M. K. è uno studente siriano. Per ragioni di sicurezza, ci ha chiesto di rimanere anonimo.


Nel 1937 l’autore libanese Raif al-Khouri tenne stretto il suo manoscritto da Beirut fino alla Siria: sarebbe diventato il primo libro sui diritti umani della storia. Nel 1962 Meafak Al-Kerzbaro fondò la prima associazione per i diritti umani del mondo arabo. Nel 2000, la prima enciclopedia internazionale sui diritti umani fu pubblicata in Siria, malgrado le tante difficoltà.

Oggi, in un paradosso storico assurdo e sanguinoso, i diritti umani sono in frantumi, sotto le macerie di Aleppo e sotto lo sguardo della comunità internazionale — in un silenzio e in un’impotenza che lasciano sconvolti.

Aleppo, la città più grande della Siria, divisa ormai da cinque anni in due parti — ad est e ovest — è ritornata completamente nelle mani del regime siriano, dopo una serie di scontri  devastanti tra le truppe governative — sostenute da milizie settarie iraniane, irachene e libanesi — e i combattenti dell’opposizione islamista.

Prima della resa di Aleppo Est, mentre i cittadini erano intrappolati nelle zone centrali della città, bombardieri siriani e russi hanno condotto attacchi aerei continui e senza pietà — in quei quartieri si suppone vivessero 250mila persone — usando barrel bomb e bombe a grappolo, messe al bando dalla comunità internazionale. Nel mirino c’erano palazzi, ospedali, cliniche e scuole., Interi quartieri sono stati distrutti. Questi, come il continuo assedio e le carestie forzate, possono certamente essere considerati crimini di guerra, e sono stati portati a termine con un solo scopo: svuotare le aree occupate.

Questa strategia si è in effetti dimostrata molto efficace in molti altri fronti durante la guerra, più recentemente a Daraya.

Allo stesso tempo, non si può  esentare l’opposizione da ogni colpa per quello che è successo a Aleppo Est. Si sono arroccati in quartieri densamente popolati, e hanno ripetutamente rifiutato le richieste dell’inviato dell’ONU Stefan De Mistura di gettare le armi quando era abbondantemente chiaro che il mondo aveva abbandonato i siriani, e che il governo stava vincendo la guerra, senza esitare ad usare l’estrema violenza per cui avevano imparato a conoscerlo negli ultimi cinque anni.

Quando iniziò la mobilitazione, nel 2011, la vera scommessa erano Damasco, la capitale, e Aleppo, culle del ceto medio che rappresenta la vera spina dorsale della società siriana.

Sfortunatamente, ora sappiamo che quel ceto medio non è un’intelligencija in grado di assumere la guida e pagare il vero prezzo del cambiamento — per ragioni che non è questo il luogo per approfondire.

Questo, secondo la mia opinione — insieme ad altri fattori — ha spianato la strada per gli islamisti, e naturalmente di conseguenza solo i più poveri hanno pagato il prezzo più alto.

I siriani “democratici,” come me, si trovano ora in una posizione molto difficile, scossi da sentimenti contraddittori.

Da una parte potremmo essere alla fine di questa guerra assurda e sanguinaria, ma dall’altra a vincere è la tirannia. E questa non è che un’altra declinazione dei numerosi dualismi contraddittori con cui abbiamo a che fare nel mondo arabo.

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