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Perché alcune contee statunitensi vogliono la secessione

Anche negli Stati Uniti, sempre più polarizzati e divisi tra città e campagna, proliferano i movimenti separatisti simili alla vecchia Lega Nord italiana

in copertina, foto dalla pagina Facebook di Move Oregon’s Border for a Greater Idaho

Anche negli Stati Uniti, sempre più polarizzati e divisi tra città e campagna, proliferano i movimenti separatisti simili alla vecchia Lega Nord italiana

La regola numero uno per chi vuole conoscere gli Stati Uniti dovrebbe essere prima di tutto percepirne la vastità.

Il 97% del territorio degli Stati Uniti è composto da zone rurali. Montagne, pianure, deserti, praterie, campagne, riserve naturali e grande masse di ghiaccio occupano tre quarti del continente americano. Eppure l’81% della popolazione vive nelle città. Questa distinzione netta tra aree urbane e aree rurali aiuta a capire come funzionano le due Americhe che convivono nello stesso Paese, quella industrializzata e sviluppata delle grandi città e quella agreste e bucolica delle zone rurali. La prima è nata e cresciuta durante la Rivoluzione industriale, la seconda è presente dagli inizi della repubblica ed è stata a lungo l’America prevalente, salvo poi quasi scomparire per lasciar spazio al modello economico fondato sull’urbanizzazione che ha fatto la fortuna degli Stati Uniti nell’ultimo secolo e mezzo.

Una convivenza difficile

Le conseguenze di questa divisione marcata tra il centro e la periferia sono soprattutto politiche. Se infatti a livello federale vige un perfetto equilibrio tra le realtà più estese e quelle più piccole (ciascuno stato federato elegge due senatori a prescindere dal proprio peso demografico), i rapporti tra le diverse contee che compongono gli Stati non sono sempre idilliaci. È questo il caso dell’Oregon, Stato del Pacific Northwest che si affaccia sull’Oceano Pacifico e confina a sud con la California e il Nevada e a nord con Washington e Idaho. La regione dell’entroterra situata a sud-ovest, comprendente perfino alcune parti della California, prende il nome di Greater Idaho. Si tratta di un’estensione meridionale dell’Idaho che ingloba ventisei contee in totale.

Da quarant’anni, l’Oregon è governato dal Partito Democratico. Negli ultimi settanta i Repubblicani hanno vinto otto volte le elezioni presidenziali, l’ultima nel 1984. Da allora il distacco tra liberal e conservatori è aumentato notevolmente, grazie soprattutto alla crescita delle aree metropolitane. La città di Portland, la più grande e popolosa dello Stato, ha visto la sua popolazione aumentare del 50% dal 1980 a oggi. La base elettorale del Partito Democratico dell’Oregon risiede principalmente nell’area metropolitana di Portland e nella mappa delle elezioni presidenziali di quattro anni fa si nota immediatamente il contrasto ideologico tra le coste più progressiste (in blu) e l’Hinterland conservatore (in rosso).

La collaborazione tra democratici e repubblicani è ai minimi storici. La polarizzazione politica esplosa negli ultimi anni ha reso praticamente impossibile la cooperazione tra i due partiti. Le eccezioni esistono, ma lo scontro nazionale si è materializzato anche a livello locale. Nel 2019 il Partito Repubblicano dell’Oregon ha lanciato una raccolta firme per chiedere le dimissioni della governatrice dem Kate Brown, favorevole al cap-and-trade e a una riduzione delle emissioni di gas serra. La petizione non è stata in grado di raggiungere le 280.000 firme necessarie in novanta giorni per costringere la governatrice a dimettersi e per i Repubblicani si è trattata di un’umiliante sconfitta politica. Ma non è finita qui. Qualche mese dopo, mentre l’assemblea statale votava per l’approvazione di un’importante legge contro il cambiamento climatico, i Repubblicani hanno deciso di abbandonare l’aula, affossando il progetto di legge che per passare necessitava di un quorum. A distanza di un anno, dopo i terribili incendi che hanno devastato la costa occidentale, quella mossa si è rivelata se non altro poco lungimirante.

In questo momento l’Oregon è il cuore della polarizzazione che domina la politica americana. I conservatori che abitano nella parte più interna dell’Oregon denunciano una rappresentanza politica quasi inesistente e in questo il Presidente Donald Trump è un loro alleato. Durante le proteste della scorsa estate che hanno investito per mesi la città di Portland, Trump ha attaccato duramente il sindaco Democratico Ted Wheeler, definendolo una barzelletta. A farsi portavoce di questa battaglia però non è soltanto il Presidente degli Stati Uniti.

Requiem for a dream

Il movimento Move Oregon’s Border for a Greater Idaho chiede che vengano ridisegnati i confini dell’Oregon e della California orientale per annettere all’Idaho le ventisei contee (venti in Oregon e sei in California) del Greater Idaho. Le motivazioni sono fondamentalmente politiche. Allora perché non trasferirsi direttamente in Idaho? “Qui abbiamo investito anni nei nostri amici, nelle nostre famiglie, qui abbiamo trovato lavoro, una chiesa, abbiamo aperto negozi e comprato terreni. Le nostre contee sono conservatrici, avrebbe più senso se fossero sotto la giurisdizione dell’Idaho” si legge sulla piattaforma del movimento.

Il presidente del movimento Michael McCarter si è scusato per non aver potuto rispondere alla nostra intervista. “Troppo impegnato in campagna elettorale fino a novembre” ci è stato detto. “Quello che state cercando lo trovate nel nostro programma pubblico.” E nel documento, oltre alle ragioni politiche che metterebbero a tacere i malumori di chi non si sente rappresentato, si riscontrano delle istanze economiche: “Senza di noi, il Partito Democratico renderebbe permanente la sua supermaggioranza alla Camera, mentre il bilancio dello Stato dell’Oregon verrebbe aiutato enormemente da questo cambiamento. Le contee rurali dell’Oregon pagano molte meno tasse sul reddito perché la maggioranza dei lavoratori si è trasferita nelle grandi città.” Una situazione win-win, apparentemente.

È tuttavia vero che il movimento si trova ancora agli albori e ci vorrebbero anni per portare a termine la causa secessionista. Il procedimento che permette a una contea di lasciare l’Oregon prevede una raccolta firme e, conditio sine qua non, l’approvazione delle camere statali di entrambi gli Stati. La richiesta di McCarter di bypassare la petizione e portare la questione al voto a novembre è stata negata da un giudice federale.

Ad ogni modo, un tentativo simile da parte dei conservatori è già stato proposto da alcune contee della Virginia per annettersi alla Virginia Occidentale e ha ricevuto il via libera del governatore repubblicano Jim Justice. I parlamentari del Mountain State hanno già iniziato il lunghissimo iter legislativo in modo da consentire alle contee della Virginia di entrare ufficialmente nel loro Stato.

Un copione già visto, ma con una novità

Sorprende, e non poco, che in un Paese dotato di un assetto federale che concede larghissime autonomie proliferino separatismi di questo tipo, da non confondere coi movimenti indipendentisti che lottano per l’istituzione di una nazione indipendente. L’indipendentismo texano, per esempio, oggi quiescente ma attivo fino agli anni Novanta, non riconosce l’annessione del 1845 e lotta per la rifondazione della Repubblica del Texas. Vi è senz’altro un’analogia con il leghismo emerso in Italia quarant’anni fa. Le rimostranze delle comunità rurali dell’Oregon sono essenzialmente di natura fiscale e l’emancipazione politica da un centro giudicato distante, impertinente, disinteressato e avido di incassare i pagamenti dei tributi — come in passato per alcuni è stata vista “Roma ladrona” — è sicuramente un elemento costitutivo di questo gruppo.

Appare sempre più evidente come negli Stati Uniti il conflitto città-campagna, elaborato dal politologo norvegese Stein Rokkan, venga estremizzato da una curva demografica e da un’emigrazione interna che col tempo stanno svuotando gli spazi periferici a vantaggio dei grandi centri, un trend che ha ridotto sensibilmente il costo della vita nella rural America. Tale frattura è destinata a cambiare non solo il già debole tessuto sociale degli States, ma anche il contesto politico-elettorale, creando nuove roccaforti e rendendo competitivi Stati che finora sono sempre stati in mano a uno dei due partiti.

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