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Gli Esg sono la nuova frontiera del greenwashing

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in copertina, foto CC BY 4.0 Giorgio Galeotti

La sostenibilità senza dati quantitativi per analizzare il suo impatto rischia di fare più danni che apportare benefici. Solo un’azione concertata dei governi per riprogettare i sistemi energetici può evitare la catastrofe

Il mercato finanziario dei prodotti sostenibili raggiungerà i 50 trilioni di dollari nel 2025.

La sostenibilità — ecologica, sociale e governativa (ESG) — è un valore ricercato non solo da consumatori e investitori, ma dalle stesse compagnie che hanno ormai recepito il messaggio di azionisti e regolatori e lavorano per proporre un basket di prodotti (finanziari) sempre più etici. Ma come si misura l’eticità di un prodotto finanziario? Ed è possibile misurarla?

I parametri ESG vorrebbero regolare aspetti qualitativi in maniera quantitativa. Ma le sfide per il raggiungimento di un’oggettività numerica quando si parla di sostenibiltà sono tante e il rischio è che i parametri ESG vengano strumentalizzati per mascherare ed edulcorare delle pratiche non più sostenibili. In questo modo si distruggerebbe la reputazione di uno strumento che idealmente potrebbe favorire una maniera più consapevole di consumare e impattare sul nostro ambiente. 

Il mondo ha lanciato un messaggio forte e chiaro: le aziende devono cambiare. I dipendenti e i consumatori se lo aspettano, le autorità lo richiedono a voce sempre più alta. Secondo la Segreteria Generale delle Nazioni Unite la data di scadenza inderogabile per raggiungere le emissioni zero e l’obiettivo di temperatura di 1,5 °C sarebbe il 2050 — ma entro il 2030 le emissioni vanno dimezzate. Sono otto anni a nostra disposizione per invertire la rotta e scongiurare un punto di non ritorno per il nostro ecosistema. Stiamo facendo davvero tutto il possibile? Con il vertice di Glasgow, il 2021 avrebbe potuto essere ricordato come l’anno nel quale saremmo riusciti finalmente a sbarazzarci del carbone. Invece è stato l’anno in cui abbiamo consumato più elettricità a carbone che mai, con un picco dei prezzi a ottobre 2021. E anche per il 2022 non c’è da essere ottimisti: la domanda di carbone probabilmente continuerà a rafforzarsi, per il semplice fatto che il carbone è un sostituto del gas naturale — e oggi il gas naturale in tutto il mondo ha un prezzo che viaggia sul +44% rispetto a un anno fa.

Pessima notizia per il pianeta, ottima notizia per gli azionisti di Glencore, società mineraria svizzera che capitalizza oltre 65 miliardi di dollari grazie al combustibile più disprezzato del mondo, in aperta opposizione ai mandati ESG di tutti i fondi d’investimento. Ma a quanto pare la visione dei grandi investitori ha un prezzo. Se a parole si era tutti concordi al ritiro dei grandi attori dai mercati delle materie più inquinanti, le questioni di principio vacillano nel momento in cui gli indicatori ESG si scontrano con i più classici indicatori di redditività aziendale. “It’s the economy, stupid!”. Siamo pragmatici: se in Cina e in India la domanda è ancora forte, è chiaro una fetta di mercato per il carbone c’è e ha dimensione massiccia — circa 2/3 del totale mondiale. Perché? Perché il carbone costa meno rispetto a tutte le altre fonti di energia e verrà sempre scelto dai Paesi che solo negli ultimi anni hanno avuto uno sviluppo industriale simile a quello dell’Occidente del passato. 

Nel mondo del business, la sopravvivenza del pianeta non è un valore intrinseco da perseguire senza se e senza ma. Le aziende vogliono essere rassicurate del fatto che dietro la domanda di sostenibilità si celi anche un valore nel senso più monetizzabile del termine, un ritorno per i loro azionisti. Secondo un sondaggio McKinsey di aprile 2021 le aziende capaci di generare rendimenti dai programmi di sostenibilità sono anche le aziende che avranno più probabilità di inserire queste pratiche nei loro piani strategici. La sostenibilità aziendale viene fatta coincidere con la capacità dell’azienda di rimanere produttiva e redditizia a lungo termine. In questo modo le metodologie di valutazioni dell’analisi fondamentale che tipicamente vengono adottate per stimare il giusto prezzo di mercato di un’azienda (fair value) rimangono facilmente applicabili nella valutazione di variabili ESG. È una moderna riformulazione della solita logica calvinista: i più buoni, le aziende più responsabili, sono anche quelle che otterranno i risultati finanziari migliori. O almeno questo è ciò che si proclama forse con una certa dose di fede.

Come ha scritto Tariq Fancy per l’Economist — non proprio l’ultimo arrivato avendo lavorato come Chief Investment Officer per gli investimenti sostenibili per BlackRock — gli indicatori ESG rischiano di fare più danni che altro. Rassicurano gli investitori sul fatto che le aziende stiano abbracciando entusiasticamente tutte le misure per fronteggiare il cambiamento climatico, ma le “sanzioni” alle emissioni, i “downgrade” di rating, gli impegni “non vincolanti” dei reparti non operativi non ci permetteranno di raggiungere alcun risultato utile nei tempi necessari. Il problema degli investimenti ESG è la loro promessa di supportare obiettivi sociali con logiche capitalistiche. Ci illudono che la loro adozione possa aiutare il mercato ad auto-correggersi. Ma la mano invisibile, storicamente, non ha mai performato un granché bene nei momenti di fallimento. E la crisi climatica è decisamente il più grande fallimento del mercato di tutti i tempi.

Nella pratica dei processi di investimento i dati ESG sono ancora difficilissimi da analizzare e spesso anche da reperire, sono ambigui e hanno standard inconsistenti, vengono pesati pochissimo in fase di decisione e hanno pochissimi ambiti di applicazione. Questo sarebbe un problema per la quantificazione di qualsiasi fenomeno fisico oggettivo, ed è un disastro se si pensa che ciò che si vuole misurare in questo caso è l’eticità e sostenibilità di progetti. Facciamo alcuni esempi. In questi giorni in Europa siamo tornati a parlare di energia nucleare. Dal punto di vista strettamente delle emissioni di CO2, il nucleare può essere definito green. Ma non sono forse da considerare anche i rischi degli impianti? Oppure guardiamo a Tesla, la superstar dei listini statunitensi, che ha come manifesto l’accelerazione della transizione all’energia sostenibile: eppure le emissioni di CO2 di Tesla non sono pubbliche. La sostenibilità non si fa con i proclami e con le promesse di impegno, ma con i modelli di business e quello di Tesla presenta delle criticità strutturali che vanno ben oltre le querelle su Twitter di Elon Musk sui Bitcoin. Il problema dei provider di rating ESG è che la loro valutazione deve tenere in conto tutti questi fattori e deve ridurli a un numero attraverso un’aggregazione delle medie ponderate di centinaia di indicatori. Il risultato è che, secondo Sustainalytics di Morningstar, Tesla ha un rischio di sostenibilità medio di 28.5, mentre le petrolifere Freehold Royalties Ltd e Viper Energy Partner hanno un rischio basso, rispettivamente di 19.1 e di 19.2.

Le valutazioni ESG stanno correndo il rischio di rallentare l’unico intervento risolutivo: quello della politica, che dovrebbe regolare le aree critiche e penalizzare i comportamenti scorretti. Dietro al fumo dei reparti di comunicazione delle multinazionali, dietro al marketing, i manager agiscono ancora sulla base di incentivi, molto spesso di breve periodo — perché tanto nel lungo periodo siamo tutti morti, amano dire gli economisti neoclassici. Per questo subiscono uno scacco da parte di una mano invisibile che ha da tempo perso il bandolo della matassa. Quanto si sta ancora scendendo a compromessi con gli azionisti? Quanto si va in deroga su questioni climatiche fondamentali? Nessun parametro ESG può misurare l’eticità di un’azienda e solo un’azione concertata dei governi per riprogettare i sistemi energetici fermerà realmente il carbone — e la catastrofe.

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