in copertina: foto © Giuseppe Carotenuto, Amatrice, 24 agosto 2016

Abbiamo incontrato Antonio di Giacomo, ideatore e curatore di Lo stato delle cose, un progetto nato per riaccendere l’attenzione sulle aree colpite dal terremoto negli ultimi anni.

I Festival di fotografia sono momenti di approfondimento e conoscenza — ma anche spazio per iniziative editoriali, workshop, incontri e dibattiti. A Lodi, nel corso del weekend inaugurale del Festival della fotografia etica, è stata lanciata una call a tutti i fotografi italiani per entrare a far parte del progetto Lo stato delle cose. Attivo dal 2016, è un laboratorio permanente sulla situazione dei diversi luoghi e paesi colpiti dai terremoti negli ultimi anni. Per rilanciare l’attività e per dare nuova linfa al progetto, si chiede a coloro che vogliono partecipare di raccontare — ognuno a modo proprio — le diverse realtà “delle Italie del dopo sisma,” come le definisce Antonio di Giacomo, ideatore e curatore del progetto, con cui abbiamo parlato.

È lui a ricordarmi del significato del nome dato alla call, Terrae Motus, un omaggio ad un’altra iniziativa, d’arte in questo caso, a seguito di un terremoto. In quel caso, nel 1980, il promotore era Lucio Amelio, gallerista napoletano, che come ci racconta Antonio “chiamò a raccolta i più grandi artisti contemporanei italiani e stranieri, chiedendo  loro di realizzare un‘opera che fosse ispirata al terremoto stesso.” Il risultato è una straordinaria collezione con giganti dell’arte contemporanea internazionale come Keith Haring o Andy Warhol che, con straordinaria sensibilità e generosità, Amelio ha voluto poi donare allo Stato, a condizione che fosse esposta all’interno della Reggia di Caserta, dove effettivamente i visitatori possono ammirare la collezione Terrae Motus. È stato un grande atto di mecenatismo quello di Lucio Amelio, “e in fondo quello che si chiede ai fotografi italiani attraverso questa call è voler bene all’Italia come gliene ha voluto Lucio Amelio”

Quando è nato e qual è stata la cosa che ti ha mosso per iniziare questo progetto?

Il progetto è stato pensato e realizzato a partire da gennaio 2016. L’intento era quello di riaccendere l’attenzione sulle aree colpite dal terremoto del 2009. A sette anni dal sisma i riflettori si erano spenti sulle vicende della comunità de l’Aquila, le sue frazioni e i paesi nel cratere del sisma del 6 aprile 2009. Abbiamo voluto dare un apporto, un contributo, attraverso la fotografia, perché questi riflettori non si spegnessero. Così è nata la prima grande campagna che ha visto coinvolti 35 fotografi, tra maggio e giugno 2016, cercando di raccontare in profondità come non si era ancora fatto lo stato delle cose del territorio. Purtroppo, il 24 agosto 2016, ancora in cento Italia, c’è stata la prima devastante scossa, di una sequenza di quattro eventi sismici — i successivi sono del 26 e 30 ottobre 2016 e poi del 18 gennaio 2017 — che hanno interessato 4 regioni e colpito 140 paesi: questi eventi hanno fatto sì che fosse necessario un ripensamento del progetto originario.

Da quel momento si è deciso di dare vita a quello che oggi è un osservatorio permanente di fotografia sociale e documentaria sul dopo sisma, sull’Italia del dopo sisma. Ci siamo occupati — e ci occuperemo — più approfonditamente delle vicende del terremoto dell’Emilia Romagna del 2012, così come di quello che accade a 38 anni dal terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia. Siamo arrivati a raccontare anche il Belìce colpito dal terremoto del 1968 affinché non siano dimenticate le vicende di comunità lontane da un effettivo ritorno alla normalità.

© Michele Amoruso, Ischia 2018

© Michele Amoruso, Ischia, 2018

Qualche esempio?

Parlando della Basilicata, ad esempio, nella periferia di Bucaletto, gli sfollati del terremoto di 38 anni fa vivono ancora in case che dovevano essere temporanee ma che tali non sono state. Ancora oggi centinaia di sfollati si trovano in una situazione altamente a rischio perché queste case sono coibentate con l’amianto, sono bombe ambientali.

Mi preme sottolineare che si tratta sì di un osservatorio permanente ma bisogna sempre tenere presente che è un progetto interamente auto finanziato. Quello che lo può rendere permanente pertanto è l’auspicabile senso di partecipazione che potrà giungere, come sta giungendo, da altri fotografi documentaristi e fotogiornalisti italiani.

© Marta Viola, Arquata del Tronto, 2017

© Marta Viola, Arquata del Tronto, 2017

Quante persone sono coinvolte nel progetto?

Il progetto vede in campo oltre cento fotografi, per non parlare di una rete di sinergie e collaborazioni che esistono con geografi, antropologi, sociologi, giornalisti e scrittori impegnati sulle tematiche del dopo sisma. Ti parlo ad oggi, perché con la Call che abbiamo lanciato, presentata durante un incontro che si è tenuto il il 7 ottobre al Festival della Fotografia Etica di Lodi di quest’anno, di fronte ad una platea molto importante per il progetto, si aprono nuove strade. Tieni conto che in queste due settimane circa abbiamo già raggiunto e superato le prime quaranta candidature di altrettanti fotografi che si sono mostrati interessati ad aderire progetto. 

© Luana Rigolli, Palazzo dei Priori, Visso, 2017

© Luana Rigolli, Palazzo dei Priori, Visso, 2017

La parte più visibile del progetto è quella fotografica, ma come dici c’è molto altro.

All’interno del sito c’è una sezione dedicata che abbiamo pensato fin dall’inizio; si chiama scritture ed è uno spazio riservato ad approfondimenti tematici sulle questioni del dopo sisma e dell’Italia fragile. In essa abbiamo ospitato saggi di diversi professionisti in altrettante discipline. Tra gli altri ci sono l’antropologo Giovanni Gugg, il geografo Giuseppe Forino che con un altro antropologo, Fabio Carnelli, hanno riflettuto sulle criticità della gestione dell’emergenza. C’è poi il contributo della geografa Lina Calandra su quello che significa vivere nel dopo sisma in una città come l’Aquila. Proprio Lina Calandra è stata parte integrante della start-up del progetto. Attraverso la collaborazione del suo laboratorio di cartografia Cartolab -Laboratorio di cartografia del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila- insieme con Barbara Vaccarelli e l’associazione culturale Territori, oltre ad una rete di soggetti istituzionali presenti sul territorio, abbiamo potuto dare il via ad una prima grande campagna fotografica nel 2016 da cui poi è nato il progetto così come è conosciuto oggi. Progetto che è online dal 21 aprile 2017, in occasione della sua prima presentazione pubblica avvenuta a L’Aquila, lì dove è nato, negli spazi dell’auditorium del Parco di Renzo Piano.

© Giulia Bottiani, Palazzo Ducale, Camerino, 2017

© Giulia Bottiani, Palazzo Ducale, Camerino, 2017

Cosa ha portato a produrre il lavoro di questi anni e cosa vi proponete di fare nel futuro?

Centinaia di reportage, oltre 15.000 fotografie online accessibili a tutti, che raccontano lo stato delle cose nell’Italia dopo sisma. E’ un lavoro che proseguirà nel tempo e crescerà ancora di più. Lo stato delle cose è un progetto attraverso il quale rivendichiamo il diritto di esistere di ogni singolo paese. 

In una prospettiva di medio-lungo termine c’è la volontà di una finalizzazione di carattere espositivo o editoriale. In questo senso si potrebbe dare vita ad una mostra, ad una serie di grandi mostre, ma accanto a questo c’è anche il desiderio di una pubblicazione che non sia un semplice libro fotografico ma qualcosa di più. La fotografia è uno strumento di sintesi dei saperi, a nostro avviso, ed è utile all’antropologia, alla sociologia, ai geografi, ad una serie di saperi messi in campo dalle problematiche del terremoto.L’idea è quella di giungere alla realizzazione di un atlante delle Italie del dopo sisma.

© Giancarlo Malandra, Arquata del Tronto, 2018

© Giancarlo Malandra, Arquata del Tronto, 2018

C’è un obiettivo finale?

Continuare il percorso di documentazione, guardare quello che succede in questo paese. Realizzare una mostra o un libro è soltanto una tappa intermedia, non un punto d’approdo. L’obiettivo è continuare a documentare, perché documentare è un dovere. Se è vero che i terremoti interessa poche persone direttamente, è altrettanto vero che la fragilità del paese, dei terremoti, del rischio idrogeologico riguarda tutti. 

© Enzo Francesco Testa, Chiesa di Sant'Agostino, L'Aquila 2016

© Enzo Francesco Testa, Chiesa di Sant’Agostino, L’Aquila 2016

Come pensi di coordinare il lavoro dei progetti proposti durante questa call?

Il lavoro di coordinamento è uno degli aspetti più complessi, perché ci si ritrova dinanzi a un progetto che coinvolge tante persone provenienti da diverse aree geografiche di tutto il paese, e perché si tratta pur sempre di un progetto autofinanziato, con una adesione volontaristica a tutti gli effetti da parte dei fotografi. Il lavoro di mappatura e di assignment avverrà in funzione sia delle necessità di documentazione sia delle possibilità concrete di spostamento da parte dei fotografi. 


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