A casa o sul dancefloor, Populous fa ballare tutti

Si è trasferito a Lisbona per cogliere le sonorità di una città rivolta verso il nuovo mondo, un ponte tra Europa e America Latina. Da lì ha portato in Italia la cumbia digitale.

Perché? perché è sexy, vitale, a colori e fa ballare tutti. Niente ritmi veloci, solo un centinaio di battiti al minuto.

In attesa di sentirlo suonare sul palco del Magnolia domani sera in occasione di Wow – roba fresca a Milano, ci siamo fatti raccontare da Andrea Mangia, producer di Lecce in arte Populous, il processo creativo del suo ultimo spettacolare album.

Ciao, come va?

Bene dai, sono in partenza per Milano dove suonerò a Radio Raheem e al Magnolia.

I tuoi ultimi due album, Night Safari e Azulejos, rispecchiano una tendenza a fare dischi corali che raccolgono artisti diversi, varie esperienze musicali, suoni ma anche illustrazioni, video musicali, tante cose, tutte curate dall’inizio alla fine, in un disegno preciso. Cosa ti ha guidato nella costruzione dell’ultimo album?

Mi piacciono i progetti curati in toto, che hanno una sorta di identità generale che abbraccia più campi, dalla cover alle collaborazioni, ai i visual, per cui ci tengo sempre molto a curare tutto quanto.

Azulejos è stato un work in progress perché non avevo idea di dove l’avrei scritto, volevo solo farlo suonare un po’ caraibico, sudamericano.

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Il resto è stato una sorta di puzzle: per la grafica avevo in mente i colori che poi ho comunicato a Kae, per i videoclip sapevo che li volevo in motion graphic e non girati, con un certo tipo di colori, e idem per i visual. Mi piace seguire tutto quanto, anche a costo di risultare un po’ rompicoglioni.

Ascoltando i tuoi album in ordine cronologico, quello che emerge è un’evoluzione di suoni che va dalle influenze hip hop alla cumbia. Dopo Drawn in Basic, con Night Safari si percepisce uno stacco e inizia il viaggio verso l’Africa e verso l’India. Un viaggio che poi ti ha portato con Azulejos nel punto opposto del continente, il più occidentale d’Europa, rivolto verso l’America Latina. Perché hai deciso di rivolgerti verso Occidente questa volta?

Mi sarebbe piaciuto andare in Sud America ma era troppo impegnativo per il tempo e le distanze. Per esempio mi sarebbe stato difficile volare in Italia per una data, cosa che invece da Lisbona era fattibile. Era molto più pratico fare questo lavoro a Lisbona anche se forse sarebbe stato più economico farlo in Sud America.1494955159636-azulejos02Quindi trasferirsi a Lisbona è stato una via di mezzo di quello che volevo fare perché sarei voluto andare in Messico, o in Argentina, ma alla fine sono finito nella città europea più sudamericana che c’è.  Avevo immaginato Lisbona come una sorta di ponte ideale tra l’Europa e il sud America e cosi alla fine è stato.

Come ci si sente ad aver portato un genere come la cumbia digitale in Italia?

Era il mio obiettivo: quando ho realizzato Night Safari e contemporaneamente Clap! Clap! aveva appena fatto uscire Tayi Bebba, un sacco di persone stilavano un parallelismo tra di noi. Allora ho pensato “va bene, è stato molto figo aver fatto una cosa abbastanza simile a Clap! Clap! però è arrivato il momento di prendere un’altra direzione” mi sono guardato attorno e ho capito che in Italia non c’era nessuno che faceva musica appartenente alla famiglia moderna della cumbia. Ero molto affascinato da tutti quei suoni latini – che però vengono portati avanti da persone che ascoltano musica occidentale, europea, berlinese, londinese, parigina… – ho pensato che era arrivato il momento di far conoscere di più questo genere musicale che secondo me ha molte potenzialità e purtroppo non si conosce ancora bene. Ho deciso di portarlo in Italia e di fare da garante di questo genere. Secondo me quando uno comincia ad essere un minimo conosciuto nel giro si deve prendere dei rischi: sapevo che qualcuno avrebbe storto il naso ma mi sentivo in dovere di farlo. Non mi pento, sono stracontento di averlo fatto. Soprattutto perché tutte le persone che hanno ispirato questo lavoro, quelli che erano i papà di questo genere, dopo l’uscita del disco mi hanno contattato o hanno suonato i miei pezzi o mi chiesto collaborazioni. Più contento di così non potevo esserlo, sul serio.

La scena di cui fai parte, tra Ckrono, Khalab, Clap! Clap!, Go Dugong, Capibara e Montoya è fatta molto di collaborazioni e quindi spesso anche contaminazioni. Quanto è un rischio e quanto una figata questa cosa?

Dipende. Night safari è un disco pieno di featuring mentre Azulejos non li ha, ci sono solo due pezzi cantati e uno con Riva, il producer di M¥SS KETA.
Volevo che fosse un album con meno featuring, più mio rispetto a Night Safari dove si rischiava un po’ di peccare a livello stilistico, nel senso che c’era troppa carne al fuoco. Memore di quella esperienza in questo disco ho cercato di ridurre i feat per avere un effetto generale più coeso possibile. Invece Clap! Clap! ha fatto la cosa inversa: il suo primo disco era praticamente tutto incentrato su di sé, invece nell’ultimo ha modificato il suo suono rendendolo più pulito, più british, più RnB e ha cominciato a collaborare senza perdere nulla in termini di personalità. Quindi dipende.populous-azulejos-music-video-short-film-illustration-motion-design-graphic-beautiful-portugal-tribute-lissabon-by-emanuele-kabu-mindsparkle-mag-1200x750Ho avuto l’impressione che rispetto a Night Safari, Azulejos sia anche un disco più mirato, sia perché si concentra su un’area ben precisa, sia perché i suoni e i ritmi sono  specificamente quelli dell’universo della cumbia. Non troppo veloce, non troppo lento, non sfori i 130 BPM. È vero?

Esatto. È divertente il motivo per cui ho fatto questa scelta. La mia passione per la cumbia è nata dai dj set: mi sono accorto a un certo punto che quando facevo i dj set mi divertivo nel momento in cui mettevo pezzi a 100 bpm piuttosto che a 130 bpm. Questa cosa non me la riuscivo a spiegare però dopo ci son arrivato: la cumbia ha un ritmo che sta esattamente nel mezzo tra le cose che potresti ascoltare a casa, lente e quelle che ascolteresti sul dancefloor — però ha una scansione ritmica molto sexy e mi rendevo conto che anche le persone che venivano a sentire i miei dj set erano più felici quando facevo la prima parte del dj set che era sui 100–105 bpm piuttosto che quando salivo. Quindi ho deciso di fare un disco tutto su quel range ritmico. Mi interessava fare un disco che potesse essere sia ascoltato a casa che essere suonato a un dj set, quindi ho scartato tutte le cose veloci e quelle super lente e mi sono concentrato sul range mediano.

Infatti Azulejos mette d’accordo un po’ tutti dai clubbers ai fan dell’indie.

Forse anche perché a livello di tessitura sonora è molto organico: ha una base digitale sui ritmi e poi tutta una serie di suoni molto organici, per questo è esattamente a metà tra il clubbing e la musica indie. Quindi sì, mette d’accordo chi è abituato a stare sotto palco con la cassa dritta in pancia e poi uno che ascolta indie rock e riconosce i suoni più organici più suonati, le voci. Ma non volevo fare una cosa piaciona, non l’ho fatto per piacere a tutti.

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Adesso che hai preso ispirazione da oriente e occidente non vorresti fare un lavoro sui suoni della musica popolare italiana? Vieni da una terra, il Salento, che di ritmi da offrire ne ha parecchi.

Mi hanno chiesto spesso se mi ha mai influenzato la musica salentina e io ho sempre detto che non mi importava molto, ma ora ho iniziato  a pensare che, inconsciamente, forse mi ha influenzato. Perché la musica tradizionale della mia terra, la pizzica, è una musica che gira tutta attorno al ritmo del tamburello e quando ho iniziato a lavorare al disco volevo che fosse fatto solo attorno ai ritmi di batteria e basso, cosa praticamente impossibile da realizzare, però sono partito da quella base quindi se ci pensi c’è una sorta di parallelismo tra queste cose, ma sono sicuro sia una cosa inconscia. Mi ci hanno fatto pensare dopo.

Per quanto riguarda il futuro non lo so, non ho un piano su quello che farò per ora.

Ma ti sei mai messo a campionare la musica popolare salentina?

Sì, l’ho campionata come ho campionato tutto perché chi ha una cultura pop come me alla fine  campiona di tutto, da Burzum ad Alva Noto, fino ad arrivare a Chopin. Mi è gia successo di campionare musica tradizionale salentina come di altre parti del mondo.

Parliamo del lavoro fatto assieme a Max Casacci ed Enrico Matta (ex Subsonica), Realismo Magico. Com’è nata questa collaborazione?

Mi avevano contattato perché erano super fan di Night Safari, poi un giorno mi hanno chiesto di aprire un loro concerto a Bari e mi hanno parlato del nuovo album, e che volevano anche me. A me interessava che quello che sarebbe venuto fuori avesse ritmicamente un marchio di fabbrica quindi la cumbia. Abbiamo visto che raddoppiando i bpm dei ritmi della cumbia veniva fuori la Drum and Bass. Mi sono divertito a collaborare con loro, sono super bravi.

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