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La crisi dei carburanti e gli orizzonti del governo Meloni

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Elaborazione CC-BY-NC-SA 3.0 IT presidenza del Consiglio dei ministri

Il governo Meloni è tranquillo, coperto da una ampia maggioranza parlamentare. Ma nei primi mesi di governo ha deluso in modo seriale i propri elettori, e nei prossimi mesi le difficoltà da affrontare saranno ancora più complesse

Lo sciopero dei benzinai, annunciato perché il governo aveva cercato di scaricare la responsabilità dell’aumento dei carburanti sulla categoria, è “congelato” — almeno fino al 17, quando ci sarà un nuovo incontro tra i rappresentanti delle associazioni e Palazzo Chigi. Mentre scriviamo non sono ancora stati formalizzati i cambiamenti al Dl benzina, che dovrebbe essere bollinato oggi, ma dovrebbe contenere un meccanismo per ridurre le accise in caso il prezzo del self service superi i 2 euro, e un ammorbidimento delle sanzioni contro i benzinai che non espongono il doppio prezzo, con le più rigide riservate solo per le “omissioni” e non per i “ritardi.” 

Aver fermato lo sciopero dei benzinai è una vittoria importante per il governo, che viene da una serie di “tradimenti” nei confronti di diversi bacini elettorali, e che era quindi preoccupato di una rottura con la filiera del trasporto. Ma aver temporaneamente calmato i benzinai non vuol dire aver risolto il problema dei carburanti: ieri Fazzolari è tornato a sottolineare che “si riducono le accise solo se c’è un aumento del prezzo del carburante e dunque un maggior gettito Iva da utilizzare.” L’idea, quindi, sembra essere quella di cercare di “resistere” e incassare l’extragettito, fino a quando non ci siano abbastanza risorse per abbassare le accise — come se i prezzi non fossero già oltre l’insostenibilità. 

Nei giorni scorsi il governo aveva avviato una campagna di distrazione, cercando di addossare la responsabilità degli aumenti sulla speculazione dei benzinai — in realtà i dati mostrano che gli aumenti sono perfettamente in linea con le accise: lo sconto concluso il primo gennaio era di 18 centesimi, e il prezzo medio della benzina e del gasolio self service è aumentato di 19 centesimi. Due giorni fa, rispondendo a un’interrogazione del deputato FI Luca Squeri, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha dichiarato che “bisogna spiegare e rivendicare la scelta politica fatta dalla maggioranza con la manovra” — rivendicando che quando il governo precedente ha deciso per lo sconto, il costo dei carburanti era ancora superiore ad adesso. Ovviamente, il discorso di Pichetto Fratin ignora come nel frattempo la situazione economica sia andata a deteriorarsi, e come l’aumentare dei carburanti inevitabilmente porterà a nuovi, ulteriori aumenti sui prezzi di altri prodotti. 

La domanda di Squeri si contestualizza nel pressing, dietro le quinte, di Forza Italia e Lega, che vogliono che si scontino le accise al più presto, e stanno facendo pressione sulla presidente del Consiglio e sul governo. La formula per arrivare allo sconto sarebbe la stessa usata dal governo Draghi: calcolare come copertura per la riduzione delle accise l’extragettito dell’Iva dovuto proprio dall’aumento del costo della benzina. Per Fratelli d’Italia è un gioco col fuoco, perché dopo una legge di bilancio deludente — con pochi soldi da distribuire e con l’umiliazione della sconfitta nella battaglia ideologica sul Pos — la resistenza di Meloni contro misure per scontare la benzina rischia di alienarne l’elettorato.

Ma in cosa spende il governo Meloni, se non per le accise? Il mancato taglio ai costi del carburante non è l’unica scelta parzialmente inaspettata: tra i vari tagli spiccano ad esempio l’azzeramento del fondo del sostegno alla natalità — confluito nell’assegno unico alle famiglie, è vero, ma con un saldo totale delle misure che vede 3 milioni e 350 mila euro in meno. È stato tagliato di 200 milioni di euro anche il fondo per il servizio civile universale. Crescono invece i soldi per le politiche spaziali e aerospaziali.

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