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Perché parlare di piazza Fontana 50 anni dopo, ma soprattutto come

Una nuova raccolta di saggi pubblicata da Mimesis indaga la strage del 12 dicembre 1969 sotto il profilo dell’uso (e abuso) pubblico della storia: tra narrazioni tossiche, mistificazioni e scarsa conoscenza scolastica.

Una nuova raccolta di saggi pubblicata da Mimesis indaga la strage del 12 dicembre 1969 sotto il profilo dell’uso (e abuso) pubblico della storia: tra narrazioni tossiche, mistificazioni e scarsa conoscenza scolastica.

Le iniziative editoriali in occasione del cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana non si contano: inchieste, ricostruzioni, memorie, in qualche caso con la promessa di svelare “scoop” e verità mai dette su una pagina di storia recente che vanta una bibliografia già sterminata. “Gli storici dicono sempre che i 50 anni sono l’anniversario su cui si fanno più soldi,” confessa con una punta di ironia Elia Rosati, ricercatore alla Statale di Milano e co-autore del libro Dopo le bombe. Piazza Fontana e l’uso pubblico della storia, una raccolta di saggi uscita il 31 ottobre per Mimesis. “C’è una bulimia di libri su Piazza Fontana, ma l’impianto di questo lavoro voleva essere proprio un altro. A cosa serve parlare di Piazza Fontana 50 anni dopo? A cosa serve ricordare? A cosa serve fare storia?” 

Siamo alla prima presentazione del libro a Milano — giovedì 7 novembre, nella piccola libreria indipendente Les Mots, in zona Isola — dove, insieme a Rosati, quattro dei co-autori spiegano il senso di questo nuovo lavoro di ricerca. A cui in primis va riconosciuto il merito di aver messo insieme tre generazioni di studiosi: ci sono le firme di due storici affermati come Aldo Giannuli — collaboratore, tra le altre cose, della Commissione Stragi dal 1994 al 2001 — e Mirco Dondi, ma anche quelle dei ricercatori dell’Associazione Lapsus, tutti a cavallo tra i 20 e i 30 anni. Il presupposto, come si legge nell’introduzione, è “spiegare in primis alle generazioni di ventenni — e trentenni — di oggi perché questa storia continua a essere la loro, e anche la nostra.” Contro all’idea, insomma, che si tratti di un capitolo chiuso. 

Questa caratteristica puramente generazionale regala al libro una freschezza, sotto il profilo dei linguaggi e dei punti di vista, lontana da quella che ci si potrebbe aspettare da un testo di saggistica storica. Lontana, soprattutto, dagli stilemi del “torbido” e dei luoghi comuni noir che circondano spesso le rappresentazioni su Piazza Fontana e sulla strategia della tensione, secondo la formula fortunata dei “misteri italiani,” che ha dato vita quasi a un genere letterario a sé. Il punto di partenza di Dopo le bombe è del tutto diverso: nonostante i depistaggi, le verità giudiziarie monche e quelle politiche altrettanto incomplete, “su Piazza Fontana si è studiato tantissimo e sappiamo tantissimo” — spiega ancora Rosati — “e se dobbiamo continuare a parlarne è perché questa storia ci parla dell’Italia di oggi.”

Così, gli autori non offrono una nuova ricostruzione dell’attentato e delle sue conseguenze, relegando la parte puramente ricostruttiva alla “cassetta degli attrezzi” compilata da Fabio Vercilli, che comprende un utile glossario della strategia della tensione, una bibliografia ragionata e una dettagliata cronologia. Negli altri contributi si affrontano lati meno battuti della vicenda, con l’ambizione di tracciare i possibili indirizzi futuri della ricerca e del dibattito sul “quinquennio nero” tra 1969 e 1974. A partire dal suo necessario inquadramento nel contesto più ampio della Guerra fredda, messo bene in luce da Aldo Giannuli e Elio Catania in un saggio sulla “pista atlantica” e le ramificazioni europee dei gruppi eversivi neofascisti.

Catania si concentra poi sull’origine delle “narrazioni tossiche” — un termine preso in prestito dai Wu Ming e quanto mai attuale — che ancora inquinano l’immaginario comune attorno alla strage del 12 dicembre. Si scopre così che molte delle idee più diffuse sulla violenza politica degli anni Settanta affondano le proprie radici in vari errori di percezione e rappresentazione: per esempio, stando ai rapporti prefettizi dell’epoca, gli atti di violenza politica generalmente intesi diminuirono costantemente negli anni 1971-1975 (circa -74%), e fino al 1977 quelli ascrivibili ai gruppi neofascisti rimasero in numero nettamente superiore. Ciononostante, scrive Catania, “i governi, la magistratura e lo Stato non produssero una rappresentazione così ben definita dell’eversione di destra come invece avvenne per le violenze della sinistra extraparlamentare”: l’uso della decretazione di urgenza si intensificò dopo la metà del decennio e, nonostante le stragi, i reati di “terrorismo” e “attentato” entrarono nell’ordinamento italiano solo quasi dieci anni dopo piazza Fontana, in seguito al sequestro Moro.

I quotidiani ebbero un ruolo determinante nell’influenzare l’opinione pubblica all’indomani della strage. Il saggio conclusivo del libro, firmato da Mirco Dondi, si concentra sulla copertura giornalistica del Corriere della Sera dal 1969 al 1970

Se è vero che in un sondaggio condotto nel 2006 nelle scuole milanesi la maggior parte degli studenti attribuì la bomba “alle BR o alla mafia,” la ragione di questa confusione non è da cercare soltanto in una generica disinformazione, ma negli effetti di una precisa strategia comunicativa che sin da subito la destra (parlamentare e extra-parlamentare) ha perseguito per imporre la propria “contro-narrazione” sugli anni delle stragi: se ne occupa Rosati nel quarto saggio del libro, mostrando come i tentativi di scrollarsi di dosso le responsabilità di piazza Fontana, da parte di neofascisti e postfascisti, proseguano tuttora.

La celebre intervista di Enzo Biagi a Stefano Delle Chiaie nel 1983, esordio televisivo del leader di Avanguardia Nazionale, all’epoca latitante in Sud America

A questo punto viene da chiedersi: anniversario dopo anniversario, sarà mai possibile inquadrare la strage di piazza Fontana in una narrazione storica lineare, coerente e condivisa? Il passare del tempo, sicuramente, farà la sua parte. Ma un ruolo fondamentale spetta al luogo più importante per la produzione della conoscenza storica: la scuola. La situazione attuale non è rassicurante: se la seconda metà del Novecento è notoriamente già molto sacrificata nello svolgimento dei programmi di storia, la strategia della tensione e gli anni di piombo rientrano in un terreno ulteriormente minato, trattandosi di tematiche ancora molto “vive” e sentite politicamente. E nei manuali scolastici? Erica Picco e Sara Troglio, nel proprio saggio, analizzano otto tra i libri di testo più utilizzati alle scuole superiori, scoprendo che lo spazio dedicato a piazza Fontana e alla strategia della tensione — su una mole di 700-1000 pagine — non occupa mai più dello 0,8% del totale, spesso con grandi semplificazioni e con formulazioni ambigue e allusive. Eppure, spiega Picco, “l’esigenza di comprensione, di sapere meglio e quindi di spiegare meglio questi eventi, nella scuola c’è: sta a noi intercettarla. La sfida è farsi promotori di questo atteggiamento critico e di questo aggiornamento tra gli insegnanti.”

“È una sfida sull’oggi,” conclude Catania. “Un lavoro culturale e di controinformazione storica, proprio come quello che avvenne all’indomani dell’attentato e che portò alla realizzazione di un libro importante come La strage di Stato, non basta a vincere da solo la sfida delle narrazioni. Il fatto che diventino egemoni gioca moltissimo su elementi extra-accademici e extra-storiografici. Perché la storia è il suo uso pubblico — altrimenti non ha nessuna funzione.”

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