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in copertina, McCarthy entusiasta di un albero di Natale.
Foto via Facebook

La maggioranza repubblicana alla Camera è divisa e paralizzata: il leader dei parlamentari repubblicani, Kevin McCarthy, non è riuscito a farsi eleggere come Speaker — la carica equivalente al presidente della Camera italiano

Ieri si è votato tre volte e la maggioranza non è mai riuscita a consolidarsi sul suo nome. I repubblicani controllano 222 seggi: per la maggioranza ne sono necessari 218 — ma alle prime due votazioni 19 deputati hanno deciso di opporsi alla sua candidatura, lasciando McCarthy sotto di 15 voti. Alla terza votazione la fronda ha guadagnato un ventesimo membro, aprendo alla possibilità che oggi la crisi possa allargarsi ancora. In tutti e tre le votazioni tecnicamente McCarthy non è nemmeno arrivato primo, perché il partito democratico ha votato compatto per il proprio candidato, Hakeem Jeffries.

Prima del quarto voto, con il rischio di fare nottata, la seduta è stata aggiornata. Una situazione del genere non si ripeteva dal 1923 — esattamente un secolo fa — quando il candidato repubblicano non è stato eletto fino alla nona votazione. Vale la pena menzionare anche il record dell’elezione del presidente della Camera del 34esimo congresso, nel 1855, quando ci vollero due mesi e 133 voti per eleggere William Aiken — della sigla xenofoba Know Nothing / American Party, siamo prima del bipolarismo.

Mike Madrid, co–fondatore del Lincoln Project, il comitato di azione politica repubblicano ma anti–Trump, ha commentato che per McCarty questa è la “giornata più umiliante della sua carriera politica.” Una descrizione efficace, condivisa da diversi commentatori e politici. Ma cosa è successo di preciso? La rivolta è opera del Freedom Caucus, il gruppo parlamentare di estrema destra — un’eredità degli anni del Tea Party — che controlla 54 seggi alla Camera: e che quindi ha la forza di far allargare la crisi. Fin dalle ore precedenti al primo voto, il leader del gruppo, Scott Perry, aveva fatto capire che una convergenza sul nome di McCarthy sarebbe stata praticamente impossibile.

Il parlamentare californiano Ted Lieu è andato preparato

L’incognita per la tenuta della candidatura di McCarthy resta il sostegno di Donald Trump. Ieri l’ex presidente non si è sbilanciato, limitandosi a dire “vediamo cosa succederà.” McCarthy è fedele a Trump, che però non vuole essere responsabile di un’altra sconfitta politica: lunedì sul suo social network privato, Truth Social, ha scaricato la colpa della vittoria azzoppata dei repubblicani alle elezioni di metà mandato alle posizioni estremiste di molti membri del partito sull’aborto. È un’analisi condivisibile, ma che ha ulteriormente agitato le acque del partito, dove i gruppi anti–aborto sono enormemente influenti. La rottura di Trump è stata letta come un segno delle sue difficoltà a riconnettersi con l’elettorato conversatore, e secondo il commentatore di destra Ben Domenech si tratta di un segno di disperazione.

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