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Gli studenti sono stanchi di non essere ascoltati

Da Milano a Roma, le proteste studentesche delle ultime settimane chiedono alla politica un cambio di passo: non bastano le riaperture a singhiozzo, serve rimettere l’istruzione in cima alle priorità

tutte le foto di Marta Clinco

Da Milano a Roma, le proteste studentesche delle ultime settimane chiedono alla politica un cambio di passo: non bastano le riaperture a singhiozzo, serve rimettere l’istruzione in cima alle priorità

Oggi, dopo tre mesi di chiusura, hanno riaperto le scuole superiori lombarde. Non del tutto: la didattica in presenza sarà garantita al 50%, e gli studenti frequenteranno a giorni alterni. Il ritorno in aula arriva in un momento di mobilitazione generale delle scuole milanesi, che nelle ultime settimane hanno visto una vera e propria ondata di occupazioni — tutte accomunate dalla stessa richiesta: tornare a scuola. Ora che i ragazzi potranno rientrare tra i banchi — non per merito delle autorità competenti, ma grazie alla clamorosa svista numerica della Lombardia — si potrebbe essere tentati di chiudere il cassetto, e pensare che i problemi di questi mesi siano risolti. Ma non è così.

L’occupazione del liceo Virgilio

Uno degli ultimi istituti in ordine di tempo ad occupare è stato il liceo Virgilio di Milano. Un gruppo dei suoi studenti ha occupato venerdì e sabato per protestare contro il trattamento riservato dal governo alla scuola. Abbiamo parlato con Margherita, rappresentante d’istituto e organizzatrice dell’occupazione. “Siamo in Dad da 11 mesi e non siamo assolutamente la priorità di questo paese, mentre per come ci vediamo in questo momento dovremmo esserlo. Ci hanno fatto tante promesse e nessuna di queste è stata mantenuta. Ci sentiamo molto lasciati da parte.” 

Negli ultimi due mesi il governo ha deluso le aspettative dei ragazzi come Margherita. Nel Dpcm del 3 dicembre era stato inserito nero su bianco l’obiettivo di rimandare i ragazzi in classe a gennaio — mentre durante le vacanze natalizie è emerso a poco a poco che non sarebbe stato così, nonostante una nota del Viminale del 31 dicembre che chiariva ai prefetti come comportarsi per riaprire le scuole in sicurezza. Le priorità del governo, a parole, erano scuola e lavoro: ma la prima è stata anche la prima ad essere sacrificata non appena i contagi, a metà ottobre, hanno ricominciato a salire sopra il livello di guardia. La motivazione profonda, probabilmente, è sempre quella per cui negli ultimi decenni la scuola pubblica si è vista tagliare sempre più fondi: mentre l’impresa può contare sul lobbying di Confindustria e sul suo peso economico, l’istruzione non ha i mezzi per effettuare un’opera di persuasione efficace presso il governo.

I ragazzi del Virgilio hanno ben chiaro infatti che il problema non è nel tessuto scolastico, ma nei vertici nazionali che sono stati chiamati a gestire l’istruzione — fallendo. “Il nostro non è un attacco alla scuola, anzi la nostra scuola è stata sempre molto efficiente e ha sempre rispettato i tempi giusti, il nostro attacco è un attacco al governo e al fatto che non stanno facendo assolutamente niente per noi.”

L’occupazione è durata da venerdì fino al pomeriggio del sabato. Non è semplice organizzare un’operazione di questo tipo in tempi di pandemia, soprattutto per motivi sanitari: “Siamo entrati in una quindicina, tutti tamponati e negativi, e abbiamo seguito le lezioni a distanza da scuola. Venerdì pomeriggio abbiamo lanciato un presidio di solidarietà e uno sanitario, con un medico e un infermiere disposti a fare i tamponi per gli altri studenti che volessero unirsi.” Nonostante l’annuncio della riapertura, ieri è stato occupato il liceo artistico Boccioni, per chiedere “una riapertura delle scuole seria e duratura.” Secondo Margherita, “quello che ci vuole adesso, soprattutto a Milano, è che bisognerebbe unirsi, capire come fare sentire ancora di più la nostra voce e organizzarci.”

Le conseguenze della Dad

Quali effetti ha avuto sui ragazzi un’assenza così prolungata dai banchi e dal contatto quotidiano con i propri coetanei, in un’età in cui invece è fondamentale? Secondo diversi studi, nel corso dell’ultimo anno la didattica a distanza ha avuto effetti rilevanti sui ragazzi. Secondo quanto riporta l’Espresso, il Consiglio nazionale degli psicologi, collaborando con una società di indagini demoscopiche, a dicembre ha svolto per il Miur un’analisi presso la popolazione scolastica, con una serie di quesiti elaborati dal proprio centro studi. Il responso è stato piuttosto sconfortante: secondo David Lazzari, presidente del Consiglio dell’ordine degli psicologi, “le nostre paure sono confermate: la pandemia ha scatenato disagi che velocemente si trasformano in disturbi. La didattica a distanza acuisce i pericoli, non ne abusiamo con leggerezza.”

La stessa ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha più volte fatto notare come la Dad non sia una soluzione di lungo termine, ma abbia esacerbato le disuguaglianze economiche tra gli studenti. Secondo un’indagine realizzata dalla Global Campaign for Education, più dell’80% degli insegnanti sostiene che la Dad ha accentuato le differenze tra gli alunni e chi aveva meno possibilità di seguire le lezioni a distanza è rimasto sostanzialmente indietro. La Dad ha dunque pregiudicato il diritto allo studio sancito dalla Costituzione, rendendo la scuola un luogo di allargamento della forbice sociale anziché di opportunità. La Dad inoltre significa il costante affidamento a piattaforme private a cui vengono quotidianamente affidati tutti i dati degli alunni e dei docenti, creando una situazione morale e giuridica altamente critica.

Nonostante il governo abbia spesso proclamato a parole la centralità della scuola, i fatti hanno dimostrato il contrario. Secondo Margherita, “Non è possibile che l’Italia abbia chiuso le scuole più di ogni altro paese europeo e non stia facendo assolutamente nulla per riaprirle. Questa è una scuola che noi come studenti non possiamo assolutamente accettare.” Una sicurezza che è difficile garantire, se il Ministero non ha nemmeno un’idea precisa di quanti casi di contagio ci siano stati nelle scuole nel giro di un mese. Secondo Margherita, “Alcuni prof ci appoggiano ed esprimono solidarietà. Essendo una scuola molto grande è difficile avere contatti precisi con tutti.” In queste settimane di Dad, anche molti professori sono stati in prima linea per chiedere il ritorno a scuola, anche se la loro posizione — banalmente, per ragioni anagrafiche — è più fragile di fronte al rischio di contagio. 

L’incognita di dati e sicurezza

Ad oggi, ad esempio, non è ancora chiaro se esistano dati esaustivi sull’effettiva circolazione del virus tra gli studenti e il personale scolastico nel mese e mezzo di apertura tra settembre e ottobre. La rilevazione più completa disponibile è quella di Wired, che si è basata su dati comunicati dai presidi al Miur, senza nessun riconoscimento ufficiale da parte del governo. Secondo questa rilevazione, aggiornata al 31 ottobre, tra studenti e personale scolastico dalla riapertura avrebbero contratto il virus circa 65 mila persone. I dati erano stati al centro di una polemica all’inizio di dicembre, quando Wired era stata attaccata dalla ministra Azzolina per aver diffuso “dati errati” — nonostante fossero stati forniti dal suo stesso ministero. In quell’occasione durante un’audizione parlamentare ad Agostino Miozzo, coordinatore del Cts, era emerso che il Comitato non aveva a disposizione dati esaustivi sui contagi. A metà novembre, dopo la chiusura delle scuole superiori in tutta Italia e delle scuole medie (ad eccezione della prima) nelle regioni in zona rossa, il ministero dell’Istruzione ha ufficialmente sospeso la rilevazione dei contagi nelle scuole. 

Il 30 dicembre l’Iss ha pubblicato un documento in cui ha provato a mettere ordine, non riuscendo a fornire però un quadro molto più esaustivo di quello di Wired, soprattutto per colpa della grande dispersività nella raccolta dei dati presso gli istituti scolastici tra settembre e novembre — cosa che, di chiunque sia precisamente la responsabilità, rappresenta un notevole fallimento istituzionale. “Nel periodo 31 agosto – 27 dicembre 2020, il sistema di monitoraggio ha rilevato 3.173 focolai in ambito scolastico, che rappresentano il 2% del totale dei focolai segnalati a livello nazionale,” evidenzia l’Iss. Che fa anche notare come “Il numero di focolai scolastici è quindi sottostimato e, come si può notare dalla Tabella 2, alcune regioni (Basilicata, Campania, Liguria, Molise, Sardegna, Valle d’Aosta) non sono state in grado di riportare l’informazione relativa al setting in cui si sono verificati i focolai.” Come se non bastasse, “non è inoltre disponibile l’informazione sul numero di casi coinvolti in ciascun focolaio” — il che significa che non è ancora chiaro di preciso quanti casi siano associabili con certezza alla frequenza in presenza.

I ragazzi che in queste settimane hanno manifestato per tornare in classe non hanno avanzato proposte irrazionali, ma hanno tenuto conto del fatto che una riapertura duratura della scuola deve per forza passare da un basso rischio di contagio in aula. “Le nostre rivendicazioni sono principalmente quella di rientrare a scuola in sicurezza,” dichiara Margherita. “La scuola si fa a scuola e vogliamo tornarci in sicurezza, per noi personale ata e docenti.” L’Iss, nel suo rapporto, non dà un’ultima parola su quanto le chiusure scolastiche siano effettivamente necessarie. Si limita a far notare che durante la riapertura la presenza a scuola non è stata tra i primi tre fattori di contagio nel paese, e a citare diversi studi che convergono verso l’idea che per riaprire le scuole serva che il contagio sia limitato soprattutto nella popolazione generale. “Alternando settimane di attività didattica a distanza e in presenza, si può riduce drasticamente il numero di casi. In particolare, con un’attività didattica in presenza ridotta del 50%, si può ridurre ad un terzo l’aumento del numero di casi.” Il che ci porta alla riapertura dimezzata di oggi.

L’azione inefficace delle autorità

Il ministero, nel corso della pandemia, è sembrato spiazzato e incapace di prendere misure di lungo termine per garantire la ripresa della scuola in sicurezza, proponendo sostanzialmente solo misure di riduzione della presenza a scuola come, appunto, la Dad e il dimezzamento dei ragazzi in classe. Dal vero e proprio meme sulla distanza tra le rime buccali degli alunni dello scorso giugno, necessaria per riaprire in sicurezza, alla polemica sui banchi a rotelle, che proprio negli scorsi giorni, con la crisi di governo, è finita per tornare sulle pagine di cronaca: secondo Renzi l’Italia avrebbe infatti “buttato via 461 milioni di euro per i banchi a rotelle.” In realtà i milioni spesi per le cosiddette “sedute innovative” sono stati “solamente” 119, ma è comunque legittimo chiedersi se non sarebbero stati utilizzati meglio in altro modo: ad esempio investendo su sistemi di aerazione più efficace nelle aule. Una battaglia che, purtroppo, è stata completamente intestata dall’opposizione di destra in parlamento.

Il pressapochismo del governo si è visto anche per quanto riguarda ad esempio i trasporti pubblici, che sono stati tra i principali ostacoli alla riapertura degli istituti. Pur mancando dati esaustivi sull’effettivo rischio di contagio, il potenziale affollamento di bus e tram è stato uno dei principali motivi addotti da regione e governo per rimandare la riapertura. La situazione nella città di Milano non è per niente ottimale, anzi. Come segnalato da il Giorno, la città metropolitana è all’ultimo posto su scala regionale per raggiungibilità degli istituti con i mezzi pubblici: solo il 78,6% delle scuole di Milano e hinterland, contro l’89,2% della media degli edifici scolastici statali in tutta la Lombardia e l’86% della media nazionale. 

L’impressione, però, è che questo limite sia stato anche un paravento dietro cui nascondersi per mascherare l’incapacità di proporre soluzioni strutturali, e giustificare la prosecuzione della Dad. Non si è mai nemmeno pensato davvero a soluzioni alternative, nonostante quanto proposto si sia dimostrato insufficiente. “Non si può farlo nelle strutture disponibili? A Milano ci sono tantissimi spazi che non vengono utilizzati che potrebbero essere resi disponibili per le scuole, il problema dei trasporti si può risolvere e soprattutto ci deve essere la volontà del governo.” La Lombardia inoltre ha tenuto un atteggiamento di grande scetticismo nei confronti della riapertura della scuola — in linea, del resto, con l’ostilità verso l’istruzione pubblica dimostrato dalla giunta regionale lombarda e ora ulteriormente convalidato dall’arrivo di Letizia Moratti come vicepresidente. Solo con la retrocessione in zona arancione — causata da una rettifica a un clamoroso errore commesso dalla regione nella compilazione dei dati epidemiologici — anche la giunta è tornata a parlare effettivamente della possibilità di riaprire anche le scuole superiori, “secondo l’organizzazione stabilita nei piani operativi delle Prefetture.”

Cosa succederà se i casi dovessero aumentare di nuovo? I ritardi nella consegna del vaccino hanno gettato nuove incognite sulla certezza di poter tornare al 100% dietro i banchi entro la fine dell’anno. Il personale scolastico in teoria dovrebbe rientrare negli ambiti 2 e 3 della campagna vaccinale: ciò significa che studenti e professori dovrebbero essere vaccinati da luglio a settembre, tranne che i soggetti a rischio, rientranti nella fase 2 — dunque da aprile a giugno. Nelle scorse settimane si erano moltiplicate le richieste di anticipazione di studenti e professori, spostandone la vaccinazione almeno alla fase 2, per poter riprendere la scuola con più sicurezza. 

Una coscienza politica tra i più giovani?

La pandemia ha posto uno stop alle grandi manifestazioni giovanili che stavano venendo continuamente organizzate nell’ambito della lotta contro il cambiamento climatico, che aveva trovato un grande catalizzatore nei Fridays for future. Durante queste manifestazioni sono scesi nelle piazze di tutto il mondo occidentale numeri di studenti che non si vedevano da decenni, con uno scontro politico che i media hanno cercato di inquadrare come lotta generazionale. Chiediamo a Margherita se le occupazioni delle scuole milanesi di questi giorni possono avere un legame con le grandi manifestazioni dei mesi scorsi, e se fanno parte di una generale presa di coscienza politica.

“Non so, è una domanda difficile. Sicuramente quelle di Fff sono motivazioni molto valide: la lotta contro il clima è molto ampia e complessa. È un movimento che fa sentire la propria voce e porta tantissimi numeri — a Milano ci sono state 100 mila persone in piazza la prima giornata, ed è importantissimo. Fff però si definisce apolitico, mentre queste mobilitazioni sono politiche. Abbiamo delle persone che sono l’obiettivo diretto delle nostre proteste, mentre l’obiettivo Fff è più ampio e difficile da inquadrare.”

È possibile che le occupazioni dei licei milanesi siano la base di una nuova consapevolezza politica da parte di chi si affaccia alla vita adulta, e non solo? Certo, per occupare il Virgilio è stato anche importante l’esempio e il sostegno delle altre esperienze di questi giorni per tutta Milano. “Diciamo che le occupazioni dei giorni precedenti ci hanno dato la spinta e la carica per farlo. Era un’idea ma avevamo dei dubbi logistici numeri tamponi… grazie all’aiuto di collettivi esterni ci siamo riusciti ad organizzare e ora appunto siamo qui.”

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