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Chi fa del male non può fare l’amore?

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La sessualità è l’unico aspetto della vita del detenuto che lo stato non codifica in nessun modo. Negli anni si sono susseguiti diversi tentativi legislativi, senza fortuna. Prima puntata di una serie di articoli dedicati al tabù del sesso nella società

Di sesso in Italia se ne parla poco, almeno in maniera libera e costruttiva. Figurarsi quando la sessualità si intreccia con esperienze particolarmente delicate come il carcere, la malattia oncologica e la disabilità.

L’Italia è infatti uno dei sei stati membri dell’Unione Europea dove l’educazione sessuale non è obbligatoria a scuola, accanto a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania. Ciascuna regione può scegliere autonomamente come agire, e questo espone l’educazione dei più giovani alla frammentazione regionale e alle decisioni del partito politico di turno.

Per giustificare questa assenza, si dice che la sessualità afferisca alla sfera privata degli individui, e quindi dell’educazione sessuale se ne deve occupare la famiglia. Ma come dimostrano i sondaggi, nemmeno in famiglia se ne discute molto (solo uno studente universitario su quattro parla dell’argomento tra le mura di casa). Il canale principale di informazione è internet, con il rischio però di recepire i contenuti senza la mediazione necessaria di un esperto.

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un’educazione sessuale insufficiente porta a un aumento del tasso di gravidanze in età adolescenziale e a una maggiore quantità di persone che con AIDS e altre malattie sessualmente trasmissibili. Avere un programma scolastico di educazione sessuale, oltre a toccare aspetti che riguardano la salute, può avere poi un effetto positivo su questioni sociali più ampie come l’uguaglianza di genere, i diritti umani e il benessere della società.

Ma non è solo una questione scolastica. L’educazione sessuale è più efficace se è accompagnata da campagne informative e di sostegno da parte delle istituzioni. “Educare alla sessualità ha tre livelli,”sostiene il sessuologo Fabrizio Quattrini, presidente dell’Istituto italiano di sessuologia scientifica (IISS), “significa educare in primis gli adulti di riferimento, qualunque essi siano, dai genitori agli insegnanti. Poi ovviamente educare i ragazzi e le ragazze, di ogni ordine e grado di apprendimento. E infine educare i professionisti, perché posso garantire che tanti miei colleghi del mondo accademico e scientifico quando entrano in contatto con queste tematiche potrebbero giudicare o fare degli errori.”

Per questo motivo, quando parliamo di sessualità legata a esperienze già di per sé cariche di stigma, come il carcere, il cancro e la disabilità, uniamo due temi che possono creare un vero e proprio tabù al quadrato. In altre parole, succede spesso che, rispettivamente, il reato, la malattia e la disabilità eclissino totalmente l’individualità delle persone, esasperando all’estremo false credenze sulla sessualità.

Avere un’idea delle problematiche che sorgono da questo intreccio può essere utile in quanto il carcere, il cancro e la disabilità sono come delle lenti di ingrandimento da cui poter osservare meglio alcuni pregiudizi sessuali diffusi. 


“Chi fa del male non può fare l’amore”

“Non si capisce perché l’ordinamento penitenziario abbia così paura della sessualità,” spiega a the Submarine Carmelo Musumeci, condannato nel 1991 per un omicidio a Massa Carrara e da pochi mesi primo ex detenuto condannato all’ergastolo ostativo tornato in libertà grazie a un’ordinanza del tribunale di Sorveglianza di Perugia. Nel 2014 Musumeci ha promosso, insieme all’associazione Antigone, una petizione a favore del diritto all’affettività e alla sessualità in carcere, perché, come ha osservato il giurista Andrea Pugiotto, “la sessualità è l’unico aspetto della vita del detenuto che non è oggetto di alcuna esplicita disciplina.”

In Italia, la prima iniziativa per il riconoscimento della sessualità nelle carceri risale al 1999. Da allora si sono susseguiti vari tentativi legislativi, ma nessuno di essi è riuscito a introdurre tutele significative nell’ordinamento penitenziario.

L’ultimo in ordine di tempo è uno studio di fattibilità richiesto dalla commissione Bilancio del Senato sulla possibilità di costruire nelle carceri italiane alcune strutture che garantiscono ai detenuti uno spazio libero da controlli visivi e auditivi in cui poter esercitare il proprio diritto all’affettività e alla sessualità. Il motivo di questo studio è una proposta di legge presentata nel 2020 dal Consiglio regionale della Toscana, alla quale quest’anno si è aggiunta un’altra proposta del Consiglio regionale del Lazio. Al momento, le discussioni di entrambe le proposte sono bloccate. Probabilmente quella della regione Lazio verrà discussa in autunno, non prima delle discussioni della legge sul fine vita e sull’ergastolo ostativo, sollecitate con urgenza dalla Corte Costituzionale.

Nelle ultime settimane, però, a partire da questo studio di fattibilità sono circolate online alcune ricostruzioni errate secondo cui il governo avrebbe già erogato 28 milioni di euro per costruire quelle che vengono definite “casette dell’amore”. La notizia ha subito sollevato numerose polemiche, soprattutto negli ambienti politici più conservatori, ma non solo.

Non esiste, dunque, una norma che tratta l’argomento in maniera dettagliata. Come dispone la riforma del 2018 della legge sull’ordinamento penitenziario le uniche tutele previste sono quelle che riguardano il diritto dei detenuti alla relazione affettiva. Gli strumenti con cui è predisposta la tutela sono la corrispondenza epistolare, le telefonate e, soprattutto, i colloqui e i permessi premio.

A norma di legge, i locali destinati ai colloqui dovrebbero favorire se possibile “una dimensione riservata.” Secondo i dati forniti dall’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone in Italia si registra un tasso medio di affollamento del 110%, con 38 istituti penitenziari in cui questo valore è superiore al 120%. In queste condizioni è difficile garantire, non solo la riservatezza dei colloqui, ma anche qualsiasi gesto affettuoso.

Lo strumento principale predisposto dall’ordinamento penitenziario per “coltivare interessi affettivi” sono i cosiddetti permessi premio, cioè la possibilità di trascorrere un breve periodo di tempo all’esterno del carcere. Questo beneficio però viene concesso solamente una minoranza dei detenuti, cioè coloro che “hanno tenuto regolare condotta e che non risultano socialmente pericolosi.”

La situazione è più difficile per i detenuti che sono stati sottoposti ai trattamenti penitenziari più duri. “Quando sono stato sottoposto al regime di 41 bis mi permettevano di fare solo un’ora di colloquio al mese – racconta Musumeci – li effettuavo con una parete di vetro che mi divideva da mia moglie e i miei familiari. Ricordo la mia bambina che batteva la manina sul vetro perché non poteva toccarmi, né accarezzarmi.”

Introdotto in seguito alla strage di Capaci per contrastare la mafia, l’ergastolo ostativo prevede il divieto di concessione dei benefici penitenziari ai condannati per delitti di criminalità organizzata, terrorismo ed eversione che non collaborano con la giustizia. A causa di questa preclusione, può accadere dunque che l’intera pena di un ergastolano sia scontata in carcere. Per questa ragione, per riferirsi all’ergastolo ostativo, spesso è usata l’espressione “fine pena mai.” 

Un anno fa la Corte Costituzionale ha dichiarato questo trattamento penitenziario “in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione.” Secondo i giudici, la collaborazione del detenuto con la giustizia non dimostra la rottura del legame con la criminalità organizzata, né viceversa la mancata collaborazione è prova del fatto che egli abbia ancora legami con l’organizzazione. Può capitare, ad esempio, che l’ergastolano non collabori per timore di ritorsioni, oppure che preferisca barattare la propria libertà con quella altrui pur di non accusare familiari o amici.

Per queste ragioni, secondo la Corte, la condizione indispensabile per accedere ai benefici penitenziari della collaborazione con la giustizia è in contrasto con il principio di rieducazione del condannato, del principio di eguaglianza e del diritto di difesa. Entro il prossimo 8 novembre, il Parlamento dovrà modificarne la disciplina e adeguarla al dettato costituzionale.

Per 25 anni Musumeci non ha potuto scambiare un bacio o una carezza con la propria compagna. “Nel carcere un abbraccio, una stretta di mano, toccare una persona che ami, sentirne l’odore è importantissimo,” commenta Musumeci, “la società è convinta che chi fa del male deve ricevere altrettanto male. Bisogna invece educare la società che una pena che fa male, una pena senza amore, converte il detenuto in un uomo peggiore di quello che era prima di entrare in carcere.”

Se in Italia il diritto a una vita affettiva dei carcerati sembra essere garantito solo sulla carta, all’estero le cose stanno diversamente. Lo dimostra il fatto che tale diritto, insieme al diritto alla sessualità, sono tutelati, con modalità differenti, in molti paesi europei e del mondo.

In Croazia e Romania esiste la possibilità di ottenere colloqui prolungati non sorvegliati. Nella comunità autonoma della Catalogna sono predisposte ai detenuti delle stanze; in Norvegia, Danimarca e Olanda veri e propri appartamenti dove è possibile incontrare il proprio partner, ma anche figli o amici. L’ordinamento penitenziario del Canton Ticino prevede il “colloquio gastronomico”, ovvero la possibilità di consumare un pasto in compagnia di parenti e amici. In 31 paesi sui 47 che compongono il Consiglio d’Europa sono previste diverse forme di riconoscimento del diritto di affettività e di sessualità dei detenuti. La previsione di cellule per l’affettività dei detenuti è una questione dibattuta e non di facile applicazione, soprattutto dal punto di vista dei funzionari e della polizia penitenziaria. Lo sottolineava Donato Capece, segretario generale Sappe (il sindacato più diffuso tra la polizia penitenziaria) in un’intervista al Post: “dovremmo costruire i monoblocchi dove consegnare la chiave al detenuto per ricevere la visita senza nessun controllo? E se succede qualsiasi fattaccio?”.

Garantire il diritto alla sessualità dei detenuti è auspicabile in quanto la sua privazione può portare a conseguenze dannose per le persone. “Più lunga e deprivata di risorse è la pena, più sono penetranti i processi di alterazione della propria identità, a fronte dell’assunzione dell’identità del prigioniero, del condannato, del delinquente,” ha dichiarato, in un recente articolo pubblicato sulla rivista Mind, Giuseppe Mosconi, docente di sociologia del diritto presso l’Università di Padova. È in questa situazione che si innescano nei detenuti forme di sessualità “compensative” o violente che spesso determinano sopraffazioni e coazioni.

“In carcere tutto cambia,” ha scritto la psicologa Giuliana Proietti su Ristretti Orizzonti, storico notiziario sul carcere, “Dopo un primo periodo in cui la sessualità passa in secondo piano, il bisogno di allentare le tensioni può cominciare a farsi opprimente.” Se questo desiderio diventa ossessivo può provocare “un cambiamento indotto nell’identità di genere e anche nella scelta del proprio ruolo sessuale, che può portare a delle dissociazioni a livello psichico, e a successivi disturbi psico-patologici o psichiatrici.”

Alcuni studi evidenziano come la possibilità per i detenuti di coltivare la propria sfera sessuale possa ridurre le tensioni, gli episodi violenti e i casi di masturbazione compulsiva, ma anche il numero e la gravità delle sanzioni disciplinari riportate durante la pena.

Musumeci, però, non trattiene il pessimismo sulla possibilità di attuare normative più liberali sulla sessualità dei detenuti: “Probabilmente una norma del genere non verrà mai approvata in Italia. La cosa terribile è che secondo la società chi fa del male non può fare l’amore. Prima di rieducare i detenuti si dovrebbe rieducare la società.”

in copertina foto CC BY-NC-SA 2.0 Inside Carceri

all’interno dell’articolo CC BY-NC 2.0 Inside Carceri

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