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Imparare a disegnare male

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La via del disegno brutto è un libro che dimostra che si può disegnare anche senza essere bravi. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’autore, Alessandro Bonaccorsi, che incontreremo domenica 8 al Rob de Matt, per Gomma Festival.

Alessandro Bonaccorsi fa il grafico, l’illustratore e il facilitatore grafico — ovvero realizza concetti, schemi e riassunti attraverso schemi visivi, disegnati nel corso di riunioni, convegni, talk. Lavorando tra appunti, riassunti e illustrazioni, Bonaccorsi ha notato che pochissimi adulti con cui aveva a che fare disegnassero mentre scrivevano, o anche solo scarabocchiassero qualcosa su un foglio. Da lì è nata l’idea di un corso, il Corso di disegno brutto, che ha poi portato alla pubblicazione della Via del disegno brutto, per Terre di Mezzo.

Ma perché è importante disegnare anche se non si è capaci? Come si realizza un libro su cui un lettore disegna con il pennarello? (Si usa carta particolarmente spessa) Glielo abbiamo chiesto al telefono, prima di incontraci di persona domenica 8 settembre al Rob de Matt, in occasione di Gomma Festival.

Nella propria vita quotidiana, magari nell’intimità della casa, è abbastanza normale ballare e cantare sapendo di ballare e cantare male. La stessa cosa non succede per il disegno. Sono rarissimi gli adulti che, non appassionati di disegno, nel tempo libero, almeno scarabocchiano. Perché?

Credo che la responsabilità principale sia della scuola: il disegno è una materia scolastica per cui si è stati giudicati, per cui non è necessariamente una cosa divertente. In più, la parte liberatoria del disegno si fa soltanto alle scuole elementari. Dalle medie in poi, di fatto, la proposta è più complessa, ma da un punto di vista pedagogico secondo me si fa un tipo di discorso sbagliato. Rispetto a italiano e letteratura, ad esempio, non si insegna che siccome non si scrive come Pavese allora non si deve scrivere — in arte si studia Storia dell’arte e poi il meccanismo è quello di simulare, imitare quello che si è studiato. Ma è l’approccio sbagliato.

Immagino influisca anche molto il ruolo del disegno tecnico e dell’illustrazione dal vivo, con cui molti imparano, semplicemente, di non essere capaci.

Sono due cose leggermente diverse: il problema del disegno tecnico è che si tratta quasi di un problema di igiene. Tutto quello che è sporco, o sbavato, non viene apprezzato, e quindi automaticamente tutto quello che è imperfetto è sbagliato, è un fallimento. Allo stesso modo, l’illustrazione botanica e naturalistica è una delle cose che blocca di più, perché tu impari che è uno dei pochi modi “veri” di disegnare. Invece non è disegnare: è esercizio, ed è fondamentale per chi potrebbe voler fare del disegno la propria professione — cambia il modo con cui vedi il mondo — ma non serve per chi vuole imparare a disegnare per proprio interesse.

Ed è a questo che servono il tuo corso e questo libro. Raccontaci la loro storia.

Il corso è nato un po’ per caso — io facevo già il divulgatore, avevo un blog, facevo dei seminari. Tra i lavori che sviluppavo c’era quello del prendere appunti, perché tra le cose che faccio c’è anche la facilitazione grafica, e quindi “prendere appunti” è una cosa che mi riguarda in qualche modo. Durante i corsi mi sono accorto che la maggior parte delle persone non disegnava prendendo appunti.

Così ho provato a proporre per la prima volta un corso di disegno per tutti, e c’è stato immediatamente un passaparola incredibile! Nel giro di pochi giorni ho capito di avere in mano qualcosa, e nel giro di due anni e mezzo ho fatto un’ottantina di corsi.

Anche il libro è arrivato per caso: per merito di Luca Bendandi di Vetro Editions, che mi ha permesso di avere il contatto con l’editore inglese e che ha curato il progetto grafico. Poi abbiamo incontrato Terre di Mezzo, un editore che mi piaceva molto. All’inizio, quando abbiamo iniziato, a lavorarci io volevo mettere molto più testo nel libro, e farlo meno ad esercizi… ma sarebbe stato invendibile (ride). Così è diventato un libro ibrido, tra un saggio e un pamphlet. Non è necessariamente un libro di esercizi comunque, o non solo.

Qual è stato il processo che ha portato alla definizione dei contenuti e del progetto grafico del libro?

Io vengo dal mondo della grafica, e quindi già dovendo scrivere il libro non avrei mai potuto curare anche completamente l’aspetto grafico, non ne sarei mai uscito. Inizialmente avevo in mente un libro con meno disegni e con meno da disegnare, ma poi confrontandoci con gli editori siamo arrivati a questa forma di libro–quaderno. Uno dei termini di paragone è per forza Distruggi questo diario di Keri Smith, ma la volontà centrale è che questo fosse un libro che potesse dare molto anche senza disegnarci per forza sopra — sono tanti che non se la sentono. Un altro punto di riferimento sono libri che ora avranno 10–15 anni, per bambini, come Riempiamo questo libro d’arte, ma anche questo contiene pochissimo testo, ci sono indicazioni di traccia e basta. La via del disegno brutto invece è molto più misto.

A livello grafico abbiamo cercato di produrre un progetto molto essenziale, a soli tre colori, rosso, bianco e nero. La parte delle illustrazioni è stata molto complessa: disegnare “male” non mi riusciva, io ora ho uno stile molto lineare, pulito. Ho dovuto ritrovare il disegno spontaneo, ma non è stato facile. Era complessa anche la pubblicazione dei disegni, ovviamente, perché avevamo poco margine per ridimensionarli, senza che le linee del tratto si facessero troppo sottili.

Un aspetto che ho molto apprezzato del libro è proprio questo: sono disegni semplici, ma non infantili. Ritornando al discorso della scuola e dell’infanzia, secondo te perché il disegno non bello subisce questo stigma per cui è qualcosa di infantile?

Quello è proprio il mio stile, e infatti in realtà tutte le volte che ho provato ad approcciarmi a editori per bambini mi hanno sempre cacciato perché mi trovano troppo inquietante! Quando lavoro in progetti per adulti, invece, mi trovano troppo infantile. Così ho sempre vissuto in questo limbo da cui non riesco a uscire. Disegnare è come parlare — è uno dei motivi per cui quando faccio facilitazione cerco di evitare lo stile “comix.” Se decido che voglio far ridere preferisco usare uno stile onirico, piuttosto.

Si tratta comunque di un punto importante del progetto — cerco sempre di far vedere che il disegno semplice ha avuto un ruolo in tutte le avanguardie dell’arte, dai dada ai surrealisti, e che tantissime influenze arrivano anche dal mondo primitivo e anche preistorico. Da antiche civiltà in cui il disegno era molto simbolico senza essere in nessun modo “da bambino” — e poi dopotutto è così anche nella grafica contemporanea.

Un problema che abbiamo specificamente in Italia è quello del Rinascimento, dove c’è tutta la grande arte italiana, tutto il grande dipinto. Da quell’epoca ci portiamo dietro un’impronta notevole, e ci troviamo in qualche modo bloccati in quell’immaginario, quando invece ci servirebbero anche i petroglifi della Val Camonica. 

La scuola dovrebbe avere una funzione notevole di educare in questo senso — dai disegni rupestri all’arte contemporanea, che se viene spiegata si capisce che ha un senso anche lei — per far capire che disegnare è fare, e non è una cosa inutile, solo di svago. Serve per capire e vedere il mondo in un modo diverso.

contenuto sponsorizzato da Gomma

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