Smettiamola di frignare per la “civiltà occidentale”

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Le immagini dell’incendio di Notre–Dame a Parigi hanno causato su internet e nella stampa un’ondata di disperazione che serve solo ad aprire le porte al misticismo di destra.

L’incendio della cattedrale di Notre Dame, per quanto disastroso e senza precedenti, ha mantenuto dimensioni fortunatamente contenute, danneggiando in larga parte le strutture in legno, che erano state oggetto di un restauro e una revisione drastica nel corso dell’Ottocento, per riparare e sopperire ai danni subiti dalla struttura durante la Rivoluzione francese. Nonostante ciò, le immagini diffuse da ieri sera sui giornali e sulle televisioni di tutto il mondo hanno generato una grande ondata di commozione, quando non di vera e propria disperazione mistica.

L’internet si è riempito subito di immagini ispirate e dolorose: dal disegno del gobbo di Notre-Dame triste di Cristina Correa Freile a più classiche fotografie della struttura con dediche poetiche, fino ai video di canti di preghiera tenuti da vari gruppi di persone in tutta la città.

È successo però anche qualcosa di più inquietante: la commozione è andata un passo oltre, e molti commentatori hanno iniziato a interpretare l’incidente come qualcosa di simile a un segno divino, una metafora della decadenza della civiltà occidentale.

Non parliamo solo dei giornali fondamentalisti cristiani statunitensi, ma anche della stampa “mainstream” e liberale, non da ultimo anche quella italiana. Fa uno strano effetto leggere su Repubblica un articolo che ci si potrebbe aspettare pubblicato su un numero del 1929 di Der Sturmer:

“Non è solo la guglia di Notre Dame a crollare sotto le fiamme. Con lei si sgretola anche una parte della nostra identità di Europei che di quella cattedrale gloriosa abbiamo fatto uno dei simboli della nostra civiltà. Di quel patrimonio comune di valori, di sentimenti, di emozioni che si agita dentro di noi nei momenti più drammatici. Come un’aritmia del cuore che non si può controllare. Come un riflesso condizionato dell’anima.”

In questo breve trafiletto, oltre alle figure retoriche piuttosto stucchevoli, troviamo un ampio campionario di tutti i temi più cari al misticismo di destra, e che è stato ripristinato volentieri dalle forme contemporanee della destra eurasiatica e americana dell’ultimo decennio: in particolare il richiamo alla nostra “identità di europei” e alla “civiltà occidentale”, mai messa in discussione né ulteriormente elaborata come concetto complesso, ma vista come evidentemente in pericolo.

Ci sentiamo di poter rassicurare tutti quanti in queste ore, bombardati da questo torrente di retorica, hanno sentito minacciate le proprie radici: la civiltà occidentale gode di ottima salute.

Chi scrive che un incendio — i cui danni oggi sembrano molto più contenuti di quanto le immagini drammatiche di ieri facessero temere — minaccia la cultura, o peggio, la cultura “occidentale,” è o mosso da espliciti fini politici o non ha capito niente di cosa dovrebbe essere questa “cultura occidentale.”

La storia dell’Europa, che piaccia agli editorialisti e ai politici o meno, è l’esatto contrario di una storia di tradizioni cristallizzate e immutabili. Cercare di ricondurre la nostra presupposta nobiltà — un modo molto educato di mascherare un’idea di superiorità razzista — facendo riferimento a un singolo momento storico, o a un insieme di icone artistiche, vuol dire negare ciò che sta alla radice della cultura non occidentale, ma di tutto il mondo. La costante e inarrestabile spinta dell’umano verso progetti più grandi, più ambiziosi tecnicamente e artisticamente, in una spinta di cambiamento inarrestabile: insomma, verso il progresso.

Quando inizia la cultura occidentale? E ora cosa fa, davvero finisce? Se la cultura occidentale ha le proprie radici nell’immaginario greco–romano, che cos’era la cultura delle popolazioni indigene che li hanno preceduti in Francia, e il cui folklore è largamente confluito nelle tradizioni romane? Se l’inizio della cultura “europea” è il Medio Evo, invece, abbiamo deciso che al contrario la Rivoluzione francese — che la cattedrale di Notre–Dame non l’ha rasa al suolo per una pura coincidenza storica, e ci è andata comunque molto vicina — non lo è?

Molti commentatori oggi festeggiano perché gli storici gargoyles della cattedrale non sono stati distrutti perché erano stati rimossi per essere restaurati: ovvero stavano già subendo il processo di conservazione, mantenimento e sostituzione che ora attende le parti distrutte dal fuoco.


Meno male che non dovranno rifare i gargoyles, che avevano già tolto perché erano da rifare

Rivendicare il ruolo della cultura come maschera per una identità storica comune non serve assolutamente a niente se non impariamo che quello che serve è trattarla come una cosa davvero importante — se davvero pensiamo che lo sia — investendo risorse per conservarla, metterla in sicurezza e, dove possibile, migliorarla.

Su internet stanno già fiorendo numerose teorie del complotto — un’arma irrinunciabile per gli estremisti di destra dei giorni nostri e non solo — che ammiccano ovviamente, nel migliore dei casi, a un presunto coinvolgimento dell’estremismo islamico.

Si passa dalle notizie degli estremisti islamici che festeggiano alle notizie delle fiamme, riportata con grande solerzia da Rai News e ovviamente oggi in homepage sul Giornale, a costruzioni più inquietanti come le cabale sulle date degli attentati del Bataclan confrontate a quelle dell’incendio di Notre-Dame.

BuzzFeed ha raccolto una grande quantità di teorie del complotto fiorite già nella serata di ieri sera, e ce n’è davvero di ogni tipo, tutte di gusto islamofobo:

  • InfoWars, il sito su cui Alex Jones pubblica il suo podcast neofascista, ha pubblicato una “notizia” secondo cui il fuoco sarebbe stato deliberatamente appiccato, chissà da chi;
  • Una notizia secondo cui “i musulmani” starebbero rispondendo con delle hahaha reactions ai video della tragedia;
  • Un video delle fiamme che ingolfano la cattedrale, con in sovrapposizione una registrazione di qualcuno urla “Allahu akbar.”

In anni di costante e ininterrotta propaganda governativa e estera attraverso tutti i mezzi di comunicazione, il ruolo di cura non solo editoriale ma vorremmo dire anche emotiva del giornalismo ha un ruolo più importante che mai. Accompagnare immagini traumatiche come quelle dell’incendio di Notre–Dame con facile retorica tribalista serve solo a spianare la strada a ulteriori deformazioni della realtà da parte di razzisti e xenofobi.

Al contrario, serve la forza di riconoscere che la forza della cultura è quella di immaginare e costruire, che non esiste “una” cultura e che al massimo solo la storia è locale. Se proprio vogliamo, il simbolo della cultura umana sarà ricostruire la cattedrale di Notre-Dame, e non piangersi addosso per l’ennesima volta su una catastrofe evitabile.

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