C’era davvero bisogno di fare Joker?

Mitizzazione della violenza, personaggi femminili inesistenti, battute banali e cliché: il nuovo blockbuster di Todd Phillips con Joaquin Phoenix è un film problematico sotto mille punti di vista

Mitizzazione della violenza, personaggi femminili inesistenti, battute banali e cliché: il nuovo blockbuster di Todd Phillips con Joaquin Phoenix è un film problematico sotto mille punti di vista

Questo articolo contiene spoiler per il film Joker. I paragrafi che contengono informazioni sulla trama sono sempre segnalati, e alla fine degli spoiler è sempre presente un’indicazione da dove ricominciare a leggere. E comunque, non dovreste andare a vedere questo film.

Perché questo film esiste?

Premessa: il personaggio di Joker non è per forza un personaggio interessante. È letteralmente un clown che fa crimini. Chiunque trovi l’idea di un clown che fa paura sufficientemente interessante per farci un film nel 2019 può solo essere patologicamente a corto di idee, oppure può essere una corporation che ha solo interesse nel capitalizzare i propri franchise

In più, Joker non ha bisogno di essere calato in un contesto realistico: si tratta di un esperimento che è già stato provato, nel film — enormemente  sopravvalutato — The Dark Knight di Christopher Nolan. La premessa fumettistica, metacinematografica, di Joker è così debole che, perché un nuovo film abbia senso, deve avere per forza qualcosa da dire, qualcosa di importante, qualcosa che riempia di significato un prodotto che sulla scatola sembra non averne.

Joker di Todd Phillips non è tecnicamente un brutto film. È, soprattutto a livello tecnico, un prodotto fatto da persone competenti — a parte per la fotografia così aggressivamente arancione e foglia di tè da sembrare passata per le mani di uno YouTuber che ha appena scoperto come usare i LUT in Final Cut Pro; una colonna sonora didascalica e che spesso si concede soluzioni ovvie; una regia che porta per mano lo spettatore, pensando sia uno scemo. Nessuno di questi difetti, però, rovina il film. Sono due ore che nella seconda metà iniziano a diventare veramente lunghe, ma non sono due ore che non funzionano. Se fosse uno speciale di Netflix sarebbe abbastanza ben fatto.

Il problema non è mai come è fatto il film, ma che cosa dice il film.

Le donne in Joker

Non ci sono molti personaggi ben sviluppati, in Joker — in base ai vostri standard o ce n’è uno o non ce ne sono. Attorno alla vita del protagonista, Arthur, orbitano tre figure femminili che sono però particolarmente problematiche.

L’assistente sociale (Sharon Washington). È un personaggio così ben sviluppato da non avere nemmeno un nome, apparentemente, e serve solo come meccanismo per far sì che Phoenix dia voce ad Arthur. Il protagonista sembra anche rendersene conto, perché a un certo punto si chiede letteralmente  “e io ora con chi parlo?” Ma in precedenza, almeno, il film si diverte a mostrare Arthur in contrapposizione con Washington, ritratta come svogliata e distratta, che non ascolta le persone che dovrebbe aiutare per lavoro.

Penny Fleck (Frances Conroy). Tra i cliché con cui gli autori del film fanno di tutto per farci empatizzare con il protagonista violento c’è ovviamente il ruolo prima co–dipendente e poi conflittuale con la madre. La madre di Arthur è uno dei motori principali del film: finché il figlio resta in buoni rapporti con lei, resta, in qualche modo, legato a terra. 

(Spoiler, prosegui al prossimo paragrafo se devi ancora vedere il film)

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Ma quando inizia la discesa nella violenza, il rapporto con la madre degenera rapidamente: si approfondisce la sua malattia mentale — vera o presupposta — di cui è vista da Arthur come colpevole, e per cui serve fare giustizia: ovviamente uccidendola. L’arco narrativo di Penny attraversa insomma tutti i topoi del genere, in un en plein che sembra chiaramente voluto: è introdotta come figura materna svanita, poco comprensiva, ma affettuosa, per essere promossa al ruolo di madre malata di mente e violenta, per poi essere uccisa dopo che il suo arco narrativo era già concluso, unicamente per rendere il nostro protagonista violento ancora piú maledetto.

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(fine spoiler)

Sophie Dumond (Zazie Beetz). Beetz interpreta una madre che, durante la produzione, aveva descritto come “cinica,” e non si può dire molto di piú perché il personaggio ha pochi minuti sullo schermo per la durata di un film di due ore.

(Spoiler, prosegui al prossimo paragrafo se devi ancora vedere il film)

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In uno dei suoi punti francamente piú cheap, il film cerca di assestare il proprio colpo di scena principale, in cui si rivela che, dopo la prima comparizione, non abbiamo piú visto la vera Dumond, ma un’allucinazione di Arthur, che in quei pochi secondi di interazione ha iniziato a fabbricare con la fantasia una intera relazione sentimentale. Esattamente come le altre due donne, anche questa Dumond esiste solo per far parlare Arthur, e, ora che sappiamo che era un’allucinazione, possiamo rileggere tutte le loro scene insieme ascrivendo al protagonista anche le opinioni della compagna immaginaria. In compenso, comunque, si tratta di sole poche righe di dialogo.

Il momento della rivelazione, sottolineata da un flashback in cui rivediamo Arthur solo in scene in cui l’avevamo visto in compagnia di Dumond, ha una regia ispirata quanto quella di una soap, e batte in testa la rivelazione al pubblico con una mazza, evidentemente pensando che sia di scemi o distratti.

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(fine spoiler)

Nessuna delle tre donne del film ha la benché minima agency o influenza nello sviluppo della trama — l’unica cosa che le distingue è quanto vengono travolte dal ciclone violento di Arthur, mentre si trasforma nel Joker. Delle tre, l’unica a cui è dato spazio per respirare è Penny Fleck, la madre di Arthur, la cui presenza è tuttavia strettamente utilitaristica: serve unicamente a introdurre nella storia i ricchi Wayne, e successivamente i temi della salute mentale.

La salute mentale in Joker

Nel corso del film vengono citati direttamente diversi termini psichiatrici e neurologici o pseudo tali: Penny Fleck viene descritta come affetta da “delirio psicotico e personalità narcisista” che è un’insalata di parole a cui si può solo provare a dare un senso. Nei mesi precedenti all’uscita del film Phoenix si era vantato di aver studiato la propria risata “guardando video di persone che soffrono di risata patologica.” Ammesso che Phoenix sapesse di cosa stava parlando, il film, per essere così impegnato nei propri intenti “realistici,” non spreca neanche una scena per dare consistenza alla sindrome pseudobulbare di Joker, riducendo la condizione a puro oggetto scenico, usato tatticamente per rendere inquietante una scena, esattamente come il ricorrente uso di un immaginario legato al suicidio, che non ha nessuna influenza sulla trama se non farci vedere che questo Joker è davvero molto damaged.

Oltre all’uso puramente edgy dei disturbi mentali e dell’immaginario dei manicomi, presentati in piú di un’occasione nel film come una fuga tutto sommato preferibile alla terribile società in cui viviamo — ci stiamo arrivando, non temete — il film sostanzialmente indaga la lenta discesa verso la violenza di una persona mentalmente instabile. E un arco narrativo in cui il protagonista si realizza attraverso la violenza rende la rappresentazione particolarmente problematica.

Nella seconda scena del film vediamo Arthur aggredito da un gruppetto di ragazzini che lo pestano e lo prendono a calci. Quando si allontanano, la telecamera indugia quanto basta per farci vedere come sia costretto con le mani nella regione inguinale. Al termine del film, Arthur si sarà trasformato nel Joker, capace di uccidere con violenza fisica e armi da fuoco senza nessuna paura, fiero della distruzione che ha portato sulla città di Gotham. È impossibile non vedere nella storia una romanticizzazione del percorso di Arthur, da perdente a vincente, da ultimo a primo. Nel mentre, oltre ad aver ucciso diverse persone, ha terrorizzato una madre che vive da sola con la propria figlia di nove anni, e si vanta di aver interrotto la propria terapia. Insomma, alla grande.

La politica in Joker, ovvero WE LIVE IN A SOCIETY

Nell’evidente tentativo di elevarsi da film di cassetta a repertorio per meme, Joker è densissimo di frasi immediatamente iconiche e brutalmente banali, da far impallidire il Joker di Heath Ledger.

In ordine sparso ci permettiamo di menzionarne quattro, ma ce ne sarebbe una per scena: 

  • “Sono io oppure sono tutti gli altri che stanno impazzendo?”
  • “Ho sempre pensato che la mia vita fosse una tragedia e invece era una cazzo di commedia.” (Col turpiloquio per essere certi di colpire i sedicenni)
  • “La mia vita non ha avuto senso, ma forse lo avrà la mia morte”
  • “Non sono stato felice un singolo minuto della mia vita”

Insieme a queste abbiamo contato almeno tre battute sul nanismo, una sugli ebrei, e in audio ambientale uno sketch di diverse battute su “come gli uomini vedono il sesso,” tra i quali “Come un posto macchina, questo va bene, quell’altro è a pagamento.”

Phillips e Silver, autori dello script, hanno detto piú di una volta che il loro film “non era politico.” Siamo felici di confermarvi che anche Joker rispetta quella che è praticamente una legge della termodinamica: se una cosa viene descritta come “non politica,” vuol dire che è di estrema destra.

Fin dalla prima scena, l’audio ambientale di una trasmissione radiofonica ci informa delle condizioni terribili in cui versa Gotham, con un altissimo tasso di criminalità e rifiuti ovunque per lo sciopero dei netturbini. Il programma radiofonico iniziale parla di “puzza,” e di un “porcile,” piú avanti un telegiornale menzionerà che non ci sono piú soltanto i topi ma i “super–topi,” un’idea così ridicola che anche il film — che manca di qualsiasi senso dell’umorismo — si sente costretto a canzonarla in una scena successiva.

La situazione di Gotham serve a giustificare la sollevazione popolare che fa da sfondo al secondo atto del film. Ispirata dalle azioni di Joker, la città si ribella contro “l’ineguaglianza,” e sullo sfondo delle scene delle proteste vediamo cartelli che leggono “Kill the rich,” “Wayne = fascist,” e “Resist.” Ma il film non fa niente per dare legittimità alle proteste, e anzi attivamente sfoca i confini tra contestatori e criminali: la polizia non è mai mostrata mentre interviene contro chi protesta, sono sempre loro ad aggredire la polizia; e spesso si aggrediscono anche tra di loro, perché evidentemente, se prendono parte a proteste, non hanno nessun controllo dei propri impulsi violenti.

L’unico ruolo che svolgono le sommosse popolari di Gotham è quello di dimostrare che Joker, in quanto assassino e violento, non è solo: tutti siamo violenti, e quello che aspettiamo è soltanto che un maschio alpha violento ci faccia vedere che ci si può comportare così. Lo dice anche Arthur, ormai fagocitato dalla sua nuova persona, ripetutamente nel corso delle battute conclusive del film: “Ho fatto una cosa molto brutta ma non mi sento per niente in colpa;” “Sono stufo di negare che uccidere non sia divertente, ognuno trova divertenti cose diverse.”

Quando le proteste iniziano a manifestarsi, il film mostra un’intervista di Thomas Wayne in cui l’imprenditore di successo chiama tutti quelli che protestano “clown,” perché non hanno nessun rispetto del prossimo e di chi “ha prodotto qualcosa nella vita.” Arthur fa di Wayne il proprio antagonista, e quindi dovrebbe screditare quanto ci viene detto riguardo i contestatori dal magnate. Ma il film, invece, ad ogni occasione gli dà ragione. Gotham è in condizioni disastrose; i contestatori sono dei violenti e dei criminali; i Wayne finiscono per essere vittime della sollevazione che Thomas non ha capito, uccisi a sangue freddo in una strada della propria città.

Quello che il film ci mostra, sono due uomini — per coincidenza bianchi e molto eterosessuali — che si sono staccati dalla massa: Wayne grazie alla propria freddezza e crudeltà; Arthur grazie alla propria follia e crudeltà.

Il film non fa niente per cercare di giustificare le proteste, per dare uno sfondo davvero realistico alla storia, cancellando qualsiasi possibilità di trovare una differenza tra chi protesta contro la disuguaglianza e letteralmente gli assassini. Per gli autori, chiaramente, se c’è una differenza è una differenza che si misura su di uno spettro — non si tratta di categorie diverse, di azioni diverse. 

Ma non poteva essere altrimenti: perché anche se Joker si presenta come un film edgy, coraggioso, dissacrante, invece è l’esatto contrario: un film completamente artificiale, in cui ogni goccia di sangue, ogni risata stridula è stata evidentemente pesata da un comitato di uomini in giacca e cravatta, in modo da produrre il film più “disturbante” possibile, più “d’autore” possibile, senza rischiare assolutamente niente e senza dire assolutamente niente.

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