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Quella di Obama è stata una presidenza di chiaroscuri — impossibile da liquidare in poche righe il suo ultimo tramonto.

Attorno alla figura di Obama esistono in Europa due narrative dominanti: una, sopravvissuta dal 2007, che racconta del presidente uscente come di uno dei politici piú acuti, razionali, onesti della Storia degli Stati Uniti; e una disincantata — ma non per questo piú veritiera — che parla della sua presidenza come una delle grandi delusioni del secolo, l’ennesima occasione sprecata da parte della sinistra, per chi ama quel tipo di retorica.

Sono, ovviamente, letture semplicistiche e superficiali. Otto anni sono lunghi, e, priva di veri e propri scandali, quella di Obama è stata una presidenza di chiaroscuri — è impossibile liquidare in poche righe il suo ultimo tramonto.

Ci proveremo.

Economia

Barack Obama arriva alla Casa bianca in piena crisi economica, quando gli Stati Uniti sembravano genuinamente colare a picco: il mese prima del suo insediamento erano stati bruciati 700 mila posti di lavoro. Una crisi senza precedenti, che richiede un polso e una rapidità altrettanto senza precedenti: è così che Obama diventa il presidente democratico firmatario del maggior numero di normative dai tempi del pacchetto Great Society di Lyndon Johnson, esattamente 45 anni prima. La stampa statunitense ribattezza il pacchetto “Stimulus,” sottolineando il coraggio keynesiano di Obama: non curarsi per un po’ delle casse statali per risollevare un’economia schiantata.

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Lo Stimulus comprende l’American Recovery and Reinvestment Act of 2009 e il Tax Relief, insieme all’Unemployment Insurance Reauthorisation, and Job Creation Act of 2010. L’American Recovery and Reinvestment Act of 2009 era un pacchetto di stimolo senza precedenti per gli Stati Uniti, con misure per 831 miliardi di dollari in dieci anni. Il pacchetto partiva dall’espansione delle prestazioni di assistenza sociale, stabiliva ingenti investimenti nell’istruzione, nell’assistenza sanitaria e per le infrastrutture. Una svolta vertiginosa rispetto allo Stimulus Act 2008 dell’amministrazione uscente, che in sostanza stabiliva solo degli sgravi fiscali.

Per aver meglio idea della criticità della situazione: quest’operazione di stimolo economico, la piú ambiziosa della Storia recente degli Stati Uniti, è riuscita a coprire a stento un terzo della voragine. Secondo molti economisti sarebbe servito un progetto di investimento ancora piú ampio — economisti come Stiglitz e Krugman ma anche personaggi meno esposti politicamente, come Feldstein e Larry Summers.

Due studi, il primo promosso dalla libertaria Reason Foundation nel 2013 e il secondo dalla Casa bianca stessa nel 2014, raccontano come il Recovery Act abbia avuto un effetto enormemente positivo sull’economia statunitense, riuscendo di fatto a sconfiggere gli effetti della crisi. Secondo la Casa bianca, il pacchetto ha salvato o creato un totale di un milione e seicentomila posti di lavoro l’anno, dal 2009 al 2012.

Tuttavia ci si rende conto subito che questi posti di lavoro fossero estremamente poco stabili — e lo sono ancora, otto anni dopo. Così nel 2010 l’amministrazione insiste con il Tax Relief, Unemployment Insurance Reauthorization, and Job Creation Act, che estende i tagli delle tasse di Bush jr. e espande i rimborsi sulle tasse a piú di 100 milioni di famiglie di ceto medio, evitando un aumento delle tasse di circa 2000 $ a famiglia. Nel 2010, però, i rapporti con i repubblicani di Camera e Senato sono già piuttosto deteriorati e il disegno di legge esce fortemente modificato — in particolare, Obama si vede costretto a ridurre drasticamente (dal 6,2 percento al 4,2) le tasse contributive sulle assicurazioni federali (FICA) per un intero anno, un’impresa titanica al momento dell’approvazione del pacchetto, nel dicembre 2010: solo nove mesi prima, il 23 marzo 2010, era entrato in vigore il Patient Protection and Affordable Care Act, quello che da subito fu chiamato Obamacare.

L’Obamacare rappresenta perfettamente lo spirito coraggioso delle riforme liberal degli anni 2009-2010, slanciate come non si vedeva dagli anni di Bill Clinton: spingere elementi piú corposi di welfare state nella società statunitense, tradizionalmente avversa a misure di benessere societario. La premessa: queste soluzioni sono inevitabili evoluzioni dello Stato, e per quanto forte sia il pregiudizio ideologico, una volta provate i cittadini non vorranno più tornare indietro. Un anno di discussioni dopo, l’amministrazione riesce a mettere a punto anche una riforma sostanziale delle regolazioni finanziarie: la riforma di Wall Street di Barney Frank e Chris Dodd.

Pochi mesi dopo, nel 2011, è ormai chiaro che i democratici hanno fallito. Dopo una serie di riforme a raffica non erano stati in grado di raccontare il progresso che stavano portando. In nessun momento l’opinione pubblica si è sentita rassicurata dalla risposta del governo a difficoltà economiche che nessuna amministrazione aveva dovuto affrontare dopo la Seconda guerra mondiale.

Oggi il mondo paga le conseguenze dell’incapacità comunicativa del Partito democratico statunitense, il cui governo ha salvato la prima potenza mondiale, sull’orlo del fallimento, senza mai davvero dirlo a nessuno.

Obama avrebbe dovuto concentrarsi sul problema del lavoro, abbandonare i progetti per l’Obamacare e investire quei fondi in creazione di posti di lavoro — e soprattutto alzare lo stipendio minimo garantito a 15 dollari l’ora? È impossibile dirlo. Certamente, l’incapacità di raccontare diventerà un segno di riconoscimento particolare dell’amministrazione Obama: un esecutivo che abbassa le tasse nell’ordine di migliaia di dollari l’anno a centinaia di milioni di famiglie ma preferisce tenerle nascoste nelle trattenute degli stipendi, invece che concentrarle in una grossa tax rebate di fine anno. Una scelta presa perché la spesa delle famiglie segue modelli molto piú sani — per le famiglie e per il paese — se questi soldi vengono ri-spesi lentamente, piuttosto che in un colpo solo a fine anno, modello molto amato dal centro democratico italiano, che porta quasi unicamente allo spreco e in nessun modo eleva la qualità della vita.

Malgrado si sia trattata di una scelta giustificata e nobile, è solo uno dei casi in cui l’amministrazione Obama si è trovata completamente incapace di spiegare cosa stesse facendo ai propri cittadini. Questo, inevitabilmente, ci porta al fronte che Obama ha gestito peggio di ogni altro: la politica estera.

2007—Obama conduce una campagna elettorale radicale sulla politica estera: gli Stati Uniti sono dilaniati dallo sforzo militare assurdo voluto dai due governi Bush. La nuova parola chiave è “Costruire un esercito del ventunesimo secolo e dimostrare saggezza in come lo usiamo.” La campagna si lascia tendenzialmente alle spalle l’interventismo spinto di Bush a favore di operazioni mirate, collaborazioni internazionali, e piú “saggezza.”

Esteri

Il 22 gennaio 2008, il primo giorno come presidente, Obama chiama Israele insistendo per l’apertura del confine di Gaza: una mossa coraggiosissima, dopo due anni di conflitto arrivati a un cessate il fuoco solo tre giorni prima.

L’Iraq è forse il fronte della piú grande sconfitta degli ideali di Obama. Fallita la promessa di ridurre drasticamente le forze entro i primi 16 mesi dall’elezione — gli ci vorranno invece tre anni — gli Stati Uniti restano fuori dagli affari iracheni per pochissimo: le tensioni continuano a crescere, nonostante i tentativi piú o meno efficaci di stroncare la presunta minaccia jihadista. Nel maggio del 2011 il presidente premio Nobel per la pace ordina un attacco iperviolento per portare in patria la testa di Osama Bin Laden. Due anni dopo, però, la situazione in Medio Oriente è solo peggiorata, e già a fine 2013 dal Senato iniziano pressioni fortissime per spendersi in una nuova missione irachena.

La situazione si fa impresentabile sei mesi dopo, quando con le battaglie di Mosul e Tikrit diventa chiaro che l’allora ISIL è una vera minaccia. A giugno Obama è costretto a tornare completamente sui propri passi e annuncia un nuovo impegno militare boots on the ground in Iraq, riportando in un colpo solo centinaia di truppe nel paese dilaniato.

La reazione muscolare in Iraq si giustifica con una parola soltanto, anzi, un nome: Bashar al-Assad. Nei due anni precedenti l’amministrazione Obama si era trovata completamente disarmata dalla situazione in Siria: dopo aver fallito nel controllare quella libica, quando nell’agosto 2013 vengono pubblicati report affidabili dell’uso di armi chimiche da parte del governo siriano contro le forze ribelli, Obama procede per chiedere al Congresso il via libera ad un attacco Tomahawk.

È impossibile non considerare l’attuale dramma umano in Siria come parzialmente colpa di Barack Obama. La sostanziale uscita di scena degli Stati Uniti ha causato la progressiva radicalizzazione delle forze ribelli, la vastissima espansione dello Stato Islamico nella regione, e ha fornito a Putin l’occasione di porre una vera e propria pietra fondante per una nuova egemonia russa, che oggi, con l’avanzata nazionalista ovunque, si sta concretizzando.

D’altro canto, è il segnale che gli Stati Uniti non hanno piú titolo per svolgere il compito di polizia del mondo — una critica che progressisti e conservatori di tutto il mondo hanno piú volte avanzato contro gli Stati Uniti stessi. Per l’amministrazione Obama è un problema irresolubile: un intervento ingarbuglierebbe gli Stati Uniti nelle sorti di un altro paese sull’orlo dell’implosione, esattamente come in Iraq. Allo stesso tempo, questo è il ruolo che il mondo riconosce agli Stati Uniti, e Obama l’ha completamente disatteso.

Pochi mesi prima, nel dicembre 2014, Obama firma una legge di supporto all’Ucraina, attraversata da una guerra civile dopo che i tentativi di espansione della NATO avevano prima allertato la Russia e poi spezzato in due la popolazione locale. Anche su questo fronte, dopo minacce piú o meno velate, Obama ha dovuto ammettere la sconfitta di fronte alla Russia, che, sanzioni economiche a parte, riesce sostanzialmente ad annettere la Crimea senza conseguenze politiche degne di nota.

Si dice spesso che l’amministrazione Obama consista in un unicum: una presidenza senza scandali. Si può dire, però, che l’intera agenda internazionale di Barack Obama sia il suo piú grande fallimento. Il non troppo nascosto tentativo di ritirare gli Stati Uniti dal proprio ruolo di garante della democrazia mondiale, e farlo senza scadere in un isolazionismo iper conservatore — che oggi è forse l’opzione meno spaventosa tra tutte le vie che potrebbe intraprendere Trump — ha dell’impossibile.

“Costruire un esercito del ventunesimo secolo e dimostrare saggezza in come lo usiamo” è una dichiarazione chiave per capire le intenzioni dell’amministrazione dietro i ripetuti fallimenti: dalla politica aggressiva ma invisibile con i droni, fino al passo indietro in Siria, Obama sognava degli Stati Uniti influenti ma mai schierati. In controllo, ma con catene lunghe.

Cosa non ha funzionato

La debolezza di politica internazionale di Obama ha senza ombra di dubbio scoperto il fianco agli attacchi repubblicani che, alla fine, sono riusciti a portare alla vittoria Donald Trump. Non si tratta soltanto dell’Obamacare — che gli statunitensi in realtà non odiano, semplicemente non sanno bene cosa sia — o delle politiche sul lavoro — anche se l’amministrazione avrebbe davvero dovuto spendersi sul salario minimo a 15 dollari, e non l’ha mai fatto. È la combinazione, mortale, di politiche di welfare insieme al ritiro dalla scena internazionale, che ha permesso ai critici del presidente di disegnare il personaggio di un presidente incapace, e forse, con secondi fini segreti, una narrativa che alimenta il problema fondamentale che una parte importante dell’elettorato ha sempre avuto con Obama: non era bianco.

Uno studio del 2013 testimonia che ad entrambe le prove elettorali il colore della pelle sarebbe costato a Obama 4 punti percentuali: un’enormità, soprattutto considerato come la rielezione di Obama sia arrivata quasi per un caso fortuito, avendo anche lui perso il voto popolare — per giunta di un certo margine.

Torniamo all’inizio, quando parlavamo degli enormi problemi di comunicazione del presidente. Questo era il malinteso, o forse l’illusione, da cui partiva il problema: che la società statunitense fosse pronta al semplice cambiamento costituito da un presidente di colore, che avere un presidente di colore sanasse la frattura etnica che attraversava il paese. Invece era vero il contrario: ogni giorno che passava, ogni trionfo e ogni fallimento, l’acredine razzista cresceva.

La piú grande ombra che oscura la presidenza Obama è tutto ciò che l’ha resa speciale, e, per ora, unica — quella che dall’Europa viene criticata come una presidenza timida, era comunque troppo per l’America. E da domani la musica cambia — e lascia spazio allo stridore.

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