Il trionfo della Lega sarà sulla pelle di giovani, donne e sfruttati

in copertina, elaborazione foto via Facebook

Al governo con i 5 Stelle o in una nuova coalizione di destra, la Lega continuerà a difendere gli interessi della sua base di riferimento: i piú ricchi.

Queste elezioni europee disegnano la prima metà di uno scenario — la seconda arriverà nelle prossime ore, con i risultati delle amministrative — che vede un Matteo Salvini trionfante, che ha trasformato un partito monotematico in un partito radicale e con ambizioni maggioritarie, e che con l’aiuto di un partitino stampella qualsiasi può tranquillamente governare da solo il paese. Un percorso di ascesa che sembra evidente, matematico.

Nella realtà — che fortunatamente è più complessa — Matteo Salvini vince solo grazie a due fattori: la completa alienazione alla “politica parlamentare” di metà degli italiani aventi diritto di voto, e la completa mancanza di qualsiasi alternativa al suo partito.

Perché Salvini “ha vinto”

La Lega di Salvini ha guadagnato più di 3 milioni e quattrocentomila voti rispetto alle scorse politiche, mentre Forza Italia ne ha persi più di 2 milioni e duecentomila, e il Movimento 5 Stelle più di 6 milioni. Cosa vuol dire? Vuol dire che il risultato di Salvini non è alieno, cresciuto dal nulla: si tratta della compattazione almeno parziale della politica dei “due forni,” sul territorio con Forza Italia e a Roma con il Movimento 5 Stelle, che ha permesso al suo partito di porsi come forza trasversale all’interno dell’arco conservatore.

Salvini ha raggiunto questa posizione non maggioritaria in assoluto, ma monopolistica della politica, principalmente per colpe altrui. Attorno alla Lega, per una complessa serie di eventi a cascata, tra coalizioni forzate, riallineamenti di partito, e scheletri nell’armadio, c’è una politica che non ha più assolutamente niente da dire.

I festeggiamenti del Partito democratico, in particolare, suonano completamente vuoti. Il pasticcio di comunicazione degli ultimi mesi — dall’emergenzialismo aristocratico di Calenda ai vaghi accenni di ambientalismo e lavorismo del “nuovo” Pd di Zingaretti — non è servito assolutamente a niente. La percentuale del Pd è salita, ma in termini assoluti dalle politiche dello scorso anno, il partito ha perso 100 mila voti.

Tutto questo malgrado il tentato allargamento a sinistra con l’accordo con Articolo 1, e malgrado una pesantissima campagna contro il voto di tutte le altre liste di sinistra, in nome di un voto utile che prima o poi sarebbe utile se si dimostrasse utile.

Nessuno è riuscito a esprimere una posizione chiara, forte e diffusa contro le idee bandiera di Salvini. Cosa rende il Pd diverso dalla Lega? Perché non si è spiegato il motivo per cui la flat tax è un regalo ai ricchi? Perché non si è insistito nella lotta contro le politiche liberticide e maschiliste incarnate dal Congresso delle Famiglie? Cosa ne pensa ora il Pd in materia di politiche di accoglienza? (Tutto questo senza sottolineare come nessuno di questi punti riguardi le politiche europee.)

Salvini ha preso il voto di 9 milioni di persone su 60 — meno della metà delle persone che anche questa volta hanno deciso di non andare a votare, perché disgustate, disinteressate o completamente alienate dalla politica con cui entrano in contatto sostanzialmente solo attraverso la televisione. Questa massa politica viene solitamente descritta come informe ma è invece semplicemente non rappresentata.

Cosa succede ora al governo

Al netto di qualsiasi analisi del voto numericamente veritiera, la macchina elettorale di Salvini cercherà di capitalizzare questo “34%” quanto più possibile.

È difficile immaginare che al governo “cambi qualcosa.” Uscito completamente disarmato dal confronto con una forza politica ideologizzata e strutturata, il Movimento 5 Stelle si trova in una spirale discendente da cui non sembra esserci via d’uscita. Far cadere il governo vuol dire perdere il potere, forse per sempre, e quindi fare qualsiasi tipo di opposizione forte da dentro la coalizione è semplicemente troppo rischioso. Rimanere fedeli al “contratto” vuol dire accontentarsi di questi restanti tre anni di potere, sapendo di essere destinati a diventare un partito minoritario, con una base, comunque anch’essa in sgretolamento, solo al Sud.

Che si tratti di un governo Lega–M5s o di un nuovo governo delle sole destre è facile sapere cosa aspettarci. Salvini pretenderà di dettare ancora più nel dettaglio l’agenda di governo, allineandosi alle precedenti esperienze conservatrici italiane e ai programmi dei nuovi partiti populisti “anti élite” europei.

Uno studio del Corporate Europe Observatory (riassunto e studio completo) dello scorso 15 maggio evidenzia come l’azione “populista” della destra si fermi unicamente alla manipolazione del consenso. Nessuno dei partiti “sovranisti” ha votato a favore della corporate tax unica a livello comunitario (al 25%) e tutti hanno votato contro, o si sono astenuti, al voto per la formazione di una authority comunitaria contro l’evasione fiscale. Tutti sono, per pura coincidenza, vicini a storie di truffa o gestione creativa delle finanze, dai 49 milioni della Lega, agli scandali dei fondi europei dell’ANO e del Rassemblement National, fino all’aumento dei casi di corruzione in Ungheria sotto il regime del Fidesz.

Come all’estero, anche in Italia si continuerà con una pesante redistribuzione delle risorse dal basso verso l’alto, con tagli drastici prima ai servizi pubblici e poi ai diritti. La criminalizzazione dell’opposizione potrebbe essere ulteriormente intensificata, secondo il modello ungherese, mentre si porteranno avanti i piani per smantellare i più fondamentali diritti delle donne, e a perseguitare gli stranieri, valvole di sfogo per continuare a portare il consenso delle masse verso un partito che difende gli interessi dei ceti padronali e dei più ricchi.

A rendere ulteriormente preoccupante il risultato di queste europee è l’unica coalizione al Parlamento europeo che in questo momento sembra avere una maggioranza, quella di PPE, S&D e Alde. Una cordata che sarà inevitabilmente “al ribasso” per i socialdemocratici, che si dovranno appiattire sull’agenda economica dei due partiti conservatori. La nascita di una coalizione inevitabilmente “rigorosa,” pro–austerity, da Vecchia Europa, sarà il nemico perfetto per Salvini quando questo autunno dovrà giustificare qualsiasi sforamento e forzatura abbia in mente pur di tagliare le tasse ai ricchi.

Come si ferma Salvini

Come dimostrano i numeri, l’ascesa di Salvini è tutto tranne che miracolosa. Si tratta di un pericoloso allineamento di consenso nel contesto dell’elettorato di destra italiano, ma che non è numericamente inattaccabile da qualunque partito di sinistra che sia capace di farsi rappresentante di grandi segmenti della popolazione, quei segmenti che hanno smesso di riporre fiducia in qualsiasi partito politico.

Per farlo serve guardare a dove la sinistra vince, o dove nuove sinistre crescono. I due esempi, se dobbiamo rimanere nell’alveo della socialdemocrazia, sono quelli di Baerbock e Habeck in Germania, e Sánchez in Spagna. I Verdi tedeschi, in particolare, sono riusciti a scrollarsi di dosso la fama di partito hobby per benestanti, sapendo trasformare in consenso trasversale il dissenso verso l’inerzia politica rispetto all’emergenza climatica, capitalizzando le piazze piene delle scorse settimane. Sánchez ha saputo costruire il proprio consenso ritornando a parlare in una lingua che il centrosinistra italiano sembra aver completamente perso.

Rifiutandosi di parlare di nuovo di lavoro e seriamente di ambiente non solo i partiti progressisti italiani perdono di nuovo il treno per costruire una giuntura con il movimento studentesco, fondamentale per dare una voce al dissenso nel paese, ma sfugge di nuovo a qualsiasi ambizione di parlare alla vastissima platea di persone che hanno smesso di votare, perché nessuna delle proposte che gli arrivano dalla politica li riguarda.

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