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tutte le foto: Marta Clinco

Tra grandi navi, dragaggi dei canali ed esclusione sociale, Venezia è stata trasformata in una Disneyland distopica. Abbiamo provato a raccontare la città prima che scompaia, ingoiata dalla malagestione pubblica e dall’innalzamento dei mari

“Io in piazza San Marco ci vado alle 2 di notte, quando è finalmente vuota.” L’architetta e scrittrice Tudy Sammartini, scomparsa nel 2016, è una delle voci più interessanti del documentario Teorema Venezia, che già nel 2012 raccontava la trasformazione della “città più bella del mondo” da centro urbano a parco giochi, da città marinara piena di vita, artigianato e commercio, a località souvenir, la cui facciata è da preservare come in un globo di vetro ma il cui ventre viene costantemente eroso dall’acqua alta e dal turismo take away.

Anche se di origini nobili, Sammartini disprezzava l’aristocrazia veneziana e per la maggior parte della sua vita ha abitato in un angolo di quella che lei chiamava “la Venezia vera”, nel sestiere di Dorsoduro. La casa era di sua proprietà, comprata decenni addietro per pochi soldi, ma negli ultimi anni della sua vita i costosissimi lavori di ristrutturazione l’avevano costretta a convertire gran parte del suo alloggio in bed and breakfast e a ritirarsi a vivere nello studio. 

La casa di Tudy non era molto lontano dal Canale della Giudecca da cui, fino a pochi mesi fa, transitavano le grandi navi. Spiega che ha dovuto incollare i quadri alle pareti perché non cadessero a causa delle vibrazioni. “Una puttanata!” dice indicando dietro di sé una di quelle mastodontiche imbarcazioni da crociera. 

Dopo anni di mobilitazione da parte dei cittadini, dal 1 agosto 2021 è partito lo “stop alle grandi navi davanti a S. Marco e sul canale della Giudecca”, che comporta maggiori restrizioni per le imbarcazioni che intendono entrare in laguna. Ma molti danni ormai sono stati fatti, come gli interventi di dragaggio dei fondali che, per consentire il passaggio delle navi, hanno portato ancora più acqua marina in laguna, aumentandone la salinità e amplificando quindi i danni causati dalle infiltrazioni.

Trailer di Teorema Venezia

Soprattutto, i problemi di Venezia non finiscono qui. La città vive in fragilissimo equilibrio con la laguna che la circonda. Negli ultimi decenni, i cambiamenti climatici e socio economici ne hanno fatto uno degli esempi più vividi delle conseguenze che può avere l’intrusione umana nel ciclo della natura: una Disneyland che sta sprofondando sott’acqua. Allo stesso tempo soggetto attivo e vittima esemplare dell’antropocene.

Verso Disneyland

Dagli anni ‘80 a oggi il flusso di turisti si è addirittura quintuplicato, sfondando di gran lunga la soglia sostenibile per una città delle dimensioni di Venezia, come dimostra questa analisi di OCIO. “La stagione adesso dura 12 mesi”, spiega un altro dei protagonisti di Teorema Venezia.

Negli stessi anni, in modo quasi proporzionale, la città si svuotava di abitanti, scesi dai 130.000 circa dei primi anni ‘60 a poco più di 50.000, se consideriamo la zona sestieri. Pressappoco quanti ce n’erano dopo la grande epidemia di peste nera del 1438.

E il problema non riguarda più il solo centro storico, ma anche le città del comune di Venezia, Mestre e Marghera. Eppure, secondo il consigliere comunale Marco Gasparinetti, la domanda di case pubbliche non manca: in graduatoria ci sarebbero oltre 2000 richiedenti del bando Erp, a fronte di più di 1000 abitazioni comunali che attendono di essere assegnate, che arrivano a 4000 se sommate alle case Ater. 

Gli affitti sempre più cari, i lavori di restauro costosi e le prospettive lavorative sempre meno varie stanno determinando un esodo lento ma costante. Anche le condizioni di vita si fanno via via più disagevoli, a causa delle orde di visitatori e della precarietà infrastrutturale, certo, ma anche per il progressivo smantellamento dei servizi pubblici e dei negozi di beni di prima necessità. Basta pensare alle Poste Centrali di Venezia, storicamente ospitate nell’antico Fontego dei Tedeschi, svenduto dal comune all’azienda Benetton perché lo trasformasse in un lussuoso centro commerciale a pochi metri dal ponte di Rialto.

Un esempio di “gentrificazione all’italiana” secondo Fabio Deotto, autore di L’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia, che dedica un lungo capitolo al presente e al futuro della Serenissima, “la prima città che si vorrebbe visitare ma anche l’ultima in cui si vorrebbe vivere.”

“Venezia sta andando incontro a un inesorabile processo di turistificazione,” spiega Deotto: “il che negli ultimi anni ha portato a un vero e proprio spopolamento: l’aumento esponenziale dei costi del mercato immobiliare ha spinto sempre più cittadini fuori dalle isole, lasciando campo libero alla speculazione. Oggi si trovano sempre più B&B e sempre meno di quegli artigiani che caratterizzavano questa città. Il rischio è che Venezia diventi una città a misura di turista, visitabile ma inabitabile.”

Come per le questione grandi navi, anche per l’afflusso turistico si è finalmente decisa una linea di intervento. Se tutto andrà come previsto, l’estate 2022 partirà il progetto di programmazione dei flussi turistici, già parzialmente sperimentato nel 2018. I dettagli tecnici sono ancora da definire ma l’idea generale è di permettere l’ingresso a un numero chiuso di visitatori dotati di prenotazione e QR code tramite tornelli di sbarramento e dietro pagamento di un contributo d’accesso. 

L’idea è mettere in campo una serie di misure che invertano la tendenza rendendo più conveniente stare a Venezia nel lungo periodo che nel breve. “Il biglietto di ingresso scoraggerebbe un po’ quel turismo super cheap mordi e fuggi” spiega Filippo, proprietario di un immobile in città. “Qualcuno potrebbe dire che così facendo violiamo il diritto di visitare Venezia, ma non si tratterebbe di cifre o condizioni proibitive, semplicemente si ridurrebbero le gite in giornata o l’idea di Venezia come tappa occasionale.”

Ma la turisticizzazione non è che una faccia dei problemi della città. Dal 1897, quando per la prima volta si è misurato il livello di riferimento a Punta della Dogana, Venezia è già sprofondata di 30 cm, di cui 12 sono imputabili allo sprofondamento delle isole e 18 all’innalzamento dei mari.

Aquagranda

4 novembre 1966. A Venezia si è da poco conclusa la 33esima Biennale d’Arte e La battaglia di Algeri ha appena vinto il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema quando una terribile alluvione si abbatte sulla città, sommergendola fino a 194 centimetri, con danni enormi per edifici e attività. È un momento di presa di coscienza collettiva, in cui diventa chiaro quanto sia precario il futuro della città impossibile. Dal moto ondoso dei canali che erode le malte che tengono insieme i mattoni degli edifici, all’acqua estratta negli anni dalle falde sotterranee per usi industriali, che ha alimentato il lento e progressivo sprofondamento del fondale.

Dagli anni ‘80 in poi la strategia sbandierata per arginare il problema dell’acqua alta è stata una e una sola: il MOSE. Un’unica, ambiziosa grande opera i cui lavori sono iniziati nel 2003 e che a luglio 2020 è stata inaugurata, anche se gli impianti di automazione non sono ancora attivi e a ogni sollevamento servono circa 80 persone che facciano da manodopera. 

C’è però chi, come la geologa Emanuela Molinaroli, ritiene che un approccio diversificato darebbe risultati migliori. Secondo Molinaroli ci vorrebbero soluzioni più duttili, in grado di adattarsi a come evolve la situazione nel tempo e in grado di tenere conto del contesto: impossibile salvare Venezia senza mettere in sicurezza anche quello che c’è intorno.

“In Italia abbiamo la tendenza a preferire le grandi opere agli interventi sistemici e strutturali: sono più pubblicizzabili e attirano più fondi”, spiega Deotto: “Il problema è che il MOSE rischia di non essere sufficiente ad arginare la varietà di ricadute della crisi climatica. C’è bisogno di una serie di interventi in parallelo, come ad esempio il ripascimento delle isole-barriera di Lido e Pellestrina e l’elevazione del piano calpestabile, che però sembrano essere rimasti in secondo piano. Quando si parla di crisi climatica bisognerebbe tenere sempre a mente che si tratta di un problema molto sfaccettato e interconnesso, perciò non esistono macro-soluzioni, bisogna sempre agire su più piani in contemporanea.”

Deotto ha presentato il suo saggio a Venezia il 23 settembre insieme all’architetto Josep Garcia-Fuentes che giusto un anno prima gli aveva fatto da guida in giro per la città. “La sfida più grande del mondo in cui ci prepariamo a vivere riguarderà il modo in cui abitiamo e occupiamo uno spazio sempre più precario,” spiega.

Per Deotto e per Garcia-Fuentes il discorso sulla conservazione del patrimonio è centrale per il futuro di Venezia: “In Italia abbiamo la tendenza ad avere una visione statica del patrimonio, dove l’esistente va preservato a tutti i costi nella sua integrità. Nelle culture orientali prevale una visione più dinamica, dove il vero patrimonio è la conoscenza che sta dietro la costruzione di un edificio o di un monumento. Venezia è un patrimonio artistico di valore inestimabile, ma se decidiamo di mantenerlo così com’è a tutti i costi rischiamo di non adattarlo a un mondo in cui le acque si alzeranno inevitabilmente e i suoi edifici saranno sempre più esposti all’erosione della salsedine. È necessario cominciare a interrogarsi su come potremmo modificare questo patrimonio per renderlo più adatto al nuovo mondo in cui ci troviamo.”

“Ogni cittadino veneziano che lascia la sua città, lascia anche un modo di vivere che si perde irrecuperabilmente” osserva Andreas Pichler, regista di Teorema Venezia: “ciò che rimane è uno scenario svuotato di ogni vita vera e di fragili facciate, una specie di Disneyland.” Il film è di quasi 10 anni fa e da allora qualche soluzione è stata messa in campo. Troppo poco? Troppo tardi? Osservando la colossale nave da crociera che s’impossessa dello schermo alla fine del documentario, in una visione quasi apocalittica che ci investe, dopo averci obbligati al confronto con i sogni dozzinali del turismo take away, di spazio per l’ottimismo ne rimane poco.

Resta il dubbio che Venezia sia ormai condannata a subire le conseguenze di scelte già compiute. D’altra parte, come dice Tony Musante in una scena de L’anonimo veneziano: “Sono sparite Menfi, Ninive, Babilonia. Perché dovrebbe sopravvivere proprio Venezia?”

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