C’è del successo personale, penso, nell’essere riuscita a non procurarmi un’ernia al disco sollevando lo zaino in tutti i posti in cui l’ho dovuto sollevare, o soprattutto nell’essere riuscita a non farlo cadere sulla testa di qualche ignaro passeggero mentre cercavo di incastrarlo nei vani portabagagli dei treni di mezza Europa. O nel non essermi slogata un spalla cercando di portarmelo appresso con un braccio solo e incastrandomi nelle porte. O nel non essere precipitata giù dai mille scalini ripidi che ho deciso di salire, a Coimbra, quando si è incastrato in un arco, vizio di qualche architetto pazzo che voleva attentare alla vita degli scalatori, costruendolo troppo basso. O nel non essere morta su quegli scalini, in ogni caso, perché erano le sette del mattino, avevo dormito due ore, l’ostello non aveva intenzione di aprire i battenti prima delle quattro del pomeriggio, e l’Everest mi sarebbe parso più accomodante, in quel momento.

Coimbra è una città dalle mille scale, sul serio, e per capire il tono con cui lo sto dicendo infilate qualche imprecazione tra mille e scale.

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O nel non aver perso tutti i miei averi, fatta eccezione, credo, per due accendini e un caricatore del kindle, il che è quasi miracoloso per i miei standard, anche se lo zaino continua a sembrarmi meno pesante dell’inizio in modo sospetto, ma ho deciso di imputarlo all’abitudine. O nel riuscire, a meno di non venir risucchiata in un cortocircuito spazio-temporale, ad arrivare a Porto in tempo per prendere l’aereo che mi riporti in patria. In anticipo, addirittura. Penso al primo giorno di viaggio, a Salisburgo, e erano appena tre settimane fa, ma mi sembrano infinitamente lontane nel passato, come tre settimane fa mi sembrava infinitamente lontana, nel futuro, l’idea di arrivarci per davvero in Portogallo. Il problema degli ultimi giorni di viaggio è che, inevitabilmente, la mente si proietta in avanti e si rischia di smettere di vivere l’attimo, si pensa già a cosa bisognerà fare al ritorno, l’appuntamento per rinnovare il passaporto, le telefonate, gli incontri, le riorganizzazioni, ma questi sono fatti miei e non penso vi interessino. E la stanchezza, pesante come un macigno, e l’adrenalina che cala. E la malinconia di cui è intriso tutto ciò che finisce. Insomma, un sacco di cose.

 

 

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Si inizia a scivolare fuori dalla dimensione del viaggio, dall’evasione, e bisogna fare i conti con tutto quello che si è rimandato al dopo, quando torno, che tanto quando torno sembrava così imprevedibile come momento che non c’era il rischio di prendere la questione sul serio.

E invece tra poco torno. Ma nonostante ciò, il ventunesimo giorno è ancora dedicato ad altro, e sono a Coimbra, città universitaria, e sono le sette del mattino e, oltre a me, in giro sembrano esserci solo i piccioni.

Che sia un condizionamento pregiudiziale, e quasi sicuramente lo è, ma che importa, quando una città mi si addice, mi parla in qualche modo, mi piace e mi affascina, lo capisco immediatamente. E’ un qualcosa che sta nell’aria, o nella luce, o più realisticamente nella mia testa. Ma Coimbra mi piace subito, vuota com’è, e fredda per la notte che è appena finita, grigia prima che esca il sole bollente dell’estate. Mi piace anche quando scopro tutte le scale che mi toccherà scendere e salire, scale ovunque, scale ripide, Coimbra città delle mille scale, lo so, l’ho già detto, ma sono rimasta quasi traumatizzata (drammatizzo) da tutte le salite in cima alle quali ho dovuto portare me e il mio zaino, per arrivare da qualche parte. Che poi non è che quando arrivi in cima a una salita sei a posto, sei nel centro della città e non devi più scendere. Dopo la salita c’è una discesa, e poi c’è un’altra salita ancora, neanche Coimbra fosse stata costruita sui sette colli di Roma.

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Siate indulgenti, capitemi, vengo da Milano, città piatta, dove l’unica salita urbana che mi viene in mente al momento sono i due piani di scale di casa mia.

Ma dalle scale si aprono scorci di città vista dall’alto, come a Milano mai, e ci sono i fiori viola rampicanti che si attorcigliano sui lampioni, e, di facile seduzione, non appena arrivo alla piazza dell’università, che è deserta e bianca, sono senza fiato, ma già innamorata. Coimbra si dispiega sotto il mio sguardo, ancora addormentata, nel suo miscuglio affascinante di villette abbandonate, giardini, palazzine anni Sessanta, monumenti, statue, ricchezza e povertà, vecchio e nuovo, decadenza e rinascita dalla decadenza — e in essa — il fiume in sottofondo. Mi domando perché siamo così attratti dalle cose che vanno a pezzi, dalle rovine — ma forse non è il caso di parlare al plurale. Mi domando, quindi, perché sono così attratta dalle cose che vanno a pezzi, da case che un tempo dovevano essere lussuose e adesso hanno l’intonaco che si scrosta dalle facciate e assi inchiodate alla finestre. È perché vedo in esse la possibilità di una resurrezione dalle ceneri, un ritorno a una nuova gloria? È perché mi ricordano della casa al mare, col tetto sfondato, e il mobilio di un’altra epoca? Qualsiasi sia il motivo, qui una nuova vita ha già iniziato a prevaricare la vecchia, e molte delle palazzine sono in via di ristrutturazione o son già diventate alberghi, bar, ristoranti, nuove abitazioni. Tra cui l’ostello, che da fuori non promette nulla di buono, due piccole bandiere, quella europea e quella portoghese, sbiadite e polverose, ma che dentro è delizioso.

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Non vi ho mai parlato degli ostelli, né me la sento di pubblicizzarne uno, ma, sarà che sono estasiata all’idea di potermi fare una doccia e sdraiarmi su un letto, questo di Coimbra è uno dei più confortevoli in cui sia mai entrata, in tutto, dalla cucina ai bagni alla vista meravigliosa sulla città, al ragazzo della reception che mi porta lo zaino in camera. Galanteria contraria all’emancipazione femminile? Dovrei essere offesa, rifiutare? Non apritemi la porta, non cedete il passo, non offritemi da bere? Ma non ci sono problemi più importanti a cui pensare? In ogni caso, sta solo facendo il suo lavoro e probabilmente ho la faccia di una che se rimane in piedi altri cinque minuti crolla addormentata sul pavimento e lì rimane. Tutto questo per dirvi, se passate per Coimbra, Grande Hostel e non ve ne pentirete. Non mi hanno pagato per diffondere il nome, davvero, ma sono piena di gratitudine, hanno persino una collezione di caffettiere moka in cucina con cui puoi farti il tuo caffè, pescandolo da un grande barattolo di latta arancione, a ogni ora del giorno e della notte.

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Le vie che si inerpicano attorno e verso gli edifici dell’università, popolate, come scopro quando la città inizia a svegliarsi, da tavolini di bar e profumi gradevoli di cibo, sono decorate da festoni colorati di quelli che sembrano centrini lavorati all’uncinetto. Cerco di decifrare un manifesto che dice qualcosa a riguardo, senza grande successo, e mi rimane il dubbio che siano i residui di un festival, appunto, di lavoro all’uncinetto o della festa di una santa la cui statua serafica sta al centro di una piccola piazza, protettrice, probabilmente, di chi lavora all’uncinetto. Sono, in ogni caso, decorazioni allegre, estetiche, e si confondono con i fiori dei balconi.

 

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