foto di Marta Clinco, febbraio 2017

Gli operai avevano iniziato l’occupazione dello stabilimento il 27 settembre 2016, dopo che il nuovo proprietario aveva annunciato l’intenzione di chiudere la storica struttura e licenziare i lavoratori.

Lo stabilimento altro non era che l’ultima struttura industriale operativa della ex Ercole Marelli, una delle più prestigiose ditte italiane che — dopo una lunga serie di rinominazioni, riduzioni del personale e passaggi di proprietà — si era trovata ad essere ceduta dal colosso ferroviario francese Alstom agli americani di General Electric. Quest’ultimo proprietario aveva manifestato fin da subito quali fossero le sue reali intenzioni: chiudere lo stabilimento per sbarazzarsi di un concorrente.

All’inizio dello scorso autunno i 150 operai di Sesto erano stati licenziati, e circa 50 di loro avevano deciso di occupare la fabbrica. L’obiettivo era spingere General Electric a trovare un compratore che facesse ripartire l’attività industriale nello stabilimento, visto che l’azienda americana sembrava del tutto disinteressata alle sue sorti. A Sesto venivano prodotte componenti per le centrali nucleari di tutta Europa, in particolare francesi. Abbiamo seguito la questione ed eravamo andati a trovare gli operai occupanti lo scorso febbraio.

“A fine luglio è stato raggiunto un accordo con l’azienda,” ci racconta M., un operaio che avevamo conosciuto durante la nostra visita di febbraio. “Con questo accordo noi abbiamo smontato l’occupazione dello stabilimento, mentre l’azienda si è impegnata a incaricare delle società di brokeraggio di cercare un soggetto esterno che potesse reindustrializzare l’azienda.” In sostanza, la General Electric ha affidato a un intermediario il compito di trovare un acquirente per la struttura.

Questo era l’obiettivo degli operai e delle istituzioni che si erano occupate del caso. La vicenda Alstom-GE infatti era stata presa molto seriamente dal Ministero per lo sviluppo economico. “Dopo l’estate, ci siamo incontrati al Ministero a fine ottobre, ratificando l’accordo. L’azienda sta rispettando la propria parte. Settimana scorsa, inoltre, è stato aperto un tavolo tecnico in Regione Lombardia che segue passo a passo la pratica di cessione dello stabilimento.” Durante il tavolo tecnico è emerso che ci sono contatti con due aziende interessate, due multinazionali del settore.

“La trattativa però è ancora a una fase esplorativa, i nomi verranno resi noti se le cose andranno avanti.”

La vicenda insomma sembra avviata in una direzione positiva, anche se la cautela è d’obbligo. “Tutti avremmo preferito uscire dal confronto in prefettura con un contratto in mano. Ma a un certo punto abbiamo dovuto fare una scelta. Non si poteva stare là dentro per sempre.” Al momento, i problemi più urgenti per gli operai sono altri. “Adesso stiamo cercando di ottenere una proroga per gli ammortizzatori sindacali, che scadono a fine anno per la maggior parte di noi. È la cosa che ci ha fatto campare in questo anno.”

Il discorso non riguarda solo la GE Alstom, ma anche molte altre aziende. La copertura sociale degli ex dipendenti Alstom, finora, è stata la mobilità. In sostanza, quando un’azienda di grandi dimensioni chiudeva, i suoi dipendenti potevano venire messi in mobilità, una forma di tutela simile alla cassa integrazione in cui lo stato versava un assegno ai lavoratori licenziati. Alla fine della cassa integrazione si presumeva che il dipendente potesse tornare al suo posto di lavoro, mentre alla fine della mobilità questa eventualità era meno probabile.

La mobilità, però, è stata soppressa col Jot. E gli e dipendenti GE ora si trovano al centro di un pericoloso limbo burocratico: per richiedere la nuova forma di copertura sociale che sostituisce la mobilità, la NASPI, bisogna aver lavorato nell’anno precedente alla richiesta. E, tecnicamente, i dipendenti dello stabilimento di Sesto non hanno lavorato. “Il prossimo incontro sarà al MISE a gennaio. Chiederemo degli ammortizzatori in deroga, ragionando su realtà che si trovano a cavallo della riforma. Il rischio, per quanto questo sia un paragone un po’ forte, è trovarsi in una situazione come quella degli esodati di qualche anno fa.”

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