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La guerra personale di Trump contro TikTok minaccia tutto internet come lo conosciamo

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Negli ultimi anni la balcanizzazione di internet è accelerata drasticamente, ma è impossibile immaginare che effetti avrebbe una “guerra fredda digitale” 

Trump ha firmato due ordini esecutivi che vietano ad ogni azienda o individuo statunitense a intrattenere rapporti commerciali con TikTok e WeChat. Gli ordini esecutivi entreranno in vigore tra 45 giorni, fissando un conto alla rovescia per l’acquisizione del social network di ByteDance, sempre più diffuso, a cui sembra essere molto interessata Microsoft. Nell’annuncio, Trump ha accusato WeChat e TikTok di essere canali attraverso cui il Partito comunista cinese ottiene informazioni riservate di cittadini statunitensi e cittadini cinesi che vivono all’estero. L’annuncio arriva dopo giorni di trattative durissime all’interno dell’amministrazione: influenzato forse dal proprio consigliere Peter Navarro, Trump inizialmente si era opposto anche all’idea di una acquisizione statunitense, effettivamente lasciando ByteDance senza soluzioni. Nel giro di qualche giorno, però, un fronte interno ai repubblicani, guidato dal segretario al Tesoro Mnuchin, sembra, è riuscito a convincere Trump che una effettiva e completa messa al bando di TikTok sarebbe stata una mossa politica sconsiderata, con conseguenze difficili da prevedere.

Come risponderà la Cina?

Gli ordini di Trump entrano in vigore il 20 settembre — cinque giorni dopo la scadenza che Microsoft si è data per concludere un accordo con Bytedance. È importante specificare che non si tratta di “sanzioni,” come quelle che hanno colpito Huawei e ZTE l’anno scorso. Nel caso di Huawei gli Stati Uniti si erano mossi attraverso canoni più convenzionali, prima avanzando accuse specifiche verso l’azienda — seppure restino tuttora senza prove — per poi procedere ad aprire indagini, e quindi a muovere sanzioni. Quella nei confronti di TikTok, invece, sembra essere una battaglia personale del presidente. Da giorni si rincorrono voci su quale potrebbe essere la risposta cinese all’ulteriore stretta di Trump. Le accuse non circostanziate mosse dall’amministrazione, in contemporanea con la release di Reels, il clone di TikTok che Facebook ha integrato in Instagram, espongono gli Stati Uniti a evidenti critiche: la Cina potrebbe sostenere che non si tratti di una coincidenza — ma di aperta collaborazione tra il colosso tecnologico più vicino a Trump e l’amministrazione, collusi per clonare e poi far fallire un prodotto di successo cinese. La contemporaneità degli eventi, per altro, è già stata sottolineata anche da molti attivisti statunitensi.

La balcanizzazione di Internet

Dei due, l’ordine esecutivo più preoccupante è senza dubbio quello nei confronti di WeChat: TikTok, anche se operato da un’azienda cinese, non è presente sul territorio cinese, dove ByteDance distribuisce una versione separata del social network, Douyin. La messa al bando di WeChat, invece, rischia di rendere complesso per tantissime persone, cinesi e non, che usano l’app per rimanere in contatto con i propri cari. In Cina, WeChat — o Weixin, come è noto in patria — è molto di più di un’app per la messaggistica: offre una ampissima gamma di servizi, tra cui un sistema di pagamento usato da quasi tutte le attività commerciali, ma anche strumenti per pagare l’affitto e pagare le bollette, e perfino ottenere piccoli prestiti. WeChat Pay in particolare è così diffuso da portare la banca centrale cinese a ipotizzare la necessità di azioni di antitrust. Gran parte di questi servizi non sono accessibili ovviamente fuori dalla Cina, ma la sua universalità all’interno della Repubblica popolare la rende la scelta ovvia anche per chi ha rapporti con il paese ma vive all’estero. 

L’effetto degli ordini esecutivi di Trump rischia di esacerbare un fenomeno di cui si discute da anni: la balcanizzazione di Internet. Negli ultimi anni diverse regolamentazioni in tutto il mondo stanno rendendo sempre più spesso parti di internet inaccessibili in determinate regioni. Gli effetti si vedono anche dall’Italia: molti siti statunitensi che avevano un pubblico europeo limitato, infatti, non si sono mai adeguati alla GDPR, e piuttosto che rischiare azioni da parte di regolatori europei preferiscono bloccare del tutto i propri siti a lettori dall’altra parte dell’Oceano — capita anche a noi di linkarli, quando parliamo di eventi statunitensi e nella nostra rassegna stampa. All’estero sono frequenti limitazioni anche molto più gravi, si parla comunemente del “Grande firewall” cinese, ma sistemi di filtri per contenuti sono sempre più diffusi: Russia, Iran, Siria, Tunisia, Arabia Saudita e molti altri bloccano l’accesso a tantissimi siti internet, molti altri hanno anche filtri che bloccano specifici contenuti sui social network: in Corea del Sud, ad esempio, sono bloccati i media nordcoreani, e sono attivi filtri rigidissimi di “sicurezza nazionale” sui temi del confine tra i due paesi. Questo “splinternet” — come lo chiama Evgeny Morozov — diversamente accessibile in base a dove si vive è destinato a diventare sempre più diverso con il passare degli anni. Il mese scorso l’India ha bloccato 59 app cinesi sul territorio nazionale, tra cui appunto anche TikTok e WeChat.

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