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L’assurdo dibattito sul Natale conferma che siamo prima consumatori che cittadini

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Da tutta Italia continuano ad arrivare testimonianze strazianti dagli ospedali, ma la priorità di governo e regioni è un’altra: permettere alle persone di comprare i regali di Natale

Le regioni stanno premendo sempre di più sul governo per ottenere una revisione dei 21 criteri con cui viene deciso il loro livello di rischio. Ieri una riunione tra i governatori e i ministri Boccia e Speranza è finita con un rinvio: il governo si è rifiutato di concedere la revisione immediata dei parametri, ma si è detto disponibile a riaffrontare la discussione dopo il 3 dicembre. Per quel giorno dovrà essere pronto un nuovo Dpcm, che sostituirà quello attuale, ormai in scadenza.

Cosa c’è dietro tutta questa discussione? L’obiettivo di garantire la sicurezza dei propri cittadini? La consapevolezza che il sistema sanitario di tutte le regioni è ormai più solido? Ovviamente no: lo scopo è riuscire a garantire una “tregua di Natale,” anzi nemmeno di Natale — una tregua pre-natalizia, in cui i cittadini possano uscire a comprare i regali. Il governo sta studiando come riuscire a far sì che i cittadini possono assolvere al loro ruolo sacro di consumatori, ad esempio pianificando, a partire dal ponte dell’Immacolata, una decina di giorni “di fiato” per negozi e spostamenti. Ma mi raccomando: niente “baci, abbracci e feste.”

Il dibattito in corso svela bene un fenomeno che si sta acuendo da anni, ma che si è rivelato bene durante la pandemia: il progressivo slittamento delle persone dal proprio ruolo di cittadini a quello di consumatori, con la politica sempre più attenta a tutelare questo secondo aspetto della loro esistenza anche a discapito del primo. Non è importante che i cittadini stiano bene a livello psicologico e fisico, ma che abbiano la possibilità di uscire in determinate fasce orarie per assolvere al proprio diritto al consumo, sempre più simile a un dovere: un po’ come i cani tenuti in casa tutto il giorno, che nei giorni più bui del lockdown della scorsa primavera erano un buon motivo per molti padroni per scendere sotto casa a fare due passi.

All’inizio della pandemia il governo andava ripetendo che le priorità sarebbero state “scuola e lavoro.” La scuola è stata rapidamente accantonata non appena i casi hanno cominciato ad aumentare in modo consistente, e non sono stati presi provvedimenti sostanziali per difendere i lavoratori delle imprese private se non tramite l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuali e gli inviti allo smartworking. L’insistenza del dibattito su cosa fare a Natale è addirittura offensiva verso tutti coloro che sono stati colpiti dalla tragedia, o direttamente o tramite un loro caro: com’è possibile che il governatore ligure Toti si permetta di dire che “abbiamo bisogno del Natale: per riunire famiglie divise, per dare un refolo di sollievo ai nostri commercianti, per aiutare i nostri produttori agricoli, per i nostri ristoranti, le nostre pasticcerie” quando nella sua regione muoiono una ventina di persone al giorno a causa dell’incompetenza della sua giunta e del governo?

Le fantomatiche riaperture per i regali, continua a sostenere il governo, saranno comunque subordinate alla situazione epidemiologica del paese nelle prossime settimane. L’obiettivo sembra essere quello di mantenere misure più rigide fino al momento di permettere ai cittadini di andare a fare shopping, a metà dicembre. Il dato di fatto, però, è che ora ci sono più ricoverati in ospedale che a marzo e un numero di ricoverati in terapia intensiva di poco inferiore al picco di aprile.

Grafico via Twitter

Il governo, intanto, è al lavoro anche sul terzo decreto Ristori, che dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri stasera alle 19, dopo un rinvio. All’interno saranno contenuti aiuti per tutti i settori economici colpiti dal lockdown — ma è già certo che non basterà: ecco perché si sta già lavorando anche a un “Ristori quater” per le prossime settimane. È anche certo che bisognerà chiedere un nuovo “scostamento di bilancio” — un eufemismo per dire indebitamento — di almeno 7 miliardi di euro. Originariamente si parlava di uno scostamento addirittura di 20 miliardi, ma poi ha prevalso “la logica dei piccoli passi,” un’ulteriore conferma di come il governo continui a ragionare sul breve termine anche a livello economico. Anche perché ci sarà da rimettere mano al portafogli anche a gennaio.

A livello economico, la situazione sembra davvero senza via d’uscita: più la vendita al dettaglio è in crisi, più aumenta la forza e l’espansionismo di Amazon, che durante il lockdown ha visto in tutto il mondo un drastico aumento dei propri profitti. In Francia e anche in Italia — purtroppo, portati al centro delle cronache soprattutto tramite Matteo Salvini — si sono moltiplicati gli appelli a boicottare la piattaforma statunitense per l’acquisto dei regali di Natale. La scelta che sembra essere offerta ai cittadini è questa: o rischiate la vita per andare al centro commerciale a fare i vostri pacchetti, o distruggete l’economia nella quale vivete consegnandola nelle mani avide di Jeff Bezos. L’idea che una proposta alternativa a questi due scenari dovrebbe esistere non sembra passata per la testa a nessuno dei politici nel parlamento o nei consigli regionali italiani.

La pandemia, addirittura, ha visto una recrudescenza delle disuguaglianze in ambiti che riguardano diritti dati per assodati: la scuola e l’istruzione. Per parola della stessa ministra Azzolina, gli studenti meno abbienti sono stati sfavoriti dal ricorso alla didattica a distanza, mentre a Milano il San Raffaele continua a proporre uno sciacallaggio sempre più sfrenato sulla disperazione dei cittadini, offrendo visite a pagamento a domicilio ai malati di Covid all’astronomica cifra di 450 euro — scontabili a 90 euro se ci si accontenta di un colloquio telefonico.

La pandemia poteva essere almeno l’occasione di ripensare a un’economia più sostenibile e a misura d’uomo, ma non è stato così: nelle città italiane, ad esempio, si è scelto di non fare sostanzialmente nulla per combattere la gentrificazione che ha funestato i centri storici — e non solo — negli ultimi anni, mentre il timore del contagio ha fatto tornare indietro di anni la lotta al trasporto privato in favore di quello pubblico, che da molti è stato percepito come uno dei principali veicoli di contagio. La pandemia ha svelato le fragilità di un sistema economico unicamente basato sul consumismo e sul turismo, mentre il governo sembra incapace di pensare a un piano per il paese più articolato rispetto a cosa succederà nella prossima settimana e mezzo.

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