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Tre giorni (e tre notti) al festival dei professionisti della musica dal vivo

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in copertina, foto Noémie C. @noemyparis / MaMA Festival

Dagli hub-creativi alla luce del sole in scenografici saloni con affreschi neoromantici, alle differenti atmosfere notturne dei locali di Pigalle, 72 ore al MaMA Festival

Mancavamo dal 2019, ultimo anno della vita pre-pandemia, pre-pass sanitario, pre-crisi della musica dal vivo, l’ennesima, speriamo l’ultima. Il MaMA è un’esperienza fisica e mentale particolare da vivere tra il dentro e il fuori, il sopra e il sotto, il prima e dopo. Tra i rinomati club del 18esimo arrondissement di Parigi e le strade di Pigalle piene di turisti, venditori ambulanti, sexy shop miracolosamente ancora aperti, kebabbari e negozi di souvenir. Tra il Moulin Rouge e il Sacro Cuore, una realtà fatta di 10 sale, 120 concerti, 170 conferenze e 6800 professionisti del mondo dello spettacolo dal vivo, e non solo, circoscritta per tre giorni in due chilometri quadrati.

L’esperienza giornaliera inizia alle dieci di mattina e prevede incontri e hub-creativi in scenografici saloni con affreschi neoromantici, dove si cerca un posto ai workshop più richiesti, una presa di corrente per ricaricare il telefono o un divano per riposarsi. Quella notturna prevede lo studio approfondito di un programma troppo fitto perché si riesca a soddisfare ogni necessità, con una media di sei concerti in contemporanea. In tre giorni e dieci venues, si provano dieci bagni diversi, dieci acustiche, dieci tipi di pubblici, dieci barman e altrettanti bodyguard, ma purtroppo sempre una sola birra (la sempreterna Heineken alla spina). Nella nostra top tre: la scenografia del Phono Museum, l’acustica della Cigale e l’accesso alla sala del Backstage by the Mills: si entra dall’uscita di sicurezza, scendendo le scale ed entrando in una sala su due livelli, e una volta finito si esce dal fondo di un tamarrissimo bar di quartiere, à la speak easy, passando dai concerti agli schermi televisivi che trasmettono le partite di Champions intervallati da tavoli pieni di chupiti fluorescenti. 

Poco lontano, il metal togolese degli Arka’n Asrafokor riempie la sala superiore della Machine du Moulin Rouge, mentre la sala sottostante accoglie il concorso Rappeuses en Liberté. Come si dice in francese, deux lieux, deux ambiances. 

Gli italiani Post Nebbia suonano nel primo pomeriggio di giovedì al Madame Arthur, storica sala cabaret di drag queen e drag king che si inserisce benissimo nell’atmosfera moulin-rougesca. Usano il traduttore automatico per dire chi sono e che saranno le ultime due canzoni, scatenando l’ilarità del pubblico. Conosciamo Chiara e Matilde di Italia Music Export, nata nel 2017 con l’obiettivo chiaro già dal nome di esportare la musica italiana all’estero, navigando tra i vari stereotipi e i vari pubblici, ma anche l’organizzazione di varie attività in territorio nazionale come i songwriting camp, che uniscono artisti di varie nazionalità con l’obiettivo di creare brani a più mani.

Il Laboratorio nasce dalla constatazione che, all’epoca, esistessero uffici di export musicale dei maggiori paesi europei ma non ne esistesse uno italiano. Da qui la necessità fondamentale di poter avere un organismo interno con cui confrontarsi a livello europeo, necessità trasformatasi in realtà grazie al contributo di SIAE.  La volontà non è solo creare nicchie italiane a sé stanti all’interno di un festival, ma di presentare progetti integrandoli in un contesto estero, lavorando insieme ai laboratori export di altri paesi come è stato fatto con i Post Nebbia. L’evento Ciao Voisins ha visto il quartetto padovano insieme a C’est Karma dal Lussemburgo e i Tukan dal Belgio per uno showcase tra cugini. Discutendo ci chiediamo, funziona suonare all’estero per farsi conoscere senza aver prima fatto un lavoro di ufficio stampa sul territorio? La risposta è: raramente, quasi sicuramente no. Fondamentale è attivare una promozione all’estero prima di delineare i contorni di una tournée. Il nome che ritorna più spesso è Andrea Lazslo de Simone, vera icona italiana di cui i francesi sono pazzamente innamorati, che ha potuto imporsi grazie ad un lavoro certosino di PR-aggio prima di catturare i freddi cuori dei parigini. Puoi cercare di invitare tutte le label francesi che esistano, gli amici dei tuoi amici che vivono qui da anni, i booker locali e compagnia cantante, ma tutti avranno già tre serate organizzate e riusciranno a passare solo nel momento in cui ti salta l’impianto. Jokes aside, qual è il vero motivo per cui è complicato organizzare concerti all’estero? La questione rimane aperta.

Mentre ascoltiamo il dibattito intitolato Rap: dove sono le donne? , durante il quale per un’ora si parla di rap femminile, dei problemi e delle specificità del genere riflettiamo che almeno loro ne hanno, di dibattiti sulle donne nel rap. Perché in Italia non siamo neanche lontanamente vicini alla realtà dell’hip-hop americano o francese dove dalla fase “Les MCs femminili si fanno strada” sono passati alla fase “Qual è il ruolo delle donne nel rap?”. Noi siamo ancora alla fase “Ah le donne sanno rappare?” alternata alla fase “Se non ci sono donne, un motivo ci sarà. Non saranno all’altezza” (sigh).

Alla fine dei tre giorni siamo fisicamente distrutti ma pieni di nuovi consigli musicali per questo inverno senza riscaldamento: Romane Santarelli, dj francese tra la techno e l’elettronica che presenta il suo primo album Cosmo Safari e da noi rinominata “la parente musicista di Elena”; i canadesi Choses Sauvages con una nu-disco travolgente e un frontman a metà tra Pete Doherty e Yungblud; la nuova scena brasiliana incarnata da Amanda Magalhães, che oltre ad una voce pazzesca può vantare un ruolo in una serie Netflix e un featuring con Seu Jorge; la nostra connazionale LNDFK (aka Linda Feki), talo-tunisina cresciuta a Napoli labellizzata La Tempesta Dischi e Bastard Jazz Recordings, con un set maliconico-moderno tratto dal suo ultimo album Kuni; o ancora EVÎN, Miet o i Makoto San. 

Qui trovate la playlist ufficiale dell’evento.

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