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Se il numero di uomini licenziati, al centro di processi civili e penali — ma anche mediatici — è di qualche indicazione, probabilmente significa che il movimento #MeToo è riuscito nel suo intento: quello di portare le donne in una posizione sufficientemente potente da permetter loro di denunciare un sistema sociale e professionale sessista.

Ma ad esattamente una settimana dalla Women’s March di quest’anno è scoppiato il caso Ansari, portando con sé una ventata di scetticismi, dubbi e paure per “un clima da Inquisizione.” 

Non solo, è trapelata una certa rabbia intorno a come è stato trattato il caso Aziz Ansari. Quasi tutti, sui social, se la sono presa con quel pezzo, pubblicato sull’Atlantic, in cui Caitlin Flanagan firmava la completa assoluzione dell’attore.

foto CCAtrossity Photography via WIkimedia Commons
foto CC Atrossity Photography via Wikimedia Commons

L’articolo dice una serie di cose giustissime: da come il sito web Babe abbia descritto la vicenda in modo dettagliato — troppo, scadendo nel pornografico — a come la ragazza, Grace, non sia stata in grado di esprimere chiaramente e verbalmente il suo dissenso. Il problema è che la Flanagan, anziché concentrarsi sul perché i comportamenti di Ansari e di Grace siano indicativi di un atteggiamento sociale diffuso e degno di attenzione, ha preferito additare delle “giovani donne, bianche e privilegiate” che se la prendono con un ragazzo “nero e socialmente impegnato”, con l’unica colpa di essere stato così sfortunato da finire in questo vortice. “A quanto pare c’è un’intera nazione piena di giovani donne incapaci di chiamarsi un taxi”, è la sua frase che più ha fatto arrabbiare le americane. In un unico punto, l’autrice lascia intendere la mancanza di spina dorsale delle millennials e la superiorità delle femministe della sua generazione.

La stessa identica frase viene poi ripresa da Manuel Peruzzo che su Rivista Studio rincara la dose: “Oggi le ragazze lottano per essere accompagnate agli appuntamenti dai genitori. I quali sceglieranno il vino”.

Nessuno dei due sembra però cogliere il punto fondamentale — che l’intera vicenda avrebbe potuto essere un’occasione per aprire un dibattito pubblico che andasse oltre il caso singolo (lo spiega bene Jill Filipovic sul Guardian): sciogliere la matassa delle costrizioni sociali, capire perché queste pesino più dell’istinto di sopravvivenza, perché un uomo si aspetti di fare sesso dopo un appuntamento e una donna si senta obbligata a praticargli del sesso orale . Entrambi, invece, se la prendono con un femminismo che dipingono fragile perché trasformerebbe delle piccolezze in grandi lotte di emancipazione.

Anzi, fanno di più, incolpandolo di essersi trasformato in un movimento isterico che allestisce tribunali sommari a discapito di battaglie civili, più necessarie.

Il backlash contro #MeToo è segnato da tre momenti, come ci spiega Claudia Torrisi su Valigia Blu, — è cominciato con la lettera delle cento francesi, ha continuato con la minaccia di Katie Roiphe di rivelare l’identità dell’autrice di Shitty Media Men, è finito con il pezzo su Babe di Grace e Ansari. Il contraccolpo arriva da chi rivendica per le donne un ruolo emancipato e forte, in disaccordo con le figure deboli emerse negli ultimi ritratti giornalistici. “Un movimento per l’empowerment della donna si è trasformato nell’emblema dell’impotenza femminile”, scrive Bari Weiss sul New York Times. Ma dire alle donne che devono essere loro per prime capaci di chiamare un taxi e andarsene in una situazione alla Ansari significa non parlare del problema, ignorare che, nella sfera sessuale, tra uomo e donna c’è un evidente squilibrio sociale — un divario destinato a restare tale se ci ostiniamo a classificarlo come marginale. E quando Weiss scrive che “la soluzione a questi problemi non è mettere alla gogna gli uomini, ma è una chiara capacità espressiva di dissenso da parte del sesso femminile”, significa che vuole spostare la responsabilità di reagire unicamente in capo alla donna, sollevando l’uomo da qualsiasi obbligo.

Sarah Jones su New Republic coglie la continuità tra le critiche a #MeToo e quelle alla “rape crisis” degli anni Novanta: allora come oggi contro un femminismo in via di formazione si scagliano le opinioni di chi lo considera allarmistico, isterico, esagerato, maccartista.

Andiamo a monte però: cosa ha innescato questa recente ondata di femminismo, cosa ha portato migliaia di donne a marciare per le strade del mondo lo scorso 21 gennaio, nella più grande manifestazione della storia americana, per giunta per la seconda volta? La rabbia. Paola Giacomoni, professoressa di Storia della Filosofia all’Università di Trento, nel suo libro “Ardore. Quattro prospettive sull’ira da Achille agli Indignados”, sottolinea il potere travolgente dell’ira, un’emozione in grado di far germogliare valori come la giustizia e il riscatto sociale: si può fare una lotta di cittadinanza attiva, che sia anche razionale, non per amor di giustizia, piuttosto, per rabbia.

Hillary Clinton, che per l’intera durata della campagna per le presidenziali ha dovuto sopportare la sfilata delle magliette con la scritta “Hillary sucks, but not like Monica”, alla cerimonia di diploma del Wellesley College diceva “Non spaventatevi della vostra ambizione, dei vostri sogni, e nemmeno della vostra rabbia” — che fosse un’indicazione di inversione di rotta? Decisamente in controtendenza se si considera che la rabbia femminile, dagli antichi greci a Michelle Obama (accusata per otto anni di essere una “angry black women”, nonostante il suo aplomb invidiabile), è sempre stata ridicolizzata. La stessa Clinton affronta nuovamente l’argomento con la classicista britannica Mary Beard, discutendo di come alle donne sia sempre stato insegnato l’arte di porgere l’altra guancia, di restare calme anzichè reagire. “Non prestar loro attenzione […], vai per la tua strada, e tu pensi che questo è ciò che è stato detto alle donne per secoli”, dice la studiosa in un passaggio, e la sua citazione rammenta un paragrafo del già citato articolo di Weiss, “Se lui ti spinge a fare qualcosa che non vuoi fare, alzati ed esci da casa sua”.

È ciò che molti vorrebbero che le donne continuassero a fare: non scatenare un dibattito sul maschilismo quotidiano, quanto far finta di essere al di sopra di quel sessismo — una parità di genere che è solo di facciata.

In questo caso, il binomio donna forte è sinonimo di cool girl, una donna che, senza lamentarsi, è capace di schivare le conseguenze del patriarcato, non di sovvertirlo.

L’autrice del New York Magazine, Rebecca Traister, che sull’argomento sta scrivendo un libro, aveva previsto il contraccolpo che avrebbe preso di mira #MeToo, e sapeva che si sarebbe basato sulla nostra capacità di distinguere i comportamenti penalmente rilevanti da quelli moralmente rilevanti. E, benché le donne siano in grado di distinguere tra molestie, atteggiamenti inappropriati e corteggiamento (come ci ha dimostrato Shitty Media Men, nonostante il pensiero contrario di Caterine Deneuve), la rabbia femminile investe gli uni e gli altri — una reazione eccessiva, giustificata soprattutto da decenni di silenzi imposti e minimizzazioni di un sistema in cui, talvolta, siamo state anche complici. Il caso Weinstein ha però avuto un effetto galvanizzante, portando un numero consistente di donne a fare della rabbia il perno con cui abbattere un sessismo onnipresente — il sentimento che storicamente è chiesto alle donne di soffocare, è qui la miccia che innesca e tiene vivo un intero movimento di protesta. La rabbia femminile di Freud subisce una riabilitazione, diventando lo strumento necessario ed espressivo di una lotta di genere.

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Per approfondire ?La lista degli Shitty Media Men e perché ci servono ancora le reti di supporto

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Il sentimento poi non è rimasto arginato ad hashtag accattivanti e marce simboliche, tutt’altro, si è trasformata in qualcosa di più concreto, invadendo anche la politica: nelle elezioni di mid-term, 390 donne si candideranno alla Camera (si stima che sia il più alto numero nella storia americana), e 49 al Senato. La scrittrice Luvvie Ajayi ha invece raccolto in un unico database le candidate nere per le elezioni del 2018: sono 414. Sembra che l’altro sesso si stia preparando a riequilibrare le quote di potere in un campo da sempre dominato dagli uomini. Bisogna anche tener presente però che la politica, proprio per il suo carattere rappresentativo, si presta più facilmente ai cambiamenti di quanto sia possibile in altri ambiti.

In ogni caso, il 2018 si preannuncia essere una replica del 1992, Year of the Woman, quando le donne conquistarono un numero, senza precedenti, di seggi al Congresso — era l’anno di Anita Hill, anche lei criticata perché, dicono, non fu capace di reagire in maniera decisa ai comportamenti molesti del suo capo, Clarence Thomas, che da lì a poco sarebbe stato nominato giudice della Corte Suprema.

Questo di oggi non è il femminismo come lo abbiamo imparato a riconoscere — è social, rabbioso, mediatico, teatrale, caotico. È un femminismo che non è stato ancora scolpito da battaglie definitive, e ha bisogno di essere indirizzato.

Caitlin Flanagan e il suo seguito possono unirsi a dargli una forma — o possono crogiolarsi nel rimpianto di un femminismo passato che oggi, forse, nemmeno funzionerebbe. Il movimento si è evoluto dagli anni Settanta: non lotta più solo per il diritto all’aborto, al divorzio, all’istruzione — vuole anche mettere in discussione la sessualità e l’approccio alla sessualità, i concetti di consenso e piacere, e alimenta il dibattito in maniere che non sono sempre né corrette né pertinenti. Eppure, la discussione pubblica è un passaggio necessario anche per scongiurare il rischio di monopolio, perché #MeToo non sia ad uso e consumo esclusivo di Hollywood.

Il sentimento di rabbia ha contagiato anche la letteratura e il mondo dell’editoria, e la portata del fenomeno è riassunta in una lunga lista di pubblicazioni che hanno risentito di questa Rivoluzione Francese al femminile. In particolare, una recente ristampa di una collezione di testi e poesie di Audre Lorde contiene un discorso che la poetessa tenne nel 1981, al National Women’s Studies Association: “Ogni donna ha un arsenale ben fornito di rabbia, potenzialmente utile contro quelle oppressioni, personali e istituzionali, che hanno causato la stessa rabbia.” È una sintesi perfetta dell’utilità della rabbia nel femminismo contemporaneo.

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