione che di per sé è teraupetica, “la terapia è nell’atto stesso” (Simona Ghizzoni). Chi scrive è però un uomo e “negli uomini gli autoritratti sono più rari. Credo sia una confidenza con l’intimità, la consuetudine a guardare dentro di sé, qualcosa che riguarda anche il corpo. Gli uomini sono più legati alla terra, alla prestazione nell’azione. Le donne si guardano, riflettono. Si riflettono, si sdoppiano. Generano, a partire da dentro.” (Silvia Camporesi)

Serio, 3: in questo caso non si tratta di qualcuno che ha trovato sé stesso, ma di qualcuno che attraverso la fotografia ha salvato sé stesso: date uno sguardo al lavoro di Federica Sasso Sick sad  blue, Lorenzo Sassi l’ha intervistata per Doppiozero.

Fotografia spiegata ai bambini

Il titolo non è preciso, ma provate ad allargare il discorso all’uso che fanno i ragazzi del telefono. È un tema spinoso per tanti genitori — quale sia l’età giusta per dare in mano il telefono ad un ragazzo (adolescente, dico io). Posso supporre che l’età media coincida approssimativamente con quella in cui io ho ricevuto il mio primo telefono cellulare. Non che siano passate diverse decadi, ma la differenza è che io ho avuto in mano un telefono, i ragazzi di oggi hanno tra le mani uno smartphone: la differenza, lo sappiamo bene, è internet, e quello che ne consegue. Senza addentrarci in questo campo, non di mia competenza, posso però constatare come una delle applicazioni più utilizzate sia Instagram, o in generale la camera del telefono e quelle app che permettono di conversare per mezzo di fotografie. Non per altro un autore, André Gunthert, parla di fotografia conversazionale. In un suo libro, L’immagine condivisa, ad un certo punto afferma che “La rivoluzione della fotografia digitale è la sua fluidità”. Nell’introduzione Michele Smargiassi afferma, per meglio comprendere: “La vera rivoluzione digitale degli ultimi decenni, ormai è chiaro a tutti, non è stata la trasformazione dei supporti di captazione e archiviazione dell’immagine, bensì la travolgente fioritura di nuovi, imprevedibili e di fatto non previsti usi della fotografia, resi possibili dalla sua inedita fluidità digitale e dalla nascita del web orizzontale interattivo.” Aggiungiamo a questo l’accessibilità di cui spesso si parla, e si capisce presto perchè un tema caldo è proprio l’insegnamento della fotografia (della sua lettura e della sua pratica) anche nelle scuole. Dovrebbero essere resi noti a breve gli atti del Mibact, di cui avevamo parlato all’inizio del tour in giro per l’Italia: 6 mesi, 19 tappe, oltre 450 relatori, questi i numeri dati dalla consigliera del Ministro Dario Franceschini, la dott.ssa Lorenza Bravetta. All’interno di queste discussioni uno dei punti è stato affrontare l’inserimento della fotografia all’interno delle discipline artistiche da insegnare nelle scuole, o almeno così in tanti sperano.

Serio, 4: nel frattempo, Joel Meyerowtiz ha pubblicato il libro Guarda!, La fotografia spiegata ai ragazzi (bambini? Adolescenti?). Qualcuno a loro ci sta pensando insomma.

Fake photo/Photoshop

Dibattere sull’uso di Photoshop è un argomento finito — anche gli utenti della fotografia più inesperti hanno scoperto che saturazione e contrasto non sono il male, e che un poco di lavoro in post produzione produce una foto molto migliore.

L’attenzione ora è rivolta soprattutto alla veridicità (atttenzione, parola pericolosa, la riprendiamo più avanti) di una fotografia, ovvero se è palesemente e volutamente modificata per togliere o mettere qualcosa.

Serio, 5: questo vuol dire che le fotografie le potete fare come volete, l’importante è non mettere una persona, che so, Putin, dove non c’è. Per questo c’è una lista delle “migliori” fake photo del 2017, pubblicato da Rivista studio (che riprende un articolo più ampio di Gizmodo.)

Verità/testimonianza

Su questo aspetto intrinseco della fotografia, ovvero se sia in grado di raccontare la verità, la realtà, si dibatte da sempre. È uscito un libro, Storia d’Italia in 100 foto, a proposito del quale ho letto due cose che mi piacerebbe mettere a confronto. La prima è una riflessione che propone sempre Michele Smargiassi tra le pagine del suo blog Fotocrazia, che apre il suo articolo in cui parla del libro citato così: “Fotografie della storia, fotografie per la storia, fotografie dalla storia, fotografie sulla storia… Basterebbe questa giostra di preposizioni e per capire come sia complesso e scivoloso il rapporto fra le immagini e la storiografia.” La seconda è in realtà una frase dalla quale ho estrapolato io una riflessione. Joel Meyerowitz, nel suo libro, anche questo già citato sopra, chiude la spiegazione, o meglio, il suo racconto di una fotografia di Helen Levitt, sostenendo che “se la fotografa si fosse stufata e fosse andata via, si sarebbe persa il meglio”. Proviamo ad ampliare il discorso e sostituiamo fotografa con fotografia: quante cose secondo voi ci saremmo persi?

Serio, 6 (più o meno): spesso cito Michele Smargiassi e i suoi articoli, ma anche le sue riflessioni rientrano tra le cose più ascoltate in questo 2017. Lui è la costante, e per chi si interessa di fotografia, ma ancora non lo conosce, consiglio vivamente di seguirlo. È un po’ come il pane e l’affettato: tutti sono d’accordo sul pane, ma l’affettato cambia di volta in volta, chi parla di pane e salame e chi parla di pane e prosciutto (magari la mortadella). Per me si tratta di Fotocrazia e altri libri.

Fotografia artistica

In questo caso vi propongo una citazione, tratta da una intervista di Manuela De Leonardis a Santu Mofokeng, all’interno del libro A tu per tu, fotografi a confronto:

“Qualche volta le persone vedevano la macchina fotografica come il mezzo per diventare famose. Facevano qualsiasi cosa per comparire sul giornale o in Tv. Mi chiedevano: “dove mi porti?”. La mia risposta standard era: “ da nessuna parte!” (ride). Una volta c’è stato chi mi ha chiesto quale fosse la differenza tra stare dentro la fotografia e fuori. Per dire la verità è stata la prima volta che ho riflettutto su questa questione. Ho pensato che anche nelle foto che ho pubblicato sui giornali, ad esempio quelle in cui si parla di povertà, la gente ritratta vuole sempre apparire in maniera tale che sia nel migliore dei modi. Per questo a loro non piacevano le mie foto. Ma non ho mai fotografato come volevano gli altri, solo come vedo io. Tra le mie foto ci sono anche ritratti di famiglia in cui alcuni membri non parlano tra loro. Come si può definire tutto questo arte? Per questo non mi piace il titolo di artista. L’idea che la visione dell’artista sia meglio di quella degli altri e che capisce di più. Non sono d’accordo, non fa per me. I miei genitori anzi mia madre, perchè mio padre è morto quando avevo 3 anni, mi ha insegnato a chiedermi sempre cosa stessi facendo e quale fosse il significato.”

— FIN —