Cosa succederà alle mogli dello Stato Islamico

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in copertina, foto CC Mahmoud Bali

Secondo Pari Ibrahim “Le donne spesso erano autrici di violenze peggiori di quelle perpetrate dai loro mariti,” ma alcuni paesi, in controtendenza con la tendenza internazionale, hanno deciso anche di fare un passo in più rispetto alla semplice giustizia punitiva.

Negli ultimi giorni si è aperto un dibattito internazionale sulla posizione da prendere nei confronti delle cosiddette spose dell’ISIS. Lo Stato Islamico è arrivato alla resa dei conti grazie all’intervento delle Forze Democratiche Siriane e della coalizione internazionale. I miliziani del Califfato sono stati catturati e le loro famiglie trasferite nei centri di detenzione nel Nord Est della Siria. Quale sarà il destino degli oltre 40mila foreign fighters che negli anni si sono uniti allo Stato Islamico?

L’Italia, secondo una relazione dei servizi segreti del 28 febbraio che ha fatto molto discutere — e che ha dato il via agli strali della destra — avrebbe 138 foreign fighter di cui farsi carico. Molti governi occidentali ne hanno di più, e hanno dichiarato di essere contrari all’estradizione e rimpatrio dei propri cittadini detenuti in Siria. Lo scorso anno, a febbraio, i britannici hanno deciso di revocare il passaporto a due membri della cellula dei “Beatles,” i miliziani deputati a decapitare gli ostaggi occidentali. I due membri dello Stato Islamico si trovano attualmente in Siria, dove sono detenuti nelle carceri delle Forze Democratiche Siriane. Inoltre Trump, appoggiato dal Segretario di Stato Mike Pompeo, il 20 febbraio ha affermato di non voler procedere all’estradizione di Hoda Muthana, 24 anni e un figlio di 18 mesi, nata in New Jersey ma affiliata all’ISIS nel 2014.

Shamima Begum, foto via Twitter

Shamima Begum, 19 anni e al nono mese di gravidanza, si trova in un campo di detenzione delle Forze Democratiche Siriane e chiede al governo inglese di tornare a casa. L’esecutivo May però per tutta risposta le ha revocato la cittadinanza, una mossa ai limiti del legale che ha fatto molto discutere, e su cui potrebbero esserci dei passi indietro. Nel 2014 Shamima si era imbarcata per la Turchia quando aveva solo 15 anni, per poi oltrepassare il confine con la Siria e sposare un miliziano. La ragazza dichiara di non essersi pentita della scelta, e probabilmente se l’ISIS non avesse perso la guerra avrebbe continuato a vivere sotto lo Stato Islamico. Ora, sola e persa, chiede al governo britannico di tornare in Inghilterra per offrire un futuro migliore al figlio che porta in grembo.

Come Hoda e Shamima, oltre mille ragazze occidentali hanno deciso di unirsi al Califfato per diventare spose dei miliziani, abbracciandone l’ideologia. Molte di loro hanno commesso azioni terribili, soprattutto nei confronti delle donne e ragazze yezide catturate dai combattenti dell’ISIS durante il genocidio del 3 agosto 2014, sul Monte Sinjar. In quel giorno i membri dello Stato Islamico hanno ucciso migliaia di membri della minoranza etnico-religiosa e ne hanno rapiti oltre 6.000. Le donne e le bambine sequestrate sono state date in premio agli uomini del Califfato che le hanno stuprate, usate come schiave e vendute per pochi dollari sul mercato nero.

Nell’agosto 2014 Pari Ibrahim, giovane donna yezida, ha fondato la Free Yezidi Foundation, una ONG che opera nei campi profughi per IDPs nel Kurdistan iracheno, per fornire aiuti agli yezidi sopravvissuti al genocidio. Ibrahim, in una diretta Twitter, ribadisce la necessità di perseguire legalmente le mogli dei miliziani e i foreign fighters che si sono uniti al Califfato per tutti i crimini che hanno commesso, e non soltanto per terrorismo. Inoltre, chiede una presa di posizione da parte della comunità internazionale. La fondatrice della Free Yezidi Foundation sostiene poi che vi siano prove a sostegno della colpevolezza delle spose dell’ISIS e testimoni pronti a parlare.

“Le donne spesso erano autrici di violenze peggiori di quelle perpetrate dai loro mariti,” ci dichiara Ibrahim. “Lavavano, truccavano e vestivano le ragazze yezide per poi consegnarle ai loro mariti che le avrebbero violentate.”

Prosegue spiegando che le mogli dei miliziani chiudevano a chiave le stanze delle prigioniere, impedendo loro di scappare quando i mariti erano al fronte. Poi le obbligavano a svolgere i lavori domestici, alla stregua di schiave, umiliandole e opprimendole con atti di violenza fisica e psicologica. Pertanto, Ibrahim dichiara che “le spose dell’ISIS sono colpevoli tanto quanto i loro mariti: devono essere portate davanti a giudici e tribunali nazionali e internazionali ed essere incriminate per tutti i crimini che hanno commesso.”

La fondatrice della Free Yezidi Foundation sostiene poi l’imminente necessità di condannare i foreign fighters e le mogli dei miliziani per i crimini che hanno commesso il prima possibile e richiede alla comunità internazionale una azione immediata. Le autorità tedesche sono le uniche a occuparsi dei propri foreign fighters, per cui hanno già disposto mandati di cattura internazionali. Il 18 gennaio la Germania ha annunciato di impegnarsi a costruire casi per perseguire le decine di cittadini tedeschi che si sono uniti al Califfato.

Alcuni paesi però, in controtendenza con la tendenza internazionale, hanno deciso anche di fare un passo in più rispetto alla semplice giustizia punitiva verso chi ha fatto parte dello Stato Islamico e altre sigle terroristiche. La Danimarca, ad esempio, ha attivato uno specifico programma di riabilitazione per ex membri di queste organizzazioni, che ha lo scopo di reinserirli nella società. Un approccio di lungo termine che sembra necessario per affrontare il problema con l’intento di risolverlo, e non di cavalcarlo a scopi elettorali.

Un caso notevole e particolare è quello della Russia, che ha consentito alle “mogli dell’ISIS” di sua competenza di fare ritorno in patria. Le donne e i loro figli, di origine soprattutto Cecena, hanno trovato un insospettabile protettore nel violento governatore della regione, Ramzan Kadyrov.

In generale, però, la maggioranza dei governi occidentali non sembra volersi occupare dei processi dei propri cittadini. Gli Stati infatti preferiscono che siano le Forze Democratiche Siriane a prendersene cura. Condannare l’ISIS da lontano sembra quindi più comodo di prendersi le responsabilità per le azioni dei propri connazionali, e fare qualcosa sia per rendere giustizia che per cercare di chiudere definitivamente le pagine di una vicenda aberrante.

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