“Il titolo deriva dal concetto tedesco del gläserner bürger, l’uomo o la città di vetro… Nel mondo contemporaneo si ha sempre più la sensazione che sia necessario rendersi un po’ di vetro, aprirsi allo sguardo di tutti e usare la propria persona come un contenuto. E questo non solo se si è artisti o musicisti”.

È così che la cantautrice danese ha introdotto il suo nuovo lavoro, Citizen Of Glass, e già dal titolo è chiaro che abbiamo a che fare con un ascolto quanto mai personale e di non semplice lettura.

Agnes Obel attinge alle scienze sociali per descrivere uno stato mentale diffuso: la sensazione tutta contemporanea della totale assenza di privacy: – “Ti senti come se fossi fatto di vetro e ti stessi guardando dall’esterno ed è come se da una parte ti piacesse ma dall’altra no” — aggiunge in un’intervista — “Sono spaventata da questa strumentalizzazione di se stessi che vacilla sull’orlo del privato e del personale”.

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D’altronde Agnes, pianista di formazione classica, è sempre stata una persona schiva e riservata, molto più incline alle sessioni intime che alle performance con un grande pubblico: è comprensibile che la fama improvvisa, arrivata nel 2010 con Philarmonics, abbia avuto un forte impatto su di lei, spingendola a rielaborare tutto in musica.

E Citizen Of Glass è un lavoro che rispecchia quest’angoscia esistenziale, che scava nello spettro del controllo sociale e nelle insidie dell’invidia per portare alla luce le paure e i sensi di colpa interiorizzati: così fin dal primo brano, Stretch Your Eyes, l’attacco degli archi in medias res scende come un brivido giù per la spina dorsale, anticipando l’’inquietudine che permeerà tutto l’ascolto.

Anche i testi riflettono la precarietà e il senso di soffocamento: “A grip that will hold / so tight and close/ around my throat/ with the weight of all our lives” o “I tell myself I wanna hide/ I tell myself I wanna be lied to/ Silent reader of my mind/ do you know what i will ask of you? Tell me if you wanna hide/ Tell me if you wanna be lied to”.

Ma è la musica che più di tutte incarna queste sensazioni: dimentichiamoci l’algida sensualità di canzoni come Fuel To Fire o la leggerezza di Aventine ed entriamo in un mondo etereo e cerebrale, dove il piano la fa ancora da padrone ma la tessitura è spostata verso l’acuto e il timbro verso il freddo. Rimangono gli archi, ma sono ormai rarissime le incursioni del violoncello, che dava calore e morbidezza ai lavori precedenti; in compenso compaiono strumenti inusuali, come la spinetta, la celesta e il pressoché sconosciuto trautoniumche contribuiscono a conferire agli arrangiamenti una patina spettrale, dal sapore quasi gotico. La scrittura rimane molto sinfonica, cinematica, ma le atmosfere si spostano verso il dark di Hitchcock, e persino la voce limpida della cantante viene spesso affilata e distorta, come in Familiar, dove viene abbassata di un’ottava per creare un dialogo spettrale tra Agnes e il suo fantasma.

Con Citizen Of Glass Agnes Obel si dimostra quindi un’artista che, seppur ancorata ad alcuni stilemi caratteristici, è capace di sapersi reinventare e di approfondire tematiche complesse con un linguaggio innovativo e personale. In quest’ultimo lavoro, però, sembra quasi assimilarsi allo stesso vetro che stava plasmando, risultando più fredda e distante e perdendo parte del fascino e della sensazione di intimità che era capace di trasmettere.

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