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La quotidianità nel conflitto, nelle foto del Nord Africa e del Sud Ovest Asiatico di Fouad ElKoury

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“Il mio obiettivo è rappresentare quello che penso possa scomparire da un giorno all’altro.” Il fotografo Fouad ElKoury ci racconta come vede Palestina, Egitto, Oman e Libano, i paesi raccolti nel progetto Middle East Archives, e come la guerra plasma la cultura, l’identità e la vita di tutti i giorni

Il fotografo Fouad ElKoury nasce a Parigi da madre palestinese e padre libanese. Comincia fotografando la vita quotidiana durante la guerra civile in Libano, continuando negli anni a viaggiare in Medio Oriente, ritraendo l’identità e la cultura dei luoghi. ElKoury è co-fondatore dell’organizzazione non-profit Arab Image Foundation, finalizzata a preservare e collezionare in un archivio fotografie scattate tra Medio Oriente e Nord Africa. Una delle ultime collaborazioni del fotografo è con Middle East Archives, una pubblicazione già sold out che comprende immagini scattate in Libano, Palestina, Oman ed Egitto tra il 1980 e il 1997. 

Abbiamo parlato con il fotografo della sua attività di documentazione e ricerca, che continua da più di quarant’anni.

“Sono nato da madre palestinese e padre libanese, a Parigi. Parlo quattro lingue: francese, arabo, inglese e italiano. Ho imparato l’italiano per strada negli anni in cui ho vissuto tra il sud, Roma e il Friuli. L’Italia è molto bella. Anche il Libano è un paese bello, solo che è governato molto male e le persone non hanno rispetto per l’ambiente e la bellezza, comportamento che ritengo molto triste.”

Cosa significa la fotografia per te? 

Non ho mai pensato al mio lavoro fotografico come a una rappresentazione di bellezza. È più ironia che bellezza. Cerco di preservare ciò che mi è piaciuto nel passato e che adesso è condannato a sparire. Questo aspetto è molto presente nel mio lavoro: continuo a correre dietro al tempo, perché so che in Libano nulla è preservato. Tutto può essere distrutto in qualsiasi momento dall’uomo, dall’avidità, dalla guerra o dalle esplosioni. E quindi continuo a correre. Il mio obiettivo è rappresentare quello che penso possa scomparire da un giorno all’altro.

Com’è nata la collaborazione con Middle East Archives? 

La fondatrice e curatrice del progetto, Romaisa Baddar, mi ha contattato per dirmi che aveva in mente questo progetto. Io ho detto di no: di solito sono io a creare le mie pubblicazioni, voglio essere sempre io la mente dietro ai libri con le mie foto. Ma lei ha insistito… Ha insistito tanto che alla fine mi sono detto: va bene, vediamo cosa viene fuori. Quindi Romaisa ha creato questo piccolo libro, me l’ha mandato, l’ho corretto un po’. Tutto qui: non sono intervenuto affatto nella scelta dei paesi inclusi o delle fotografie selezionate, e non sono stato coinvolto nel lavoro di editing.

Fotografare il Medio Oriente. Cosa significa, e qual è il tuo rapporto con i paesi che ha fotografato presenti in Middle East Archives – Palestina, Egitto, Oman e Libano?

Il mio rapporto con la Palestina è evidente: è politicamente motivato, e allo stesso tempo volevo visitare il paese natale di mia madre. Ho un passaporto francese, quindi mi è stato permesso di andare in Israele e in Palestina, dove ho passato un anno e mezzo a fotografare la società palestinese. L’Egitto invece è un paese che ho sempre sognato di visitare, perché l’Egitto è l’Egitto, è una grande civiltà. Ho scritto un progetto in Francia, per il quale ho ottenuto dei fondi, usati trascorrendo cinque anni in Egitto sulle tracce di Flaubert e Maxime Du Camp. Ho fotografato l’Oman perché mio padre, architetto, ci viaggiava molto. Molte volte mi ha portato con lui per fotografare alcuni dei suoi edifici, e in questi viaggi ho esplorato il paese perché la mia curiosità per le persone e per i luoghi è sempre stata immensa.

Qual è l’importanza della cultura e dell’identità in contesti di guerra, conflitto e instabilità?

Nel contesto della guerra in Libano, nella quale ho scattato tante fotografie, la cultura è il risultato di quello che le persone vivono. Penso che la guerra civile in Libano, durata ben quindici anni, faccia parte della nostra cultura, e quindi fotografare i combattimenti, le situazioni quotidiane o la vita nella guerra diventa una questione culturale in sé. Quando fotografavo ciò che accadeva per le strade ogni giorno in quel periodo, sapevo che allo stesso tempo si trattava di costruire una cultura, una cultura di vita all’interno di un contesto di guerra e di sopravvivenza nella guerra. L’identità e la cultura non dovrebbero essere separate da situazioni di pace o conflitto – non si possono separare dalla loro terra. Ti faccio un esempio: se vedo un parrucchiere che ha visto il suo negozio bombardato iniziare a lavorare piazzando una sedia per strada, all’aperto, così che possa continuare a fare il proprio mestiere e guadagnare, gli farò sicuramente una foto. 

Le rappresentazioni del Medio Oriente spesso sono stereotipate dai media occidentali. C’è anche il desiderio di contrastare questa narrazione attraverso il tuo lavoro? 

No. Oltretutto quando avevo vent’anni non avevo idea che l’Occidente guardasse al Medio Oriente secondo degli stereotipi. Forse perché vivevo in Libano, e viaggiavo in Palestina, Egitto e Siria. La mia vita erano questi posti e fotografavo quello che vedevo. Non c’era orientalismo nella mia mente: viaggiavo con i miei occhi, e non avevo alcun desiderio di cambiare la percezione degli occidentali sul Medio Oriente. Questo non è cambiato attraverso gli anni: non avevo nessun desiderio di cambiare ciò che la gente pensava, avevo solo le mie cose da fare…

Come funziona il processo di editing fotografico? C’è un’idea di editing già nella fase precedente quella dello scatto?

Ogni immagine ha la sua storia, quindi è difficile parlare di editing in modo generico rispetto a tutte le mie fotografie. Quando ho scattato quelle che compongono la pubblicazione Middle East Archives non sapevo come sarebbero venute, e ciò vale per tutto il mio lavoro. Ogni volta che stavo per scattare una foto, arrivato al momento di fare clic sul pulsante della macchina fotografica, esitavo: ogni immagine costa denaro. Quando si preme quel pulsante non si è sicuri che l’immagine sarà di buona qualità, interessante o significativa. Pertanto la scelta delle fotografie da sviluppare comincia solo quando ricevo il provino dal laboratorio di sviluppo. È sul provino che scelgo quali fotografie ingrandire e utilizzare: così diventa un’immagine di Fouad ElKoury che la gente poi vedrà. Quello è il momento in cui l’immagine esiste davvero, prima non esiste. Poi, a volte, le fotografie diventano storia.

C’è una foto pubblicata in Middle East Archives che ha un significato particolare per te?

Una foto scattata in Egitto, sotto le Piramidi, che trovo particolarmente bella. All’epoca in Egitto non c’erano strutture di entrata per visitare le Piramidi, quindi ci si poteva dormire accanto quando si voleva, come facevo io. Andavo lì e dormivo tra le Piramidi per poterle fotografare di notte o all’alba. Era qualcosa di molto forte, che non si poteva visitare pagando un biglietto. Andavi lì e stavi con loro, le piramidi, parlavi con loro, rimanevi con loro. La percezione cambia… L’ho fatto non perché volevo essere diverso da Flaubert e Maxime Du Camp, e volevo ripercorrere fedelmente i loro passi. Du Camp si accampò ai piedi delle Piramidi: volevo capire perché e sentire ciò che aveva sentito lui prima di me.

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