Il Netflix della cultura italiana di Dario Franceschini è un disastro

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in copertina, elaborazione da un fotogramma di Roma Città Aperta

La piattaforma voluta dal ministro della Cultura è semplicemente imbarazzante, con un catalogo ristretto e prezzi fuori dal mercato

Oggi, senza troppo clamore, ha debuttato ITsART, il cosiddetto “Netflix della cultura italiana” voluto dal ministro dei Beni e delle Attività Culturali Dario Franceschini. Abbiamo fatto un giro sul sito internet per consigliarvi cosa guardare, e siamo rimasti un po’ sbigottiti di fronte a quello che abbiamo trovato.

Per capire come si è arrivati a spendere 30 milioni di euro per mettere online quello che a prima vista sembra un reskin di Chili che vende a noleggio documentari prodotti nel 2015, di 20 minuti, a 3 euro a puntata, bisogna fare un passo indietro, e riepilogare brevemente la storia del progetto. L’idea di ITsArt — o ItsArt, o It’s Art— nasce nell’aprile 2020, all’inizio della pandemia, quando diventa fin troppo chiaro che l’Italia è priva di una vera e propria strategia digitale per vendere e distribuire i propri prodotti di cultura. È in questo contesto che arriva la proposta di Dario Franceschini, che dice di voler realizzare “una sorta di Netflix della cultura” (sic) “che può servire in questa fase di emergenza per offrire i contenuti culturali con un’altra modalità, ma sono convinto che l’offerta online continuerà anche dopo.” 

Alla fine il progetto si traduce in una società partecipata controllata al 51% la Cassa Depositi e Prestiti, e al 49% da Chili, l’azienda di vod di Stefano Parisi — candidato del centrodestra alle comunali di Milano e poi alle regionali del Lazio, in entrambi i casi sconfitto. L’apporto di Parisi al progetto ne delinea immediatamente le caratteristiche, e si traduce direttamente nella sua offerta. Se Franceschini nell’aprile 2020 diceva che “in queste settimane di lockdown si è capita fino in fondo la potenzialità enorme del web per la diffusione dei contenuti culturali,” questo gennaio Giorgio Tacchia, ad di Chili, diceva più prosaicamente che l’obiettivo è “fare soldi: più ne facciamo, più ne verranno girati a chi produce contenuti.”

Alla fine, dove siano andati questi soldi, però, non è chiaro: sicuramente un po’ sono andati nello sviluppo della piattaforma — non troppi però, dato che il codice sembra essere direttamente figlio del portale di Chili. 

Un pezzo di CSS presente, battuta per battuta, su entrambi i siti

Anche sul fronte dei contenuti, però, si nota come l’investimento iniziale da parte di Chili — 9 milioni — e da parte dello stato, sia semplicemente insufficiente per garantire una maggiore produzione, ancora di più di fronte alla scelta apparentemente inspiegabile di escludere la Rai dall’intero progetto.

Ma quindi, cosa si trova sul “Netflix della cultura”?

Tanto per iniziare va specificato che il “Netflix della cultura” non funziona come Netflix: non è possibile abbonarsi a ITsART e vedere tutti i contenuti. Non è una sorpresa: Chili aveva chiarito fin da subito che i contenuti sarebbero stati sostenuti da pubblicità, a noleggio, o in vendita, ma fa sorridere che non si riproduca il funzionamento del portale da cui si trae ispirazione. 

Una volta registrati e garantito di essere maggiorenni — forse perché non è ancora disponibile nessuna funzionalità di Parental Control — è possibile acquistare o noleggiare i contenuti sul sito. I prezzi sono fuori dal mercato — a meno che non vogliate spendere 4 euro per noleggiare, o 7 per acquistare imperdibili uscite recenti come Totò cerca casa o film a dir poco controversi come India, Matri Bhumi di Rossellini quando del tutto inspiegabili, come la serie Città misteriose, disponibile a 3 euro a noleggio o 5 euro per l’acquisto per ogni episodio da 22 minuti, o Roma Città Aperta (3 euro noleggio / 10 euro acquisto), da anni disponibile gratuitamente sull’Archivio Anna Magnani

È comprensibile che Chili abbia voluto riprodurre il proprio modello di business anche in questa nuova venture con il Ministero della Cultura. Tuttavia, proprio di fronte alle caratteristiche dell’offerta, un’opzione di pagamento a prezzo fisso appare intuitivamente come l’unico modo per “fare soldi” (cit.) con un catalogo ancora molto ristretto, e senza molti titoli di richiamo. Tra le pieghe del catalogo, infatti, ci sono offerte che qualcuno potrebbe voler vedere — ci sono classici, e spettacoli teatrali, dopotutto — ma difficilmente in grado di portare una persona a decidere di pagare per il singolo contenuto. 

Concentrarsi sulla raccolta di un catalogo di classici che giustifichino un abbonamento potrebbe permettere al sito di raccogliere le risorse per iniziare a finanziare, o comprare, progetti nuovi, che funzionino da “ammiraglia” del servizio. Purtroppo, allo stato attuale, è impossibile prevedere un futuro per il progetto, che rischia di arenarsi come troppi altri progetti “internet” sperimentati dai governi italiani per cultura e turismo negli ultimi decenni.

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