Sulla crisi migratoria il dibattito pubblico prospera di idee e soluzioni politicizzate. Resta tuttavia una lacuna per quanto riguarda i modelli sociali di accoglienza, su cui la politica si plasma.

A lungo si è parlato di convivenza multiculturale, finché non è entrata in crisi, e da allora si è fatto sempre più spazio al rifiuto. La crisi del multiculturalismo, anche se poco trattata, è più che mai attuale, in special modo dopo questo drammatico 2016.

Ma cos’è il multiculturalismo? Si può dire che fosse partito col piede giusto, quando venne adottato ufficialmente per la prima volta in Canada, nel 1971. Si voleva inviare un messaggio forte: rivendicare il valore del singolo senza vincoli di razza o etnia, in nome della convivenza, della libertà culturale. Da allora la diffusione del modello in Europa è stata rapida, con la Gran Bretagna del Commonwealth in testa come principale laboratorio europeo del multiculturalismo in contrasto stridente con i modelli palesemente discriminatori francese e tedesco.

Nella Francia dell’assimilazionismo l’immigrato era tenuto ad assorbirsi interamente nella cultura di accoglienza, a conformarsi, mentre nella Germania dell’esclusione differenziale, basata essenzialmente sul rifiuto e sulla convenienza di un’immigrazione funzionale, dominava il modello dei lavoratori ospiti, al servizio dei bisogni del sistema nazionale di produzione. In questa forma di accoglienza temporanea, l’immigrazione è vista come un fenomeno contingente, necessario alla nazione: gli immigrati non devono mettere radici. Ci si attende infatti che rimpatrino dopo un certo periodo.

Lavoratori bengalesi sorridono tesi alla fotocamera, mentre attendono di essere rimpatriati. Foto CC UK DFID

Lavoratori bengalesi sorridono tesi alla fotocamera, mentre attendono di essere rimpatriati. (foto CC UK DFID)

Perché non percepiamo questi modelli come obsoleti ed anacronistici? Suonano familiari. Anche se camuffati dalla retorica della libertà culturale. Da alcuni anni infatti la Germania sta operando un revival del vecchio modello, questa volta nella forma più compatta dei lavoratori stagionali. La nuova versione tedesca si è poi rivelata un frammisto col modello assimilazionista, specialmente da quando Angela Merkel ha dichiarato il multiculturalismo “completamente fallito” e si è espressa a favore dell’adattamento del migrante alla cultura tedesca.

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Il multiculturalismo è al contrario basato su una visione essenzialmente relativista, uno sforzo reciproco volto alla comprensione e all’accettazione della diversità, negando il concetto di una cultura giusta o preferibile. In questo modo il migrante prende parte nella società alla pari di ogni altro individuo, mantenendo i propri tratti culturali. È in questo che differisce dall’assimilazionismo, che sì punta all’integrazione permanente degli immigrati, ma escludendone l’importazione culturale. Essi devono omologarsi a una cultura che mira a emanciparli da quella di provenienza, considerata incompatibile, o retrograda, o peggio ancora nociva.

Chinatown, Manhattan, Doyers e Mott Street. Foto CC via Wikimedia Commons

Chinatown, Manhattan, Doyers e Mott Street. (foto CC via Wikimedia Commons)

Attualmente assistiamo a pratiche neo-assimilazioniste giustificate da una narrazione della libertà culturale, della convivenza multietnica, ma che al contrario mirano a una omologazione culturale ed all’instillazione piuttosto palese di principi, valori e costumi filoccidentali. Prendiamo ad esempio la cerimonia di concessione di cittadinanza statunitense: i giuramenti sono fortemente ritualizzati, dopo l’11 settembre 2001 anche volutamente più solenni che in passato. Il nuovo cittadino si impegna pubblicamente a conformarsi non soltanto alla legge, ma soprattutto all’insieme delle norme sociali e ai valori americani, tipicamente sotto l’incantesimo della Libertà Americana.

Ma di neo-assimilazionismo si parla anche nel contesto europeo, in cui viene espressamente richiesta adesione e conformità alla società ricevente. L’omologazione viene anche misurata, tramite corsi di lingua, prove previste dalla legislazione europea e tentativi incerti – spesso inefficienti – di valutare la lealtà politica dei nuovi arrivati. Il tutto “facilitato” da corsi appositi e da contratti d’integrazione.

L’altro elemento significativo che si cela dietro la crisi del multiculturalismo è la sua riduzione alla sola libertà di professione religiosa. Spesso il modello pluralista viene contrapposto all’integrazione in quanto, al contrario, incarna la convivenza nella diversità. Ma se si parla di fede ecco allora che il multiculturalismo torna comodo: ci si trova su un terreno rischioso, e parlare d’integrazione sembra impossibile.

Cosa resta di multiculturale in questi modelli che tanto ne rivendicano la correttezza, ma nell’applicazione concreta si rivelano agli antipodi? Lo slogan.

L’utilizzo inerziale del termine e delle sue implicazioni ha inevitabilmente causato una perdita di percezione delle sue caratteristiche. Così il multiculturalismo da nobile difensore del diritto umano alla libertà culturale si confonde con la celebrazione invasata di ogni diversità. Ovviamente l’utilizzo del multiculturalismo come slogan politico ne ha causato l’apparente fallimento, quando forse il problema è che non venga pienamente messo in atto. A causa della sua inefficienza il modello delle libertà culturali viene spesso contestato di essere una giustificazione all’anarchia nella propria cultura.

Nel corso del 2016 il dissenso si è notevolmente acuito e si è palesato attraverso campagne politiche aggressive, sfruttatrici del malessere e della rabbia di un popolo in cui l’incontro ed il dialogo tra culture non è favorito (di cui il fenomeno Trump è l’emblema). La timida apertura all’accoglienza che vi era stata nel 2015 si è richiusa come una porta in faccia nell’anno appena terminato. Dall’anno del refugees welcome a quello dei muri, dei rimpatri, delle minacce, delle campagne xenofobe e razziste, sempre più appoggiate e legittimate: il 2016 è stato l’anno della narrazione negativa dell’immigrazione.

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dagli archivi, Marco Minniti, all’epoca sottosegretario all’Interno, arriva al Pentagono. (2000, foto public domain USA via Wikimedia Commons)

Nell’Italia del governo Gentiloni quantomeno Angelino Alfano è fuggito dalla gestione delle politiche sull’immigrazione, migrando lui stesso dal Viminale alla Farnesina, ambito politicamente più redditizio per il centrodestra. Tuttavia al Ministero dell’Interno Marco Minniti ha inaugurato un ritorno di Cie ed espulsioni, segnando una certa discontinuità con le politiche migratorie del governo Renzi. Sul piano dell’accoglienza l’anno nuovo ha quindi orizzonti incerti. Ma una cosa è certa: ricordiamoci della funzione specchio dell’immigrazione, perché è un’opportunità per vedere chi siamo, ci riflette. Per il solo fatto di essere tra noi, i migranti rendono palese la natura della società d’accoglienza e le sue disfunzionalità.

Oggi il modello multiculturale viene accusato di essere un pericolo, la convivenza causa uno stato di allerta costante. È chiaro che il multiculturalismo sia in crisi, ma non è per forza detto che questa sia la sua fine. L’identità ne è stata completamente distorta e snaturata, e si tende a puntare il dito sulla libertà culturale invece che su un sistema atrofico e ai ben più complessi fattori politico-economici in gioco.

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