Più alto sarà il costo, più conveniente sarà investire in energie rinnovabili e inquinare meno.

Il mese scorso si è concluso l’SB 48 meeting di Bonn, un evento collegato alla COP 23, il summit annuale cui partecipano i delegati dei paesi aderenti al Paris Agreement allo scopo di confrontarsi sullo stato del cambiamento climatico.

Quest’anno per la prima volta si è cercato di innestare nel ciclo di conferenze la dinamica comunicativa chiamata “Talanoa Dialogue.

Talanoa è una parola utilizzata nelle isole Fiji per indicare un dialogo trasparente, costruttivo ed inclusivo, in cui gli interlocutori condividono le proprie esperienze e stabiliscono tra di loro dei legami di empatia che li portano a prendere decisioni per il bene collettivo, anziché solo per se stessi.

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Il cambiamento climatico infatti è un fenomeno globale che coinvolge tutte le nazioni e che può essere contrastato in modo efficace solo se queste agiscono in modo coordinato per ridurre le emissioni di gas climalteranti, che sono alla base del problema: ma la radice del problema non è nelle azioni svolte dalle più alte istituzioni, ma in come tutto ciò viene comunicato alla gente. O meglio, di come non venga comunicato. C’è un enorme gap tra la gente che se ne occupa, sommersa di sigle e acronimi vari, e il cittadino comune, che subisce tutto questo.

Quanti sanno che cos’è l’UNFCCC? Chi conosce i contenuti del Paris Agreement? Chi il concetto che sta dietro al Carbon Pricing? Chi sa anche solo che cosa significa “Carbon tax”?

In molti però, vedono le immagini dell’orso polare che muore al telegiornale, immagini di tempeste, uragani, siccità, e leggono che tra 80 anni metà dell’Italia sarà sommersa dal mare. Insomma, esiste una sorta di vittimismo da parte delle autorità pubbliche e giornalistiche, una sorta di lamentela continua, un continuo allarmismo che non porta a far cambiare idea agli scettici e impaurisce chi invece ci crede per davvero.

C’è molta preoccupazione, e poca preparazione su quel che sarebbe davvero possibile fare.

La domanda che ogni cittadino si pone è: “Ok, faccio la raccolta differenziata, ho piantato un albero nel parco del centro, non spreco acqua, mi sono fatto il mutuo per l’impianto di pannelli solari; perché vedo ancora gli orsi bianchi morire?”. Andrebbero seguiti pensatori come Timothy Morton, che con il suo ultimo saggio “Being Ecological” ci tiene ad affermare che non ha scritto un altro libro per farci sentire colpevoli. Il sermone del senso di colpa (lui lo chiama “guilt-inducing sermon”) è contro-produttivo, porta la gente fuori dai palazzi a lamentarsi.

Morton è convinto di come sia necessario cominciare a “vivere i dati”, per avere una visione genuina e percepire in modo chiaro il problema. Solo in questo modo è possibile affrontarlo di conseguenza: perché parlare in maniera chiara dei dati scientifici che abbiamo a disposizione è l’unico mezzo, ad esempio, per smentire la gente che afferma:“Oggi c’è freddo, quindi il cambiamento climatico è semplicemente una invenzione”, i negazionisti, insomma, altro meraviglioso attore in questo teatro fatto di istituzioni piene di acronimi che non si fanno ascoltare, media catastrofisti, gente poco preparata o spaventata.  

È il momento di portare esempi positivi, non tanto per disonestà intellettuale, quanto per necessità e utilità pratica. Come ci fa notare un altro studioso, Steven Pinker, che con il suo ultimo libro porta una serie di esempi, corroborati da dati scientifici, di come in realtà molte cose a livello globale stiano migliorando. Lo stesso approccio al cambiamento climatico, a livello governativo, sta facendo dei passi in avanti in tutto il mondo, anche se chi non ha dimestichezza col tema percepisce un clima di immobilismo.

L’orso polare che muore, smuove gli animi (e i fondi), ma non va oltre. Il giorno dopo ce lo dimentichiamo. Bisogna piuttosto cercare di capire a livello collettivo la vera essenza del problema e imparare ed ideare modi pratici per risolverlo.

Cosa vuol dire mettere un prezzo sul carbonio

L’Economist, a proposito di media catastrofisti, ha pubblicato da poco un numero nel quale si diceva che diversi aspetti del cambiamento climatico non vengono affrontati in modo consono. In breve, affermava che se vogliamo raggiungere gli obiettivi prefissati nel Paris Agreement, non solo le emissioni andrebbero abbassate, ma tanta anidride carbonica andrebbe rimossa dalla nostra atmosfera. Come? Riforestando, ad esempio, o inventandosi tecnologie in grado di risucchiarla dall’aria. Nell’articolo dedicato c’è molto negativismo sulla possibile riuscita di questi progetti, ma una speranza viene data: questo scenario è possibile mettendo un prezzo sul carbonio, ed ecco il mantra del Carbon Pricing ritornare.

 

Mettere un prezzo sul carbonio, cioè imporre una tassa sulle emissioni carboniche (la cosiddetta Carbon tax), è davvero una buona idea (anche per l’Economist). Si tratta di una soluzione sostenibile che rimane all’interno di una visione del mercato capitalista, che, almeno a medio termine e salvo rivoluzioni, appare l’unica possibile e quindi l’unica in cui ricercare soluzioni oggigiorno. Il cambiamento paradigmatico delle società avviene e avverrà nei prossimi decenni.

Dunque, 67 giurisdizioni (nazioni, città, regioni) stanno mettendo un prezzo sul carbonio, attraverso una tassa o creando un vero e proprio mercato sulle emissioni (come ad il sistema ETS europeo).

Circa il 15 percento delle emissioni a livello globale giace all’interno di questo sistema, e una volta che entrerà a pieno regime anche in Cina, la percentuale salirà al 20-25 percento. Il mercato delle emissioni è un meccanismo abbastanza interessante, e funziona più o meno così: viene deciso un limite di gas inquinanti oltre cui una data area geografica, che può essere uno Stato, un Paese, una città, non può andare oltre (il cosiddetto cap). Vengono poi rilasciati una serie di permessi (che corrispondono a una data quantità di gas climalterante), che possono essere acquistati o venduti dalle aziende e che ovviamente sommati tutti insieme corrispondono al limite di inquinamento imposto nel dato territorio. Si crea così un mercato (trade) sulla possibilità di emettere gas serra – questo meccanismo economico si chiama cap and trade.

Più stringente è il limite deciso dalle istituzioni (il cap), più alto sarà il prezzo del permesso, e quindi più conveniente sarà investire in energie rinnovabili, inquinare meno, e non comprare più permessi.

Quindi, un’azienda che vuole fabbricare una certa quantità di prodotti emetterà una certa dose di gas climalteranti, per la quale sarà costretta a comprare il permesso di inquinare.

Più questo importo è elevato, più sarà allettante per l’azienda investire in tecnologie sostenibili che la facciano inquinare meno e di conseguenza comprare meno permessi.

Su questo le persone dovrebbero essere informate a dovere, non tanto per rilassarsi riguardo al problema, quanto per vederne una via d’uscita: per cominciare a parlarne, per cominciare a sentire quel rumore di cui tutti abbiamo bisogno. Gli approcci dei due studiosi citati sono rivoluzionari, non tanto perché hanno ragione, quanto perché consapevoli che una visione paranoica e catastrofica di un problema non aiuta a migliorarlo. Imporre una tassa sulle emissioni carboniche è una strategia di contrasto al cambiamento climatico decisamente pratica e tangibile.

In Europa, il prezzo risulta troppo basso, ma si sta discutendo l’inserimento di una soglia minima da pagare. Insomma, è un processo in via di sviluppo, che avrà bisogno di nuove idee, regolamentazioni ed interventi. Le complicazioni possono essere davvero innumerevoli, ma farsi sopraffare porta ad uno stallo, ragionare su cosa sia possibile fare qui ed ora invece, risolve pian piano i problemi. Un po’ come la psicologia umana, non farsi sopraffare dal passato e dal futuro incerti, ma ragionare su come rendere al meglio nel presente. È giusto che il Carbon Pricing venga fatto conoscere a sempre più persone, non perché si debbano aumentare ancor di più le nozioni conoscitive in questo mondo interconnesso, quanto perché il nostro prossimo investimento potrà essere su di una attività sostenibile, che lo è, magari, non perché contenta di esserlo, ma perché incentivata e costretta da questo sistema. Va bene lo stesso! Senza troppo idealismi. Così tutti, ben presto, investiremo in rinnovabili e i nipoti dei nostri nipoti potranno ringraziarci per essere nati in un mondo perlomeno accettabile, ma soprattutto esistente e non collassato su se stesso.

 

— FIN —