fbpx
 

L’Arabia Saudita ha condannato per terrorismo due attiviste femministe

https://thesubmarine.it/wp-content/uploads/2020/12/arabia-saudita-al-hathloul-1280x672.jpg

Loujain al-Hathloul e Mayaa al-Zahrani sono state condannate a cinque anni e otto mesi di prigione. Fortunatamente dovrebbero essere rilasciate tra pochi mesi, ma la loro condanna costituisce un grave affronto ai diritti umani

Le attiviste per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul e Mayaa al-Zahrani sono state condannate in Arabia Saudita a cinque anni e otto mesi di prigione. Nonostante la mobilitazione internazionale per la loro liberazione, la condanna è arrivata dal Tribunale penale speciale, che, almeno teoricamente, si occupa di reati con finalità di terrorismo. Secondo il giornale online saudita Sabq le due donne sono state riconosciute colpevoli di “agitazione, aver eseguito un programma politico estero, e aver usato internet per destabilizzare l’ordine pubblico.” Il tribunale ha ridotto le due sentenze a due anni e dieci mesi e ha retrodatato l’inizio delle condanne a quando è iniziata la loro detenzione arbitraria, nel maggio 2018 — per cui le due donne resteranno in carcere per altri tre mesi. Il tribunale ha anche trovato “infondata” la testimonianza di al-Hathloul riguardo alle torture subite durante il periodo di prigionia

Al–Hathloul era stata arrestata nel maggio 2018 insieme a Aziza al–Yousef, Eman al–Nafjan, Aisha al–Mana e Madeha al–Ajroush nella seconda ondata di arresti legati alle esponenti più attive del movimento che chiedeva che le donne potessero guidare. Al–Hathloul ha anche condotto campagne contro la legge del “guardiano maschile,” in base a cui ogni donna deve avere un wali, sia esso il padre, il marito, un fratello o un altro parente. Poche settimane dopo anche al–Zahrani è stata arrestata, per aver pubblicato una lettera che un’altra attivista arrestata, Nouf Abdelaziz, aveva scritto proprio nel caso fosse stata fermata dalle autorità. L’ondata di arresti aveva coinciso con una campagna mediatica coordinata con cui l’Arabia Saudita si era vantata dell’espansione dei diritti delle donne, concedendo anche il diritto alla guida, una delle richieste delle attiviste arrestate.

Un report di Human Rights Watch inquadrava gli arresti nel contesto della tenue espansione dei diritti delle donne scrivendo che l’obiettivo era principalmente quello di soffocare ulteriori forme di attivismo: “Il messaggio è chiaro — chiunque esprima scetticismo sull’agenda dei diritti umani del principe della corona rischia di finire in carcere.” Le donne arrestate sono state anche vittima di un’ampia campagna stampa, che le ha bollate come “traditrici” della patria.

— Leggi anche: Da dove viene l’islamofobia della “laicità” francese

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha commentato la notizia dopo poche ore su Twitter, chiedendo la liberazione immediata di al-Hathloul, il cui caso ha raggiunto una maggiore notorietà internazionale. L’ufficio ha seguito il caso dall’inizio, quando aveva riconosciuto che si trattava di un’operazione di repressione politica. Le Nazioni Unite, fin dal 2018, avevano richiesto la liberazione delle attiviste — ma il supporto di cui l’Arabia Saudita ha potuto godere grazie alle amministrazioni conservatrici statunitensi e britanniche hanno permesso che gli arresti continuassero: una seconda ondata di arresti, meno coperta dalla stampa internazionale, ha avuto luogo tra l’aprile e l’agosto del 2019.   Altrettanto allarmante è la nuova archiviazione delle accuse per le torture che al-Hathloul ha dovuto sopportare in questi anni. Secondo dichiarazioni della famiglia, la trentunenne ha subito waterboarding, elettroshock e molestie sessuali — le sue torture, e quelle delle altre attiviste femministe, sarebbero state supervisionate personalmente da Saud al-Qahtani, che ha anche minacciato di stuprarla. Al–Qahtani è noto per essere tra gli orchestratori della “purga” saudita del 2017 e avrebbe supervisionato via Skype l’assassinio di Jamal Khashoggi. L’anno scorso il fratello di al–Hathloul, Walid, aveva postato un thread su Twitter in cui denunciava che le autorità della Sicurezza avevano offerto alla sorella di essere liberata, in cambio della registrazione di un video in cui ritirasse le proprie accuse sulle torture subite. Aveva rifiutato. Durante l’udienza dello scorso novembre, al–Hathloul aveva denunciato che le guardie della prigione non la lasciassero mai dormire per più di due ore consecutive, continuando a svegliarla. Le testimonianze delle torture sono molteplici e sono state raccolte da ALQST e Amnesty

La notizia della condanna è stata criticata da tutta la comunità internazionale. Il commento più rilevante è però probabilmente quello di Jack Sullivan, che dal 20 gennaio sarà consigliere alla Sicurezza nazionale di Biden. Sullivan ha definito la sentenza “ingiusta e preoccupante,” e promette un cambio di direzione con la prossima amministrazione, rispetto a quella Trump, da sempre vicinissima a Mohammed bin Salman, a cui ha anche “salvato il culo.” La sentenza contro Loujain al-Hathloul e Mayaa al-Zahrani arriva meno di un mese dopo quella di Walid Fitaihi, un dottore e cittadino statunitense che una corte saudita ha condannato a sei anni di carcere con accuse molto vaghe, ignorando gli appelli statunitensi. La serie di condanne mettono la prossima amministrazione statunitense e l’Arabia Saudita sui binari per un inevitabile scontro, scrive Simon Henderson su the Hill.


In copertina, Loujain al-Hathloul, via Twitter

Sostieni the Submarine: abbonati a Hello, World!

Resta nel nostro radar.

Segui the Submarine su Instagram e Twitter,
iscriviti al nostro canale Telegram
o alla nostra newsletter settimanale gratuita.

Share via