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Candidati impresentabili e governatori megalomani alla vigilia delle elezioni

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Zaia principe azzurro, imputati per associazione a delinquere di stampo mafioso, aspiranti presidenti che paragonano migranti e chihuahua: tra cosa si può scegliere domani?

Fascisti omofobi che fanno il saluto romano, soggetti che ritengono che una donna debba uscire di casa solo con il rossetto, personaggi in lista con un candidato ma che in realtà tifano e chiedono di votare l’altro: alle prossime elezioni amministrative si presenterà un po’ di tutto. In tre regioni — cosa probabilmente ancora più grave — la commissione Antimafia ha segnalato la presenza nelle liste di tredici personaggi “impresentabili”: 9 in Campania, 3 in Puglia e 1 in Valle D’Aosta — dov’è nientemeno che l’ex presidente della regione.

Come e quando si voterà? I seggi saranno aperti dalle 7 alle 23 di domenica 20 settembre e dalle 7 alle 15 del successivo lunedì. Ovviamente, verranno prese misure di sicurezza per scongiurare il rischio di contagio: ai seggi si potrà accedere solo con la mascherina, rispettando il distanziamento sociale e igienizzandosi le mani almeno tre volte in diversi momenti del processo elettorale. Se si è in quarantena o in isolamento individuale si può fare richiesta per votare a domicilio: verrà direttamente a casa un addetto munito di visiera, mascherina e guanti. Se purtroppo è il vostro caso, però, è troppo tardi: la richiesta andava inoltrata entro il 15 settembre. 

Un’incognita logistica rilevante sembra essere legata alla presenza dei presidenti di seggio e scrutatori, che stanno dando forfait all’ultimo minuto in numeri variabili — ma potenzialmente problematici soprattutto nelle regioni in cui si rinnova la giunta locale. Si vota per il rinnovo della giunta regionale in Valle d’Aosta, Veneto, Liguria, Marche, Toscana, Puglia e Campania, e in 962 comuni. Tutto il paese invece si esprimerà sul taglio dei parlamentari. Il testo è molto semplice: riduce il numero di seggi alla Camera a 400 — da 630, meno 230 persone — e al Senato a 200 — da 315, meno 115.  Se votate Sì, come farà probabilmente la maggioranza degli italiani che andranno a votare, siete d’accordo; se votate No, preferireste che il numero dei parlamentari non venisse ridimensionato.  

Sull’argomento è importante informarsi bene: tagliando un terzo dei parlamentari, l’Italia avrebbe un eletto ogni 151mila abitanti — e questo rischia di minare ulteriormente il senso della rappresentanza democratica. Ne abbiamo affrontato in modo più completo nella nostra guida, qui sotto.

Leggi anche: La guida di the Submarine al taglio dei parlamentari

Le consultazioni erano programmate per marzo, ma sono state rimandate a causa della pandemia, e si è poi deciso di accorparle al referendum costituzionale in quello che viene spesso definito “Election day.”

Come sempre prima di qualsiasi elezione, i sondaggisti si lanciano in previsioni e scenari più o meno attendibili. Andranno al voto sette regioni: Valle d’Aosta, Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Puglia, Campania — complessivamente circa 18 milioni di cittadini — e 962 comuni, La partita più importante e incerta è senza dubbio quella toscana, dove il candidato del Pd, Eugenio Giani, e Susanna Ceccardi della Lega sarebbero testa a testa. Giani, renziano, rappresenta una sostanziale continuità con le amministrazioni di centrosinistra degli ultimi decenni, nonostante la diversa estrazione politica dall’attuale governatore Enrico Rossi, storico nemico dell’ex sindaco di Firenze. 

La perdita della Toscana, per il Pd sarebbe un colpo paragonabile quasi a quello che sarebbe stata una sconfitta in Emilia-Romagna. Il centrosinistra guida la regione dal 1970 — ovvero da quando esistono le regioni come le conosciamo oggi. Ma ha ancora senso parlare della Toscana come di una “regione rossa?” Come fa notare il Post, non è tanto l’elettorato locale ad aver radicalmente mutato composizione, quanto la classe dirigente di centrosinistra ad essersi parzialmente scollata dalla realtà dal territorio, con un sistema politico che ha favorito sempre di più i personalismi a scapito dei grandi partiti-comunità com’è stato il Pci toscano. 

E ovviamente, come se non bastasse, la destra in Toscana è sempre esistita. Ceccardi, appena 33enne e molto attiva sui social, cerca di presentarsi come un’alternativa a un potere così radicato nel tempo, cercando di sfruttare il logoramento del centrosinistra locale. Ceccardi, in realtà, ha posizioni molto estremiste. Un esempio? A giugno si è lanciata in un paragone tra migranti e chihuahua — sì. La geografia politica della regione è ormai piuttosto composita, con la destra che negli ultimi anni ha già preso il controllo di alcuni centri importanti, come Grosseto, e Giani che spera in una risposta in suo favore del tessuto sociale profondo di tutto il territorio — ma non è affatto sicuro che riuscirà a mobilitare tutti i voti necessari.

L’altra regione che sembra essere in bilico è la Puglia, dove il governatore uscente Michele Emiliano se la gioca testa a testa contro Raffaele Fitto, a sua volta presidente della regione tra il 2000 e il 2005 e fondatore, tra il 2015 e il 2017, di uno sfortunato partito dal memorabile nome di “Conservatori e riformisti.” Secondo gli ultimi sondaggi, Fitto dovrebbe avere un lieve vantaggio, con la candidatura di Emiliano azzoppata dalle divisioni interne — in particolare Renzi, sbagliando evidentemente regione di competenza, ha costantemente attaccato il suo ex avversario alle primarie Pd del 2017. 

Le altre elezioni sembrano invece già assegnate: ad esempio, nelle Marche dovrebbe vincere Acquaroli, candidato di Fratelli d’Italia. Anche questa si tratterebbe comunque di una vittoria rilevante per la destra, in una regione storicamente tendente verso il centrosinistra. Ed è importante anche per gli equilibri interni alla destra, visto che Acquaroli è un candidato di Giorgia Meloni — e dunque segna un passo importante per la progressiva scalata interna per rimpiazzare eventualmente Matteo Salvini.

In Liguria probabilmente si confermerà l’uscente Toti per il centrodestra. Anche qui, la partita non è mai stata davvero in discussione, con il candidato del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle, Ferruccio Sansa, indietro di diverse decine di punti percentuali. Ma la partita più plebiscitaria è senza dubbio quella del Veneto, dove il governatore uscente Zaia si prepara a vincere con percentuali bulgare, intorno al 75%. Anche qui, il risvolto più interessante è tutto interno alla destra: è probabile, infatti, che la lista personale di Luca Zaia prenderà più voti della Lega in sé — un altro brutto segnale per Matteo Salvini e la sua leadership, sempre meno indiscussa a destra. Zaia si sta del resto già allargando — è appena stato raffigurato come una specie di supereroe in un fumetto sui diari distribuito agli studenti elementari veneti.

C’è qualche posto dove il Pd sia sicuro di vincere? Sì, ed è la Campania di De Luca. Il profilo assunto da De Luca negli ultimi mesi, in realtà, è più simile a quello di un membro dell’opposizione, con attacchi frontali al governo e un’interpretazione molto “appariscente” della propria carica, con frasi a effetto, minacce a questa e quella categoria di “facinorosi” — insomma, quello che si dice un atteggiamento muscolare. Il lato più critico della sua candidatura, forse ancora più di quello politico, è quello dei candidati fortemente compromessi all’interno delle sue liste: come Sabino Basso, con Campania libera-De Luca Presidente, imputato ad Avellino per riciclaggio. O Aureliano Iovine, dei Liberaldemocratici Campania popolare moderati, imputato a Napoli di “plurimi reati” — tra cui nientemeno che “associazione per delinquere di stampo mafioso e fraudolento trasferimento di valori aggravato” insieme ad altri capi d’accusa, secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano, come “truffa aggravata dall’aver cagionato un danno patrimoniale di rilevante gravità e dall’agevolazione delle associazioni mafiose e tentata truffa aggravata”.

È ancora incerto l’effetto che queste consultazioni potrebbero avere sul governo. Nonostante alcuni retroscena abbiano dipinto scenari di radicali rinnovamenti all’interno dei partiti in base ai risultati delle regionali — ad esempio, la “leadership” di Zingaretti nel Pd potrebbe essere messa in discussione in caso di una sconfitta toscana — per la tenuta del governo non dovrebbero esserci rischi, con un eventuale rimpasto ancora esclusivamente nel regno del forse.

 

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