Due berlinesi che cantano in italiano: intervista agli Itaca

Con tre ore di sonno alle spalle gli Itaca, Albertine e Sebastian, sono arrivati a Malpensa stamattina da Berlino per la prima data del loro tour italiano. Suoneranno stasera al LOVE in via Melzo — il loro centesimo concerto — e non potete perderveli.

Ci siamo fatti raccontare la loro passione per l’Italia, da cui è nata quella per la nostra musica degli anni Settanta e Ottanta e la nostalgia per le prime edizioni del Festival di Sanremo.

La loro unicità è provata dal fatto che cliccando su artisti simili su Spotify si apre un calderone di roba che va da Giorgio Poi a Myss Keta. Evidentemente l’algoritmo non concepisce la creatività e la follia di questi due ragazzi di Berlino.

Si ispirano alla scena italiana degli anni Settanta e Ottanta, a Dalla, a Battisti e ai primi sperimentalismi di Battiato — con il sorriso, senza pretese, con lo scopo di divertirsi, di ridere un po’ di sé stessi ma anche di fare qualcosa di estremamente vitale.

Come state?

Albertine: Bene! Un insieme di stanchezza e adrenalina, come sempre quando veniamo in Italia. Una miscela un po’ intensa.

Sebastian: Anche perché in genere veniamo in macchina in Italia, ma questa volta abbiamo preso l’aereo ed è stato un po’ uno shock perché è tutto più veloce. In macchina fai in tempo ad abituarti.

Vi va di raccontarci un po’ la vostra storia? Quando e come sono nati gli Itaca?

A: Siamo stati musicisti in diversi gruppi prima di conoscerci.
Ci siamo conosciuti a Roma nel 2012, dove io studiavo musicologia. Siamo stati una coppia prima di cominciare a fare canzoni assieme.

Abbiamo deciso di fare questo progetto cantando in italiano, un po’ perché ci mancava il coraggio di farlo in tedesco e un po’ perché l’inglese non lo volevamo più sentire — ce n’era troppo.

È stata una scelta dettata dalla mescolanza di essere timidi per il tedesco e folli per l’italiano.

All’inizio era solo per divertirci, senza ambizioni, anche perché come progetto non ha senso: cioè, due tedeschi che cantano in italiano, è una decisione irrazionale.

Un giorno abbiamo detto “ok ma proviamo a suonare in Italia, vediamo cosa viene fuori e poi lasciamo perdere.” Eravamo anche un po’ imbarazzati, il nostro italiano era così e cosà. Invece è stato bellissimo fin dal primo momento.


S: A quei tempi l’italiano per noi rientrava in un simbolismo, volevamo impararlo meglio e cantare era un modo giocoso per allenarci.

Inoltre ci permetteva di mantenere una connessione tra la musica e la lingua.

Se canti nella tua lingua non hai molta libertà di scelta: pensi solo al significato delle parole e meno al loro suono. Ma se scegli una lingua che non è la tua puoi pensare alla melodia delle parole, non solo al significato.

La passione per l’Italia è nata prima del 2012 e della nascita del progetto?

A: Per me sì: a nove anni sono andata a fare la baby sitter per una famiglia ricca in Abruzzo, vicino a Pescara. Abbiamo mangiato gli spaghetti alle vongole e da lì volevo tornare sempre in Italia e in effetti ci sono tornata quasi ogni anno.

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E invece della musica italiana quando vi siete innamorati? Itaca è anche un pezzo di Lucio Dalla.

A: La fascinazione per la musica italiana è nata quando ho vissuto a Roma, ho conosciuto tanti italiani e ho iniziato a parlare la lingua. Questo mi ha aperto la porta all’ascolto di Lucio Battisti.

Abbiamo imparato il tempo futuro con Lucio Dalla e Battisti: piangerò, ma che cosa farò, mi sveglierò, camminerò.

S: A Berlino la lingua italiana è conosciuta ma è un clichè, rappresentato da Al Bano e da Ramazzotti. Sono cresciuto sentendo Al Bano alla pizzeria di Berlino est: è una catastrofe!

Ma per me la musica italiana è cominciata con Lucio Battisti che in Germania non conosce quasi nessuno.

Tra i riferimenti musicali inserite anche Battiato. Si capisce che vi piace dai dettagli, come il fatto che usiate la parola “istituto”. È una parola dura, spigolosa, difficile da inserire in un testo. Battiato l’ha infilata in Cuccurucucù – le serenate all’istituto magistrale. Cosa vi piace delle sue canzoni?

A: mi piace l’aspetto dada, da cinghiale bianco, mi piace il suo essere un po’ fuori di testa in senso artistico, il suo essere sperimentale. Anche l’album “La voce del padrone” si nutre ancora della sua fase sperimentale precedente.

S: è interessante il suo sperimentalismo e alternato al pop perché in entrambe le fasi Battiato resta molto particolare, non suona come qualcun altro, fa sempre quello che pensa.

A: Lui rischia tanto e fa una musica tutta sua…

S: Non è alla moda.

A: È tutto fuori moda!

Abbiamo letto anche che vorreste organizzare un tour in Sicilia. Dovreste scrivergli a Battiato, magari riuscite a combinare qualcosa con lui.

A: Dovremmo farlo, è vero.

S: Abbiamo avuto la fortuna di incontrare i Krisma, un gruppo di Milano, tra i nostri più grandi idoli. Loro hanno duettato con Battiato nell’album “Dieci stratagemmi”. Potremmo chiedere a Christina [Moser, la voce femminile del duo ndr] di metterci in contatto con Battiato.

Citate anche Milva nei vostri brani, che in effetti è molto conosciuta anche in Germania. Tu Albertine, come lei, canti in un modo estremamente espressivo (sembra che sottolinei le parole), quasi lirico, teatrale. Ti ispiri a lei nel modo di cantare?

A: Io non ho la voce di una grande dame come lei ma certamente Milva, e anche Mina, mi hanno ispirata. Soprattutto nel modo in cui aprono le braccia quando cantano: si buttano nella melodia, con una forza e un’energia che è anche molto vicina alla lingua italiana. In Germania non c’è, è tutto molto più chiuso, sia i gesti che la lingua che le melodie. Mi ci sono ritrovata in quei gesti.

Quando ero piccola volevo essere cantante d’opera. Era il mio grande sogno e un giorno ho riso perché ho capito che in un certo senso ce la sto facendo: ora vado sul palco con questi costumi e canto e mi godo la vita.

 

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Apriamo una piccola parentesi, i vostri nomi d’arte — Lo Selbo e Ossi Viola — hanno un significato particolare?

A: Sinceramente non mi ricordo come sono arrivata a questo nome stranissimo, che non ha senso: Ossi è una parola che indica i tedeschi dell’est, contrapposto a Wessi che sono i tedeschi dell’ovest… Ma non ha senso perché io non sono Ossi, lui sì.

S: Mi sa che io ti chiamavo Ossi per prenderti in giro.

E lo Selbo invece?

S: Ho sempre usato nomi di fantasia per il mio progetto musicale perché quando ero in università non volevo mi trovassero, quindi usavo questo nome “Zelbo” che richiama un po’ “selbst”, che in tedesco significa se stesso.

Tornando alla canzone italiana, la settimana scorsa c’è stato il Festival di Sanremo. L’avete visto?

A: No, non l’abbiamo visto.

S: Non è facile guardarlo in Germania e i tedeschi non sanno dell’esistenza di Sanremo.

Qui ce lo spacciano per qualcosa che andrà in mondovisione.

S: Ora con Facebook vedo tramite amici italiani qualche spezzone, ma non ho ben chiaro come funzioni. Ho visto un talk show del dopo Sanremo e non capivo niente, anche perché non conoscevo le persone che parlavano. Ma era tutto molto strano, il loro comportamento e in generale quello della tv italiana: ci sono uomini anziani in carriera e ragazze sexy molto giovani.

A: Noi siamo musicisti underground, non facciamo molti soldi e non siamo famosi. Vediamo che spesso negli ambienti musicali come Sanremo più soldi ci sono e più la musica diventa vuota. Questa cosa ci fa molta paura. Sanremo ci sembra un posto dove negli anni ’60-’70 si è creato uno spazio “glamoroso,” spettacolare, forse unico nell’Europa continentale. L’Italia era il centro della musica pop, ma ora dopo decenni sembra che si sia tutto ribaltato. Quindi ci spaventa guardare Sanremo.

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Però, visto che ci piace così tanto la musica del passato italiano, la fantasia di andare su quel palco ce l’abbiamo, di tornare a Sanremo con un sacco di grandi musicisti, occupare il palco come pirati o come un cavallo di Troia per fare una musica che forse pesa un po’ di più e trasmette messaggi. Che rischia, che sperimenta, che ci dà vita, perché soffriamo di questo vuoto.

Ma anche perché noi siamo tedeschi e voler andare a Sanremo fa ridere e ci fa ridere: mi piace ridere di noi stessi e avere questa storia.

Forse non ha senso però non si sa mai, perché è possibile suonare a Sanremo come ospiti. Magari tra qualche anno ci proviamo.

Certo, quest’anno c’era Sting come ospite che infatti non è italiano.

A: Ah perfetto! Allora possiamo andare. (ride)

S: Nelle nostre canzoni usiamo Sanremo come un simbolo pop, come in Sanremo fantastico.

Ma in Germania non si parla di Sanremo..

S: No, solo dell’Eurovision.

Che però è ispirato a Sanremo.

A: Esatto, noi lo sappiamo ma in Germania nessuno ne sa l’origine.

Avete pubblicato due album in italiano: “Big in Itaca” e “Mi Manchi”. Quando suonate in Germania il pubblico come prende il fatto che non cantate in tedesco? Come reagisce?

A: All’inizio pensavamo fosse un po’ troppo perché normalmente le persone fanno fatica ad ascoltare la musica che non possono capire, però ora c’è quasi una moda dell’italiano in Germania. Sono usciti tanti dischi in italiano, più famosi dei nostri.

S: O con frasi in italiano, come i Wanda in Austria che hanno usato testi e titoli.

A: Anche quel gruppo indie francese…

I Phoenix? 

A: Esatto.

S: Quando abbiamo iniziato le persone erano scettiche perché non capivano quello che dicevamo e quindi erano spaventati. Ma fortunatamente a Berlino ci sono tanti italiani e ai nostri concerti si divertivano molto, allora anche i tedeschi hanno iniziato a ballare.

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Il concerto di stasera fa parte di un piccolo tour italiano serratissimo. Domani sera sarete a Mestre, il 17 a Genova, il 18 a Viareggio e il 22 a Bologna. Com’è nata l’idea di questo mini tour italiano?

A: Facciamo regolarmente concerti in Italia. In particolare, a Milano, è la quarta volta che suoniamo. Stasera sarà il nostro centesimo concerto, il 51esimo in Italia. Abbiamo suonato una volta in più in Italia. Anche i nostri like su Facebook sono più italiani che tedeschi.

S: Facciamo concerti in Italia da tre anni e abbiamo tanti amici qui e una rete di conoscenze nelle varie città. Così scegliamo dove fare i concerti.

Per quanto riguarda l’indie italiano, lo conoscete? Avete rapporti con questa scena musicale?

S: Sì, abbiamo fatto un concerto con i Wow di Roma, a Berlino. Con Calcutta c’è stato il boom dell’indie che è un fenomeno interessante perché noi non lo abbiamo in Germania. Qui in Italia sono nati tanti artisti ottimi come Giorgio Poi. Di recente ho scoperto Andrea Laszlo de Simone che mi piace molto e mi ricorda un po’ Battisti.

Gli Itaca suoneranno stasera al Love Bar di Milano. Ad aprire la serata saranno Clio and Maurice.

 

— FIN —