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Da dove arriva la crisi in Tunisia

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in copertina, foto CC-BY-SA HoucemmzoughiElaborazione CC-BY-SA the Submarine

Crisi economica, incapacità di gestire la pandemia, calo di fiducia nei partiti: la svolta autoritaria del presidente Saied è l’ultimo tassello di un mosaico sempre più complesso

Il 25 luglio è una data particolare per la Tunisia, e il 25 luglio del 2021 lo è stato ancora di più: è la Festa della Repubblica; è stato il secondo anniversario della morte dell’ex Presidente Beji Caid Essebsi, figura importante della Tunisia post-rivoluzionaria; nella mattina di Tokyo è stato vinto lo storico oro nella 400 stile libero maschile dal giovanissimo Ahmed Ayoub Hafnaoui. Ma soprattutto ha segnato il momento di caos politico più grave dal 2011.

Dopo una giornata di manifestazioni in tutto il paese, il Presidente Kais Saied ha invocato nella notte l’articolo 80 della Costituzione, rimosso il Primo Ministro Hichem Mechichi e, tra le altre misure, congelato i lavori del Parlamento. La situazione è molto complessa: si è arrivati a questo punto in seguito a una crisi politico-istituzionale che va avanti ormai da anni, acuita da una situazione sanitaria drammatica, legata alla pandemia di covid-19, e a una crisi economica senza precedenti nella storia del paese.

Il malcontento generale e le manifestazioni del 25 luglio

Non è una sorpresa che il 25 luglio la popolazione sia scesa in piazza nelle principali città del paese, e non è una sorpresa che i principali destinatari delle proteste siano stati da una parte il Primo Ministro Mechichi e — soprattutto — il partito islamista Ennahdha con il suo presidente, nonché Presidente del Parlamento, Rached Ghannouci. 

Nonostante la gravissima situazione epidemiologica, i tunisini si sono riversati nelle strade per dimostrare la loro frustrazione verso una classe dirigente che ha portato il paese nel baratro economico e che non è stata in grado di gestire la pandemia . Con una media di 150 morti al giorno, la Tunisia è il paese africano con la mortalità pro capite più alta del continente, gli ospedali sono al collasso, mancano ossigeno, posti letto, mascherine, medicine e materiale sanitario in genere — inoltre solo il 7% della popolazione è stata vaccinata, a dimostrazione della pessima campagna di immunizzazione e del fallimento del programma Covax. Se non fosse per gli aiuti arrivati dai diversi Paesi del mondo, tra cui l’Italia, la situazione sarebbe ancora più grave. La gestione dei centri vaccinali è stata organizzata così male da aver portato il Presidente Saied a chiedere all’esercito di prenderne il controllo, acuendo ancora di più una crisi politico-istituzionale che va avanti da quasi due anni.

A inasprire ancora di più il malcontento generale della popolazione si aggiungono i continui rincari dei beni di prima necessità, la disoccupazione galoppante – nel primo trimestre del 2021 ha raggiunto il 17,8%, se si guarda quella giovanile arriviamo al 40,8% – la violenza sistemica delle forze dell’ordine, la totale sfiducia nei partiti e nel Governo, e la crisi economica. Per tutte queste ragioni il “Movimento 25 luglio” – di cui sono ignote le personalità ideatrici – ha organizzato le manifestazioni del 25 luglio, pubblicando qualche giorno prima un manifesto con le rivendicazioni che avrebbero portato in piazza. Le più importanti sono: lo scioglimento del Parlamento, la revoca dell’immunità parlamentare ai deputati accusati di aver commesso crimini sfruttando la loro posizione istituzionale, l’indipendenza del potere giudiziario, l’apertura di un’inchiesta sui fondi e prestiti ricevuti dal paese dal 2011 e la dissoluzione dei partiti che hanno ricevuto fondi illeciti.

Chi conosce il paese sa che, nonostante la rabbia contro i partiti sia generale, il principale partito contro cui si rifà questo movimento è proprio quello di Ennahdha. Infatti, sono diversi i rappresentanti del partito, in primis il suo Presidente Ghannouchi, indagati dalla procura in merito alla ricezione di fondi illeciti e all’utilizzo illecito di fondi statali – principalmente si parla dei prestiti che la Tunisia ha ricevuto dal 2011 in poi – ed è da più di un anno che prosegue il dibattito parlamentare per la calendarizzazione del voto per la rimozione dell’immunità parlamentare di questi rappresentanti. Oltre alla presunta corruzione, è essenziale citare il dossier per il risarcimento dei danni che Ennahda ha riaperto poche settimane fa, con cui si chiede di pagare in tempi rapidi gli indennizzi per le persecuzioni subite durante il regime di Ben Ali.

Questo dossier è stato aperto più volte dal partito – ricordiamo le dimissioni del ministro delle Finanze Houcine Dimassi nel 2012 proprio per questo tema – e nelle ultime settimane è stato nuovamente portato sul tavolo di Governo. Con la situazione economica catastrofica per il paese, la pretesa di Ennahdha di ricevere il prima possibile 3 miliardi di dinari (poco meno di un miliardo di euro) ha scatenato l’ira della popolazione.

E questo sentimento lo abbiamo visto occupare le strade del paese ieri. Sedi del partito sono state prese d’assalto da migliaia di cittadini a Sfax, Touzeur, Gafsa, Qasserine, Qayrawan, Monastir, Sousse, Nabeul, Siliana, e nella notte anche a Mahdia. Nonostante il blocco della polizia nell’Avenue Bourguiba, circa 2 mila manifestanti si sono trovati davanti al Parlamento a Il Bardo, Tunisi, urlando slogan contro i partiti e chiedendo lo scioglimento del Parlamento, riprendendo gli stessi slogan di dieci anni fa.

La polizia ha caricato i manifestanti sia a Nabeul che a Tunisi, sono stati diversi i feriti, compreso il fotoreporter Yassine Gadi; su twitter circola il video di un ragazzo caricato su una moto della polizia inseguito a un fermo brutale. Ancora una volta, la risposta delle forze dell’ordine non si è fatta attendere.

La reazione di Kais Saied

La risposta presidenziale alle proteste è stata, dopo un incontro di emergenza con gli alti funzionari militari e della sicurezza nazionale, la scelta di Kais Saied di invocare l’articolo 80 della Costituzione e di prendere misure straordinarie. L’articolo prevede che “in caso di pericolo imminente che minaccia le istituzioni della nazione o la sicurezza o l’indipendenza del paese, e che ostacola il normale funzionamento dello Stato, il Presidente della Repubblica può prendere tutte le misure rese necessarie dalle circostanze eccezionali, dopo aver consultato il Capo del Governo e il Presidente dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo e aver informato il Presidente della Corte costituzionale.” Si parla di una misura limitata che dovrebbe durare trenta giorni.

Le misure prese sono state la rimozione di Hichem Mechichi con lo spostamento del potere esecutivo nelle mani della Presidenza della Repubblica, il congelamento dei lavori parlamentari e la rimozione dell’immunità per i deputati, il divieto di uscire dal paese per i deputati – allargato a sindaci, ministri, dirigenti di grandi società sportive e non – e la scelta di un nuovo Primo Ministro che dovrà affiancare il Presidente in questi trenta giorni. Ultima, ma non meno importante, la dichiarazione in merito all’uso della forza: “a chiunque vuole sparare un solo proiettile, ricordo che le nostre forze armate sono pronte a rispondere con un muro di proiettili”.

La risposta della popolazione non si è fatta attendere e nella notte, nonostante il coprifuoco, si è riversata nelle strade della città, festeggiando di fronte all’arrivo dell’esercito e invocando il Presidente, che li ha raggiunti a notte fonda nel centro di Tunisi. Alcuni scontri si sono verificati di fronte alla sede del partito di Ennahdha nella capitale.

Questa decisione arriva dopo mesi di braccio di ferro tra le istituzioni. Mechichi era stato nominato a gennaio Primo Ministro da Kais Saied che aveva visto la necessità di un governo tecnico e apartitico per fronteggiare la crisi istituzionale, economica, ma soprattutto sanitaria, in cui riversava il paese. Ma il Primo Ministro è sceso a patti con i partiti, soprattutto con Ennahdha, snaturando di fatto la sua nomina finendo per iniziare una lotta con il Presidente della Repubblica che da allora rifiuta di nominare diversi ministri. Più volte era stato chiesto a Mechichi di dimettersi – soprattutto in seguito all’arresto brutale di un minorenne a Tunisi – fino all’apice raggiunto ieri sera, con l’invocazione dell’articolo 80 da parte del Presidente della Repubblica.

Le reazioni

Le reazioni dei politici non si sono fatte attendere. Ghannouchi e Ennahdha sono stati i primi a dichiarare l’opposizione all’utilizzo dell’articolo 80 e denunciando un colpo di Stato da parte della Presidenza della Repubblica. Diversi parlamentari hanno tentato di entrare nella sede legislativa, ma sono stati bloccati dall’esercito che presiede l’entrata del Palazzo. Altri partiti, tra cui Al Karama, il Blocco Democratico e Qalb Tounes, hanno dichiarato di essere preoccupati e di non condividere l’invocazione dell’articolo 80 da parte del Presidente della Repubblica. Nel pomeriggio del 26, il Presidente ha incontrato il segretario dell’UGTT, principale sindacato del paese, che ha, invece, appoggiato l’azione di Saied.

Poco incoraggiante per la libertà di espressione è stato lo sgombero degli uffici tunisini di Al Jazeera da parte delle forze dell’ordine, che hanno portato il sindacato dei giornalisti a divulgare un comunicato con cui denunciano la loro preoccupazione per la limitazione della libertà di stampa.

In mattinata, ci sono stati diversi scontri tra sostenitori del Presidente e di Ennahdha davanti al Parlamento. Ed è questo lo scenario che ci si può aspettare per i prossimi giorni: una spaccatura netta all’interno della popolazione con da una parte gli elettori di Ennahdha, dall’altra chi sostiene il Presidente della Repubblica — e ancora, un’altra parte ancora di popolazione preoccupata di una possibile deriva autoritaria. Sono in molti, infatti, a sostenere che le decisioni prese da Kais Saied vadano contro quanto previsto dalla Costituzione e che la mancanza di una supervisione indipendente – nel paese non è ancora stata istituita la Corte Costituzionale – possa riportare la Tunisia indietro di dieci anni.

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