Non che se ne fosse mai andato, certo. Anzi le sue ultime interpretazioni hanno incontrato, se non quello dei critici, il consenso unanime del pubblico.

Nella fiction Rai sulla vita di De André, Principe Libero, l’attore aveva dato prova di grande empatia e rispetto per il ruolo, anche quando di finzione c’è ben poco. Mentre in Una questione privata – il suo ultimo lavoro per il cinema – Marinelli si era confrontato con un’altra storica pietra dell’Italia del dopoguerra, con la direzione dei fratelli Taviani.

 In entrambe le occasioni però, non sono mancati vizi di forma che hanno scalfito la bravura dell’attore: nel caso del biopic sul cantante ligure, l’evidente incongruenza tra la parlata romana di Marinelli e il dialetto canzoniero di De André, mentre per il film dei Taviani era stata la scelta di un Milton troppo bello e troppo romanaccio per essere il partigiano “alto, scarno e curvo di spalle” che aveva immaginato lo scrittore piemontese a indebolire la sua credibilità scenica.

Tutti vizi secondari, che non tolgono nulla a uno dei migliori attori italiani di nuova generazione del nostro cinema. Da poco Marinelli è infatti tornato davanti alla macchina da presa, regalandoci un’interpretazione che non ha punti deboli  — neanche l’accento.

Trust è la nuova serie di FX – attualmente in corso (mancano due puntate su dieci alla conclusione) – che racconta il rapimento di John Paul Getty III, nipote del magnate del petrolio, avvenuto in Italia negli anni Settanta. Un evento realmente accaduto, che vide il giovane diciassettenne ostaggio per mesi dei rapitori, in attesa di un riscatto che tardava ad arrivare per volontà del nonno miliardario.

La serie tv – ideata dalla coppia Simon Beaufoy, alla sceneggiatura, e Danny Boyle alla regia – è stata girata per gran parte in Italia con la partecipazione di attori italiani. Al fianco di grandi nomi come Donald Sutherland, Hilary Swank, un redivivo Brendan Fraser, e il talentuoso Harris Dickinson (perla grezza già vista in Beach Rats), troviamo volti nostrani come quelli di Giuseppe Battiston, Niccolò Senni, Donatella Finocchiaro e, ovviamente, Luca Marinelli.

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Luca Marinelli è Primo, il criminale che, nella finzione seriale, mette in piedi il rapimento del giovane Getty a favore della ‘ndrangheta. La forza del personaggio di Marinelli deriva innanzitutto dalla sua marginalità, narrativa e visiva. Nel racconto infatti, Primo è un galoppino della mafia, a metà strada tra i vertici della famiglia e il tuttofare, questa reclusione ha permesso all’attore di ridare voce a quella rabbia espressiva che l’aveva reso noto in Lo chiamavano Jeeg Robot, ma soprattutto nell’ultimo film di Claudio Caligari Non essere cattivo.

Incontriamo il personaggio di Primo solo dopo che le prime puntate hanno fatto il loro corso, ma già si capisce che il suo ruolo non sarà solo quello del sequestratore. Primo sarà l’impazienza, la tensione dell’attesa, l’euforia e l’ira, tutte emozioni che agli altri personaggi, per un motivo o per l’altro, mancheranno. A Marinelli quindi il compito di porsi come chiave di volta in una narrazione che non funzionerebbe senza una delle due parti, ricattati e ricattatori.

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A favorire il lavoro di Luca Marinelli è anche la natura della produzione della serie: finalmente la sua interpretazione non è accecata dai riflettori della fama. Il suo personaggio, come abbiamo già detto, rimane a lato, lasciando la scena soprattutto alle controparti americane. Una boccata d’aria che evidentemente serviva all’attore romano, il quale può tornare così a recitare senza doveri di prestazione a un pubblico sovreccitato.

E infatti tutto funziona, anche se oltreoceano la serie non ha incontrato critiche favorevoli, complice forse la sovrapposizione a All the money in the world, film diretto da Ridley Scott sulla stessa vicenda, uscito anch’esso quest’anno.

Trust è invece un’ottima serie tv, costruita con buoni ritmi e una narrazione a tratti sperimentale che non annoia. Nota di merito alla regia di Emanuele Crialese –  che è riuscito a girare una delle puntate più belle della stagione (l’ottava, “Nel nome del padre”), descrivendo l’entroterra calabrese con lo spirito di sacralità e ruralità che lo contraddistingue.

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Infine, nota a margine necessaria dopo i battibecchi sul romanesco di Marinelli: nell’interpretare Primo l’attore si attiene ad un fedele dialetto calabro che non tradisce le provenienze dell’interprete. Come ha spiegato in un’intervista a Rolling Stone: “È stato complicato imparare il dialetto: in Calabria ci andavo da bambino, ma non ero mai stato sulla Sila, ho scoperto posti che prima non conoscevo. Dovevo essere credibile, non volevo scherzare su nulla: parliamo della ‘ndrangheta, un’organizzazione criminale purtroppo legata alla storia del nostro paese.”

👉 Leggi anche: “Io sono un nomade” intervista a Emanuele Crialese


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