Cosa possiamo imparare da una foto dell’attacco a Westminster

Questa mattina, tutti i giornali hanno dovuto scegliere un’immagine per rappresentare l’attentato di ieri a Westminster. Ma la scelta della fotografia non è un’azione neutra.

C’è una certa distanza tra il chiacchericcio e il professionismo in ambito fotografico, anche se entrambi falliscono, quotidianamente. Il primo porta molte persone a credere che quello che vedono sia realizzabile anche dai “non addetti” — la tecnologia ha apportato sviluppi tali da non richiedere più una particolare specializzazione dell’operatore, rendendo più semplici e accessibili i mezzi di produzione delle immagini per la maggior parte degli utenti.

Il professionismo fa leva su quest’ultimo aspetto, creando un corto circuito da cui è difficile uscire, perchè alimenta a propria volta l’ignoranza sulla lettura delle immagini che vengono prodotte.

Di solito sono due gli aspetti che vanno a formare la nostra convinzione su un dato di fatto: uno è il pensiero che formuliamo sull’avvenimento in sé, l’altro è la visione che di questo ci creiamo. Il pensiero si associa alla parola mentre la visione, chiaramente, ad un’immagine, una scena, un’azione. Constatare che parole e immagini vengono plasmate da quello che leggiamo e vediamo, d’altronde, è abbastanza superfluo.

Questa mattina, tutti i giornali hanno dovuto scegliere un’immagine per rappresentare l’attentato di ieri a Westminster. Per farlo, qualche addetto ha fatto le proprie ricerche, ha ricevuto proposte, si è confrontato con altri — dunque ogni risultato è frutto di una scelta consapevole all’interno di un lavoro plurale.

Il Times di Londra è uscito stamattina con questa copertina, che proponeva una visione degli attimi immediatamente successivi all’attacco.

Questa, invece, la copertina del Daily Express:

Sì, si tratta della stessa immagine, solo che una è stata ritagliata. Il motivo del crop non credo di poterlo definire direttamente. Ma proviamo a guardare attentamente l’immagine intera.

I quadri di un pittore sono il risultato di scelte consapevoli: una somma di gesti della mano uniti a miscele di colore che l’autore mette in sequenza per realizzare un intero. La fotografia, invece, si compie in un momento, più o meno lungo, senza che ci sia la possibilità di manipolare ciò che si manifesta davanti agli occhi del fotografo — almeno in casi come quelli presi in considerazione. Stephen Shore scrive meglio di me: Mentre un pittore inizia con una tela vuota e costruisce un’immagine, un fotografo si trova davanti il disordine della realtà e deve scegliere un’immagine. […] Semplifica il caos dandogli una struttura e impone in quest’ordine scegliendo un punto d’osservazione, un’inquaratura, un momento per lo scatto e un piano di messa a fuoco” (Stephen Shore, Lezione di fotografia, ed. Phaidon, 2009).

La foto del Times, che propone l’immagine intera, opera in queste condizioni, ovvero la fugacità del momento scelto all’interno di una scena in continuo movimento.

Nella fotografia non ci sono due soggetti: il soggetto è il momento dopo gli attacchi, i soccorsi. È il soccorso a creare una divisione nella foto: da una parte, lato sinistro, il soccorso prestato all’attentatore, dall’altra, ovvero a destra, il soccorso prestato al poliziotto. Ora provate a guardare gli uomini armati di fucile, guardate dove rivolgono la mira, in un caso e nell’altro. Guardate quanti uomini in camicia bianca ci sono nei pressi di uno e dell’altro uomo. Ma la fotografia, che è di Stefan Rousseau (Associated Press), immerge subito lo spettatore nell’azione: in alto a destra e in basso a sinistra ci sono due agenti che si muovono, creando una diagonale che ci permette di comprendere che il momento ripreso non è la fine.

Gli Stati generali della fotografia, che si svolgeranno in due date, 6 aprile e 5 maggio, potranno forse ricomporre anche queste piccole divergenze, per contribuire ad accrescere la conoscenza della grammatica visiva. Il programma recita: “Il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha decretato la costituzione di una Cabina di regia per la fotografia, al fine di tutelare, valorizzare e diffondere la fotografia in Italia come patrimonio storico e linguaggio contemporaneo, strumento di memoria, di espressione e comprensione del reale, utile all’inclusione e all’accrescimento di una sensibilità critica autonoma da parte dei cittadini.”

Se vogliamo che il reale venga compreso, i fotografi dovranno fare scelte sempre più consapevoli, gli editori dovranno fidarsi del fotografo — o, eventualmente, sceglierlo in base al proprio contenuto e non usando l’immagine fotografica come un mezzo — e i lettori dovranno abituarsi a prestare maggiore attenzione.

Quanto alle parole, recentemente Michele Smargiassi ha provato a riflettere sulla differenza dei linguaggi giornalistici, prendendo spunto dal video del Clochard bruciato vivo. Qual è l’immagine visiva che deriva al lettore dalle parole Clochard bruciato vivo?

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