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Perché tutta Europa è arrivata impreparata alla seconda ondata?

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in copertina, elaborazione da una visualizzazione ECDC, aggiornata al 16 ottobre.
Le regioni piú scure sono quelle piú colpite dal virus

I paesi europei sono arrivati a questo autunno largamente impreparati a una crisi che sapevano sarebbe stata da affrontare. Nel resto del mondo ci sono molti esempi di gestione razionale ed efficace della pandemia — ma non siamo stati capaci di riprodurli

La settimana scorsa, durante una conferenza stampa, il direttore generale dell’OMS Tedros ha ripetuto che il numero di nuovi casi a livello globale non è mai stato così alto, e ha attaccato direttamente chi solleva l’“immunità di gregge” come una strategia valida per contrastare il Covid–19. Tedros l’ha definita “scientificamente ed eticamente problematica,” e ha sottolineato come “l’immunità di gregge non sia mai stata usata come strategia per combattere un’epidemia in tutta la storia della sanità pubblica.” Parlando con la stampa, il direttore generale è anche tornato a parlare di chi ha contratto il Covid–19 per una seconda volta, e ha sottolineato la centralità del problema degli effetti a lungo termine, di cui abbiamo scritto anche noi pochi giorni fa. La retorica di “tenere duro” un ultimo inverno potrebbe essere una visione altrettanto poco lungimirante: Soumya Swaminathan, la Scienziata capo dell’organizzazione, ha ammesso che difficilmente i giovani e le persone in salute saranno vaccinate prima del 2022. Secondo Swaminathan il vaccino rischia di essere disponibile inizialmente solo in quantità limitate, e per questo sarà necessario essere molto rigidi nel dare la precedenza prima ai lavoratori più esposti, e poi alle persone anziane.

Insomma, nel caso non fosse ancora abbondantemente chiaro, dopo sette mesi, la gestione solo emergenziale della pandemia non va da nessuna parte. Bisogna lavorare a meccanismi che ci permettano di gestire la crisi sul lungo periodo, in modo più costruttivo e con un respiro politico più ampio ed efficace.

Come procede il testing di massa a Qingdao, nel frattempo? Spedito: l’ultimo aggiornamento è di ieri, ed erano stati effettuati 7 dei 9 milioni di test necessari per coprire tutta la popolazione. Finora non sono stati individuate altre infezioni — anche se la Cina mantiene un conteggio separato per i casi asintomatici, per cui potremmo saperne di più nei prossimi giorni. Sono stati individuati, invece, due responsabili: Sui Zhenhua, uno degli ufficiali alla commissione alla Sanità della città, e Deng Kai, il direttore dell’ospedale convertito in Covid hospital per viaggiatori da cui si è diffuso il contagio, sono stati licenziati.

La Cina è stato il primo paese colpito dalla pandemia, ma negli ultimi mesi ha dimostrato come nessun altro luogo di saper controllare il contagio, grazie a misure spesso drastiche ma efficaci come questa. Non si tratta infatti del primo test di massa — lo scorso maggio furono testati anche tutti gli abitanti di Wuhan, e nei mesi scorsi molte altre metropoli cinesi sono passate attraverso campagne intense di testing, tra cui anche Pechino. Dall’inizio della pandemia, nella capitale cinese si sono contati solo 9 morti ufficiali. Per quanto sia legittimo dubitare dei numeri ufficiali cinesi — come, del resto, quelli di tutti i paesi del mondo, Italia compresa — è indubbio che in estremo oriente la pandemia sia stata gestita molto meglio rispetto all’Europa Occidentale.

Il paragone più impietoso per l’Occidente è indubbiamente quello con la Corea del Sud, in cui dall’inizio della crisi il picco giornaliero è stato di 909 casi, e che a fine agosto è riuscita a strozzare una seconda ondata — ora i casi sono da un mese sempre attorno ai 100 tutti i giorni. Il paese — indubbiamente anche perché aveva già attraversato la MERS — è un modello mondiale nella lotta al contagio, forse quello che ha avuto più successo di tutti nel contrastare il virus.

Non si può non osservare i casi in tutta l’Asia e non arrivare alla conclusione netta che tutti i governi abbiano investito più risorse, più soldi, nella difesa della vita delle persone. Non è un caso che i tre paesi che in tutto il mondo hanno gestito meglio la crisi siano Corea del Sud, Taiwan, e Vietnam. In Occidente, forse perché veniamo da decenni di propaganda sul ruolo più diciamo minimalista possibile per lo stato, la politica non ha nemmeno gli strumenti per pensare negli stessi termini. Anche il Giappone, che è il paese che se l’è cavata peggio nella regione, è in condizioni che farebbero venire l’acquolina in bocca a qualunque stato europeo.

Già, ad esempio: Emmanuel Macron ha annunciato, in un’intervista televisiva, nuove misure per cercare di limitare il contagio. Il presidente francese ha spiegato che gli abitanti di Parigi e di altre città particolarmente colpite dal virus, come Marsiglia, Lione, e Grenoble — in totale circa 20 milioni di persone, un terzo della popolazione francese — dovranno rimanere in casa dalle 21 alle 6 di mattina, a partire da sabato, almeno per le prossime quattro settimane. L’obiettivo di Macron è di riportare il carico di casi “tra i tremila e i cinquemila” al giorno — ieri in Francia sono state registrate 22.591 infezioni. L’obiettivo del coprifuoco è di “ridurre i momenti di convivialità” senza “fermare tutto il paese” — oltre ai posti di lavoro, però, resteranno aperte anche le scuole e le università. Macron ha anche annunciato un aumento del reddito di solidarietà attiva per le prossime sei settimane, con un aumento di 150 euro che può arrivare fino a 450, per assistere le persone il cui reddito sia particolarmente colpito dal coprifuoco. Macron ha anche promesso nuovi sostegni per i settori più colpiti dalle misure — bar, ristoranti, teatri, cinema — e ha chiesto a tutte le aziende di potenziare il lavoro da remoto, arrivando ad almeno due o tre giorni settimanali di smart working — in Francia però le aziende finora hanno opposto resistenza alle richieste di riattivare il lavoro da remoto una volta finito il lockdown.

In Italia invece la situazione è indietro, si può dire, di qualche settimana — al contrario di quanto accadeva durante la cosiddetta fase 1. Ieri i nuovi casi registrati sono stati 8804 — ma soprattutto sono cresciuti i decessi, 83, praticamente raddoppiati rispetto alla giornata precedente. È di poca consolazione anche il nuovo record di tamponi, che sono stati più di 160 mila.

Vista l’accelerazione della pandemia, è già il momento di chiedersi se le misure varate con il recente Dpcm saranno sufficienti per contrastarla. Secondo la fondazione Gimbe, probabilmente no: il think tank che si occupa di ricerca sanitaria, una delle voci più ascoltate sin da questo marzo, ha fatto notare che servono tempestivi lockdown mirati per evitare il peggio — ammesso che ci sia ancora tempo per evitarlo. Anche l’Iss, nel suo consueto rapporto settimanale, parla della necessità di studiare misure per “le aree maggiormente affette.” Secondo l’Istituto, la pandemia è ormai entrata “in una fase acuta” in cui si registrano “evidenze di criticità nei servizi territoriali ed aumenti nel tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva e area medica che rischiano, in alcune Regioni/PA, di raggiungere i valori critici nel prossimo mese.” La Lombardia — in cui si sono registrati ieri più di 2 mila casi, la metà dei quali nella città metropolitana di Milano — e altre regioni sembrano intenzionate a mettere in atto politiche meno drastiche: la giunta lombarda per ora ha vietato le visite ai parenti nelle Rsa e starebbe lavorando a uno scaglionamento degli orari scolastici. Le riflessioni sulla scuola possono essere discutibili, ma sono almeno un passo più in là della desolante retorica sulla cosiddetta movida in cui sembrano essersi chiusi tutti i politici e i media del paese, incapaci di pensare a misure più efficaci e di affrontare il tema dei contagi sul lavoro.

Show notes

In questa puntata sono con voi: Stefano Colombo @stefthesub e Alessandro Massone @amassone. Per non perderti nemmeno un episodio di TRAPPIST, abbonati su Spotify e Apple Podcasts.

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