Se c’è una nemesi giurata della “alt-right,” la ghenga fluida, anonima, e neo-nazista che ha giocato una parte importantissima nel diffondere le idee di odio che persino il comitato elettorale di Trump si vergognava a diffondere, è il movimento Black Lives Matter.

Black Lives Matter, fondato nel 2013, da anni lavora per tenere nell’agenda dell’informazione la crisi razzista che sta scuotendo gli Stati Uniti. È un problema che, per quanto coperto dalla stampa, non è stato collegato in tempo alla questione elettorale — e ora il mondo ne pagherà le conseguenze. Soli, in un panorama mediatico che non solo dava per scontata la vittoria di Clinton ma che copriva assiduamente Trump perché era divertente,attivisti come Deray McKesson di Campaign Zero avevano avvisato il mondo del pericolo imminente, e non sono stati ascoltati.

Anche BLM è un movimento largamente organizzato online — per la precisione su Twitter, dove è in generale attiva una vastissima e vivace comunità afroamericana, quel “black Twitter” identificato per la prima volta da Feminista Jones su Salon e diventato uno dei pilastri fondamentali della cultura pop sul social network.

Le due comunità si scontrano quotidianamente su Twitter — o meglio, ignoranti assatanati perseguitano quotidianamente minoranze sul social network tutti i giorni, ma, per quanto ci provino, non possono cambiare la realtà — in percentuale, piú afroamericani usano Twitter che caucasici americani, e a differenza loro possono vantare una comunità allegra, serena, e che sa mobilitarsi quando è socialmente importante.

È da questo scenario che Andrew Anglin, del sito internet di propaganda neo-nazista Daily Stormer, annuncia una nuova strategia per distruggere dall’interno Black Lives Matter. (Per favore, non cliccate)

“Come essere un negro su Twitter”

Il post, che si legge come una vera e propria guida passo passo, invita gli utenti a creare falsi account Twitter, rubando foto di persone di colore e assumendo false identità — possibilmente molteplici false identità. Il piano, riassumendo, si compone di pochi passi:

  1. Creare account di persone di colore false e usarli: farli vivere, integrarsi nella comunità locale;
    2. Iniziare discussioni che portino utenti ignari a esporsi politicamente;
    3. Individuare possibili obiettivi: utenti visibili, attivi, ma non famosi, sostanzialmente anonimi — anche se con la propria foto nel profilo;
    4. Accusare queste persone di essere utenti falsi, citando storie proprio come questa. Membri della alt-right sono noti per aver impersonato persone di colore online nei mesi scorsi, e in particolare attorno allo scorso novembre la storia ha fatto un giro su tutti i principali blog statunitensi. Anglin suggerisce di linkare a quelle storie per creare dubbi sulla veridicità degli account.

L’obiettivo è creare lentamente una psicosi tra gli utenti afroamericani, in modo che non possano fidarsi di sconosciuti che incontrano in un thread, o scorrendo un hashtag.

Slang standard: da nikka a shawty

Le istruzioni, pesantemente razziste e stereotipate, sono comunque efficaci: istruiscono un utente senza esperienza su come gestire piú utenti falsi, quali sono le parole del “vocabolario negro” che devono usare per non farsi beccare, e anche come modificare le foto in modo da non farle ricomparire in ricerche invertite di Google Images.

Alcuni appunti farebbero pensare a un post satirico, se non fosse tutto tragicamente vero.

“Non serve che le discussioni abbiano senso, vi verranno dietro comunque. È l’unica cosa che sanno fare.”

Alcune tattiche consigliate:

  • Sostenere di conoscere una persona nel mondo reale “perché i neri non sono in grado di concepire che internet sia una piattaforma globale”
  • Aizzare litigi sessuali. Anglin in particolare consiglia di accusare uomini afroamericani di essere omosessuali, o peggio, di aver avuto rapporti con donne bianche in presenza di donne di colore. “Sono molto sensibili a questo argomento,” commenta.
  • Accusarli di sapere dove spacciano e dove tengono le proprie droghe. È uno stereotipo, “ma gli stereotipi sono quasi tutti veri.”
  • Un altro stereotipo? Accusarli che il loro ultimo mixtape fosse brutto.

In tutto ciò — che per un occhio non abituato al nonsense totale potrebbe quasi sembrare comico — ci sono utenti che stanno davvero provando a destabilizzare Black Twitter inserendovisi — nei commenti un utente linka al proprio account “nero” falso, e non solo è vero, ma sembra, in qualche modo, funzionare:

È possibile controllare e fermare questo tipo di attacchi razzisti su Twitter e Facebook? Molto probabilmente sì: qualsiasi azienda di pubblicità online ha da anni gli strumenti per catalogare per etnia e provenienza gli utenti dei siti su cui pubblica le proprie pubblicità: non servono interventi di futuristiche agenzie a tre lettere statali, è sufficiente tecnologia che decine di aziende nella Silicon Valley già hanno. Ma qualcosa ci fa dubitare che si faranno passi avanti. Nemmeno uno.

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