È il capitale a volerci divisi: intervista a Eduardo Rabasa, autore di Cintura Nera

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in copertina, illustrazione dall’edizione italiana di Cintura Nera, per Edizioni Sur

Nel suo secondo romanzo (in Italia con Edizioni Sur) Rabasa descrive con ironia una società fatta a pezzi dalla competitività voluta dal capitalismo. L’abbiamo raggiunto per parlare di quanto le cose debbano peggiorare prima di migliorare.

Cosa succederebbe se il simbolo della cintura nera passasse dal caratterizzare il livello più alto a karate al definire l’impiegato più efficiente di un’enorme azienda la cui missione è fornire soluzioni ad ogni tipo di problema? Nel suo ultimo romanzo intitolato proprio Cintura nera, lo scrittore messicano Eduardo Rabasa ce lo racconta mettendo in scena, in una narrazione satirica e grottesca, un dramma del tutto plausibile. Edito da Edizioni Sur, questo è il secondo romanzo dell’autore che principalmente si definisce un editore, avendo fondato con il fratello Diego la casa editrice Sexto Piso. In realtà Rabasa è un tipo piuttosto eclettico e tiene anche una rubrica di critica sociale sul quotidiano Milenio ed è membro della rock band Nobody Fucks with the Jesus. Il protagonista di questo libro è Fernando Retencio, uno yuppie dei tempi moderni, spietato e cinico, ma in realtà fragile, schiavo come tutti i suoi colleghi, in grado di crollare al solo pensiero di non riuscire a ottenere l’ambita cintura nera.

Abbiamo incontrato l’autore per farci raccontare come il capitalismo abbia imparato a mascherare la propria crudeltà sistemica.

Eduardo Rabasa

Quali suggestioni hanno dato vita a questo libro?

Ho cercato di immedesimarmi nell’individuo contemporaneo archetipico, ossessionato dal successo sul lavoro e da questa idea di doversi lasciare tutto alle spalle, sentimenti, debolezze, dubbi, fragilità, per ottenere il risultato.Tutto ciò ha anche a che fare con un concetto del filosofo Carlo Michelstaedter, contenuto nel suo libro La persuasione e la retorica e ripreso anche da Claudio Magris, secondo cui gli esseri umani sostituiscono la vita presente con una sorta di vita futura che però non arriva mai. Si dice “inizieremo a vivere solo quando ci saremo comprati quella casa, quando avremo raggiunto quella tal posizione” e simili idiozie. Questo ha molto a che fare con l’ossessione per il lavoro, esemplificata in una corsa senza fine all’interno di una ruota per criceti, in attesa che arrivi quel momento. Mentre la vita ci passa attraverso, non ci rendiamo conto che è proprio la vita stessa ad andarsene e quel momento tanto agognato, in cui potremo riposarci, non è che una pericolosa illusione.

Il nome che hai scelto per l’azienda è Soluzioni, quello del supercapo Sorriso. In questo modo demolisci in colpo solo la competizione, la corsa dei dipendenti alienati a trovare la soluzione migliore per ottenere l’ambita cintura nera, e i metodi di self-help, che ci vogliono empatici, proattivi, positivi e sorridenti, solo al fine di migliorare la nostra resa, mettendo a tacere le nostre fragilità.

Questo è un punto di vista molto interessante. Devo ammettere che non avevo mai messo in relazione il nome dell’azienda con quello del capo, ma effettivamente sono due concetti che nella società capitalistica vanno molto d’accordo. Il mercato è considerato una sorta di panacea che risolve tutti i mali, ma sempre con un carattere ossessivo e fintamente leggero, che ci riporta al nome Sorriso appunto. Uno degli esempi più lampanti di questo subdolo meccanismo è proprio la sede di Google.

Per prepararmi alla scrittura di Cintura nera ho letto un libro scritto da un alto dirigente di Google, azienda caratterizzata da questa finta leggerezza rappresentata dalla libertà di venire un ufficio in felpa e jeans, dalla piscina di palline per i dipendenti e così via. Mi interessava usare il registro distopico e grottesco per evidenziare questi elementi della realtà, per far emergere quanto non siano normali, ma demenziali.

L’altra faccia di questo sistema è proprio la filantropia, rappresentata nel romanzo dall’Atelier della povertà tenuto dalla signora Cipiglio. In questo luogo i poveri della città possono esporre le loro opere, realizzate con il poco che possiedono. L’effetto è duplice: far sentire i ricchi magnanimi per l’opportunità e i poveri grati, entrambi uniti da un rapporto di compiacenza che non mira assolutamente a risolvere il problema, perché fa parte di un sistema che vede nella povertà la sola redenzione della ricchezza. Ho pensato subito all’invettiva che Fisher lancia la Live Aid nel suo Realismo Capitalista, quando afferma: “Il ricatto ideologico emerso sin dal primissimo Live Aid del 1985 si fonda sull’idea che prendersi cura degli individui possa direttamente mettere fine alla fame nel mondo, senza alcuna necessità di soluzioni politiche o ristrutturazioni sistemiche.”

Mark Fisher era molto contrario all’orrore ipocrita del Live Aid, organizzato dallo strapotere mediatico e finanziario di personaggi come Bob Geldof. A livello politico una manifestazione del genere non è una soluzione, perché non è una soluzione sistemica. Anzi, è il finto palliativo necessario a preservare il sistema, dando l’illusione che questo tipo di proteste servano a qualcosa. Addolcisce il sistema, ne rende il volto amabile, non lo combatte. Un miliardario come Bill Gates ha investito molto denaro nella filantropia, più di tanti altri, ma questo presuppone il mantenimento perverso dello schema “poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi”.

Questa forma di spettacolo ha anche un’altra funzione: mostrare una faccia della ricchezza buona e soprattutto desiderabile. Così i cittadini non pensano più tanto ad unirsi per rovesciare il sistema, ma ciascuno di essi lavora per diventare un ricco, potente, acclamato; ecco il modo per essere dalla parte giusta e una volta che si è dalla parte giusta, chi siamo per non restituire qualcosa al mondo con un po’ di filantropia? Dopotutto questa vocazione a voler risolvere i problemi del mondo allevia il senso di colpa dei più ricchi. Se pensiamo che la ricchezza dell’uomo più ricco del Messico, Carlos Slim Helù, è equivalente alla somma delle “ricchezze” dei 17 milioni di messicani più poveri, abbiamo subito chiaro che il problema è sistemico.

Se il sistema si imbellettasse meno il risveglio sarebbe più veloce?

Probabilmente sì! Fisher auspica che tutto collassi per poter ricominciare prima possibile. Il problema è che il periodo del collasso sarà doloroso per moltissime persone. Ogni volta penso alle migliaia di innocenti e ignari, che soffrono ora e soffriranno anche nella fase di transizione, se mai ci sarà.

A che tipo di individuo ti sei ispirato nel tracciare il personaggio di Retencio, protagonista e principale competitore per il posto di miglior impiegato?

Avevo in mente un uomo fissato con il risultato, schiavo del lavoro, un po’ tonto perché incapace di vedersi in tutto il suo essere una macchietta, schiavo della morale cattolica e capitalista, che impone all’uomo di raggiungere una meta e vede la vita come un cammino verso un culmine, opposto alla filosofia orientale che valorizza il  “qui e ora”, e anche molto maschilista. In Messico è molto comune il “macho,” maschilista, razzista, qualunquista, attore di un ruolo violento e castrante. A volte lo si è per scherzo, ma non è molto divertente. Penso a certi miei amici, istruiti, inseriti, ma su questo ancora profondamente indietro e a loro modo complici di un sistema che si rivela iniquo nei confronti delle donne. Ognuno ha uno o più amici machisti: bene, deve farli notare ogni volta che sbagliano, farli ragionare sui loro difetti.

Il personaggio di Dromundo è qui una sorta di Sancho Panza, a tratti saggio, a fianco di uno sgangherato e mediocre Don Chisciotte. Cosa e chi rappresenta?

Dromundo vive un’ingiustizia costante, ne è perfettamente consapevole e resta gentile, perché di fondo è molto più intelligente dell’impiegato alienato. Non ha alternative né un soldo, ma ha anche più sensibilità del debole Retencio e capendolo non gira il dito nella piaga, anzi gli è amico. Vive una vita materialmente peggiore, ma ha una morale più solida che lo porta ad essere compassionevole. Si tratta di un modo di vivere frequente tra i poveri del Messico che, pur nella privazione, sanno godere della vita, sono saggi, allegri. Gli uomini come Retencio hanno più soldi, ma non sanno godere di quel che hanno, sono troppo alienati, pensano sempre al traguardo successivo. Potremmo dire che questa serenità di Dromundo sia una piccola forma di giustizia.

Penso a Cleo, la domestica protagonista del film Roma di Cuaròn: sottomessa, ama la sua padrona, addirittura c’è una solidarietà tra loro due, nella sventura. Questo incanto però non deve diventare una scusa, una celebrazione della povertà, anzi, deve far percepire l’impellenza di dare una vita migliore a chi nemmeno osa chiederla. Dopotutto la speranza tutta cattolica di una salvezza, salva solo il potere stesso, sollevandolo dalla responsabilità del migliorare il “qui e ora” di tutti. Non si deve prendere in giro il subalterno che ci crede e ha fede, ma dargli la possibilità di credere in un oggi migliore, in cui è libero e può essere gioioso. Sarebbe anche il modo migliore per presentare la rivoluzione, una rivolta della gioia. Nulla a che fare con lo stalinismo, ma piuttosto con tutti quegli ideali che hanno ispirato il Sessantotto.

foto di Secretaría de Cultura Ciudad de México

Che reazioni ha suscitato questo tuo secondo romanzo (il primo tradotto in italiano,ndr) in Italia?

Ottime direi! Vedo che molti hanno apprezzato l’ironia che percorre tutta la narrazione. Devo dire che invece mi hanno fatto leggere alcune recensioni tedesche e non tutte approvavano la mia scelta di utilizzare un registro simile.

Perché secondo te?

Forse per alcuni si tratta di temi che vanno affrontati con serietà e non con ironia, mentre io credo molto nel comunicare in questo modo, ho il gusto del grottesco e credo che servendosi di allegorie e metafore sia più facile suscitare una riflessione. Una reazione che veramente mi ha annoiato invece, è quella stupita nel vedere che il libro di un autore messicano non parlasse di poveri nelle baracche, criminali o narcos. Io sono un editore e un musicista, purtroppo o per fortuna non conosco da vicino quel mondo e quel mondo non costituisce la maggior parte della vita in Messico. Credo che voi italiani possiate capire bene la sensazione di essere visti come la patria della criminalità!

Non volevo scrivere un romanzo retorico, ma smontare la retorica attraverso l’allegoria ironica. Ancora di più credo che quella narrazione piaccia tanto a chi vuol leggere storie di rivalsa individuale in contesti avversi, a chi beatifica la povertà perché da essa escono le tempre migliori. A mio modesto parere e sempre per tornare al punto che il problema è sistemico e non individuale, non bisogna far passare il messaggio che ognuno è un’isola e gli altri sono tutti nemici o che non bisogna guardare in faccia nessuno e procedere per la propria strada. Il capitale ci vuole divisi!

 

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