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Le proteste “dei fogli A4” contro le politiche anti–Covid arrivano proprio mentre i contagi aumentano: in Cina le proteste non sono rare come si potrebbe pensare, ma erano anni che non se ne vedevano di così ampie e diffuse.

La politica “zero Covid” ha salvato innumerevoli vite, ma ora è diventata un problema per il governo cinese, che deve gestire, oltre alle proteste, anche l’aumento esponenziale dei contagi.

Le autorità cinesi stanno cercando di far rientrare le proteste contro le politiche anti–contagio, cercando di smorzare i toni e prendendo nuovi impegni nei confronti dei cittadini. Ieri la Commissione nazionale di sanità si è impegnata ad aumentare il tasso di vaccinazione tra le persone meno giovani, e ha chiesto alle amministrazioni locali di gestire con più tatto le misure Covid zero. La stampa sta cercando di dimostrare la volontà dello stato di ascoltare le proteste, e sullo Zhejiang ribao è apparso un editoriale che esplicitamente prende le parti dei manifestanti, titolando: “Mettere le persone al primo posto non vuol dire mettere le misure anti–pandemia al primo posto.” L’articolo è stato accolto con grande entusiasmo dai netizen cinesi.

Le autorità stanno cercando di placare anche le proteste studentesche: l’Università Tsinghua, a Pechino, dove si forma l’élite politica cinese, ha organizzato un incontro con gli studenti, per discutere le misure anti-Covid vigenti. Già prima dell’incontro l’università aveva preso l’impegno di non perseguire nessuno degli studenti che avevano partecipato alle proteste, e finora sembra che sia andato così — anche se durante l’incontro le autorità hanno fatto finta che non ci fossero state del tutto, le proteste, limitandosi a parlare di Covid.

Il controllo delle proteste avviene anche con la forza: video diffusi nei giorni scorsi sui social verificati dal New York Times mostrano la presenza massiccia di polizia a Shanghai, Pechino, e Hangzhou. Secondo alcune testimonianze, la polizia avrebbe chiesto di vedere il telefono di alcuni manifestanti, per verificare che non fossero presenti VPN e l’app di chat Telegram, che era stata usata per coordinare le proteste nei giorni scorsi. Sui media, la tv di stato CCTV ha iniziato a mostrare con meno prominenza il pubblico presente alle partite dei mondiali: le immagini delle folle senza mascherina aveva fatto molto discutere i netizen cinesi nei giorni scorsi, mentre su Twitter è in corso una campagna di post spam da parte di bot che cercano di rendere impossibile cercare gli hashtag in cinese delle città dove si sono svolte le proteste.

Sabato scorso un numero imprecisato di cittadini è sceso in strada anche a Shanghai, Pechino, Chengdu e Wuhan, in alcuni quartieri anche infrangendo le stesse misure anti–contagio contro cui si stava protestando.

A Shanghai, dove le proteste avevano visto un’ampia partecipazione già il giorno precedente, la polizia era attiva per cercare di impedire l’organizzazione del dissenso. Un giornalista di BBC News, Edward Lawrence, è stato aggredito, arrestato e trattenuto dalla polizia diverse ore, e la polizia ha fermato e confiscato i materiali di un secondo giornalista, Michael Peuker, di Radio Télévision Suisse. Manifestazioni e proteste non sono un fatto raro in Cina, ma quello che rende gli eventi di questi giorni diversi dal solito è che il rifiuto delle misure zero Covid sta facendo saldare gruppi che raramente protestano insieme.

Il rifiuto delle misure anti–contagio presenta problemi organizzativi e politici rilevanti per il Partito comunista cinese: al congresso Xi Jinping ha dato grande rilevanza alle politiche zero Covid, e il paese sta attraversando l’ondata di contagio più grande finora, anche se di dimensioni comunque sempre minuscole rispetto ai numeri a cui siamo abituati in occidente. Negli scorsi mesi il paese è riuscito progressivamente a chiudere il proprio gap vaccinale, ma non ci sono dati sulla copertura della popolazione contro le nuove varianti. La frustrazione dei cittadini emerge da numerosi fronti: un elemento è certamente il confronto con la completa mancanza di misure anti–contagio, e quindi con la “libertà,” del resto del mondo, ma anche con le crescenti difficoltà nella gestione delle misure zero Covid stesse. Un caso che ha destato particolarmente scandalo è stato quello di Lanzhou, dove lo staff che effettuava i tamponi non aveva i documenti di negatività recente — quelli di validità di 24 ore, non dissimili da quelli usati in Italia.

Le manifestazioni erano cominciate come commemorazione per le vittime dell’incendio nella città di Ürümqi, in Xinjiang, dove ora le autorità locali stanno investigando per individuare eventuali responsabili del ritardo dei soccorsi. La commemorazione di Shanghai, in via Ürümqi, si è presto trasformata in una manifestazione di frustrazione contro le misure contro il contagio, con gruppi di persone che cantavano “Codice locale, vaffanculo” — il “Codice locale” è il codice QR che i cittadini devono scansionare per entrare nei locali chiusi, in modo non dissimile da un “green pass.” Ad un certo punto si è cantata anche l’Internazionale in cinese.

Un graffito sul cartello per il mese della qualità dell’insegnamento commenta: “Va bene.”
Il cartello è stato poi rimosso

Contemporaneamente, si stava tenendo una manifestazione in supporto alle vittime dell’incendio anche di fronte all’Università della Comunicazione di Nanjing dove l’università ha protetto gli studenti spegnendo le luci degli edifici, rendendo più difficile identificare i partecipanti alla manifestazione. Una terza manifestazione, di nuovo contro le misure anti-contagio, si è tenuta all’Accademia di Belle Arti di Xi’an.

https://twitter.com/YongChuTaFei/status/1596552342853545984

Protestare, e far circolare messaggi di dissenso, è particolarmente complesso in Cina, per cui le manifestazioni stanno prendendo forme peculiari. Alcuni commentatori si sono riferiti alle proteste di questi giorni come “la rivoluzione degli A4” — un riferimento ai fogli da fotocopiatrice bianchi portati in manifestazione — mentre gli slogan assumono le forme più disparate, come “Voglio andare al cinema!” — un riferimento non solo ai lockdown ma anche alle versioni dei film spesso rivisitate per il mercato cinese. Sui social continua la corsa alla perifrasi tra censura e utenti — nei giorni scorsi era emerso il meme di scrivere commenti positivi come espressione di protesta, ma ora iniziano a essere censurati anche questi post, per cui ovviamente qualcuno ha provato a commentare che le cose “Non vanno bene né male.”

“Non male non male non male non male non male non male non male non male non male non male non male…”

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Blogger, designer, cose web e co–fondatore di the Submarine.