in copertina: la mappa — completamente di fantasia — disegnata da Jay Simmons

Due articoli condivisi il 4 e il 5 aprile dal Corriere della Sera presentano una visione estrema e opposta del cambiamento climatico, ma sono entrambi in disaccordo con i dati scientifici.

Mercoledì 4 aprile la pagina Facebook del Corriere della Sera ha ricondiviso un articolo – quattro immagini con quattro righe di testo – accompagnandolo con un commento fallace sul tema del cambiamento climatico.

post-mappa

L’immagine, ri-titolata dal Corriere “La mappa dell’Italia nel 2100”, raffigura il bel paese nell’ipotetico scenario futuro di un innalzamento del livello dell’oceano di svariate decine di metri, in seguito al quale numerose città come le conosciamo oggi non esisteranno più perché sommerse dall’acqua.

Il lancio dell’articolo su Facebook recita: “Tra 85 anni, l’innalzamento del livello del mare causato dal riscaldamento globale avrà fatto scomparire intere città, Roma compresa. Ecco una possibile immagine dell’Italia nel 2100”.

L’affermazione “una possibile immagine dell’Italia nel 2100” è semplicemente falsa.

Nel 2014 l’IPCC – l’organismo internazionale che si occupa di studiare il cambiamento climatico nel passato, presente e futuro del nostro pianeta – ha tracciato i possibili scenari che si potranno verificare nel 2100 a seconda di quanto la società umana si impegnerà a mitigare il surriscaldamento globale da oggi fino ad allora.

Ogni scenario (pathway) è associato ad una corrispondente concentrazione atmosferica di anidride carbonica che potrebbe verificarsi nel 2100 e ciascuno di essi fornisce informazioni su quali saranno le condizioni fisiche “medie” della Terra in quell’anno.

Ebbene, per lo scenario più critico, il cosiddetto RCP 8.5 o scenario 4°C, meglio noto come “business as usual” – dove le emissioni di gas climalteranti aumentano come se l’intero genere umano avesse scelto di ignorare il problema del cambiamento climatico – l’IPCC e altri scienziati hanno previsto un range di aumento medio del livello del mare compreso tra gli 0.5 e i 2 metri, che verosimilmente si assesterà al valore di 1.1 metri.

Anche questa cifra è un valore medio, affetto da errore, cui si aggiunge il fatto che a livello globale il mare si distribuisce a livelli leggermente differenti a causa della rotazione terrestre, ma in nessun caso può essere connessa ad un aumento del livello del Mediterraneo di svariate decine di metri come quello rappresentato nell’immagine di cui sopra (questa mappa costruita da Climate Central basandosi sui dati dell’IPCC ne è la prova).

La figura è stata ripresa dal profilo DeviantArt di Jay Simmons, un artista che immagina le conseguenze del cambiamento climatico in Italia nel 2100; ma è la sua immaginazione creativa non basata su fatti – o meglio non basata su valori numerici realistici – e questo l’articolo del Corriere lo dice chiaro e tondo, al contrario del lancio sul social network.

L’articolo è uscito nell’agosto del 2015. Perché a distanza di tre anni il Corriere ha improvvisamente deciso di ripescare dall’archivio una mappa così impressionante da mostrare al proprio pubblico su Facebook?

Forse vuole lenire i sensi di colpa dopo aver pubblicato questo:

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Questo è un articolo di negazionismo climatico, di una certa sottigliezza tra l’altro.

Dentro ci sono tutti gli elementi più cari ai climate skeptics: il richiamo alle variazioni del clima nel passato preindustriale, l’attacco alla scienza del clima (“la «scoperta», di fenomeni quali il Niño e la Niña definiti «nuovi» è ridicola”), la figura dell’intellettuale solo, incompreso e controcorrente (Giovanni Sartori in questo caso, un importante scienziato politico, ma non un climatologo), la messa in guardia dalla demagogia, dalla corruzione della società e dal pensiero unico, l’attacco all’uomo medio ignorante e aggressivo che “ha smesso di ragionare” – un’argomentazione in cui l’autore salta di palo in frasca e confonde il lettore avvalendosi della retorica più che della logica.

Proprio per la forma in cui viene steso il discorso, la struttura logica dell’articolo è difficile da attaccare per chi non si intende di fisica dell’atmosfera. Una sola frase lo tradisce: “Il riscaldamento climatico attuale è del tutto naturale facendo storicamente seguito…” non è necessario andare oltre, non importa cosa ci sia dopo, questa affermazione è falsa.

Il cambiamento climatico attuale – quello che evolverà fino ed oltre il 2100, causando non pochi problemi alla popolazione globale – è causato dall’uomo attraverso l’immissione di gas climalteranti in atmosfera, su questo concorda il 97% degli scienziati di tutto il mondo.

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Quindi la prima cosa da fare per mitigare il cambiamento climatico è ridurre l’emissione di gas serra eliminando il consumo dei combustibili fossili e sostituendolo con l’energia prodotta da rinnovabili, perché l’autore non lo dice chiaramente?

Nella chiosa si propone invece di “cominciare col ripulire gli oceani” e con l’eliminare la plastica, azioni che vanno certamente perseguite data la grave situazione in cui versano gli oceani del pianeta, ma che non sono la principale soluzione al problema del surriscaldamento globale, oggetto dell’articolo.

Quanto pubblicato il 4 aprile si aggiunge ad una spiacevole lista di articoli del Corriere firmati da odiatori di professione, strenui difensori dell’industria petrolifera, noti climate skeptic o da persone che non avendo studiato la scienza del cambiamento climatico finiscono col diffondere falsità sull’argomento.

È alla luce di questo trend che il post del 5 aprile con la mappa dell’Italia sommersa pare un goffo tentativo di rimediare alle falsità pubblicate il giorno precedente.

Ma passando dal negazionismo al catastrofismo a distanza di una giornata si rischia solo di rendere banale agli occhi del lettore un fenomeno complesso e delicato da cui dipende il benessere o la povertà – per non dire la vita o la morte – di un numero enorme di persone.

È assurdo che nel 2018 il più importante quotidiano italiano deleghi la trattazione del surriscaldamento globale a personale non qualificato o disallineato rispetto alla comunità scientifica globale, quando invece i giornali internazionali spendono un capitale per formare giornalisti altamente specializzati esclusivamente in questo campo.

Ha collaborato Andrea Radici

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