Andare a vedere un film di Woody Allen è ancora una buona idea

Decidere se vedere o meno “l’ultimo film di Woody Allen” è diventata una scelta complessa.

L’autore da anni ormai non gode più della nostra totale fiducia, tra la quantità sovrumana di film che ha scritto e diretto — che si è tradotta inevitabilmente in una produzione di qualità traballante —, e il crescente disagio del pubblico nei confronti della vita privata dell’autore.

È proprio di ieri un lungo viaggio nelle carte e la mente dell’artista di Richard Morgan per il Washington Post. Morgan ha letto e analizzato tutte le carte degli archivi che Allen ha curato di se stesso alla Firestone Library dell’Università di Princeton. Dagli archivi Morgan estrae una galleria di appunti che mettono nero su bianco la fissazione di Allen per cameriere, hostess e minorenni. La validità del discorso che vuole la separazione dell’artista dall’arte — è Morgan stesso a citare Benjamin a riguardo — può essere lungamente dibattuta, ma non più di quanto sia innegabile che le idiosincrasie di Allen abbiano a volte prodotto capolavori come Match Point o Manhattan. Film che sembra impossibile siano scritti e diretti dallo stesso autore di Hollywood Ending.

La ruota delle meraviglie appartiene a pieno al primo gruppo di film, uno dei migliori di Allen degli ultimi anni. Ho cercato di entrare nelle pieghe della sua perfetta drammaturgia, tra illusioni e meraviglie.

Il paese dove vado in montagna è fornito di un bellissimo cinema vecchio stile. Uno di quelli dove il proprietario, quando ti accomodi all’uscita, si premura di chiederti se il film ti sia piaciuto. Non ci sono i popcorn e il sonoro viene direttamente da dietro lo schermo e non dai lati della sala.

Stavo spulciando la programmazione dei primi dell’anno, quando la mia attenzione è caduta su di una locandina molto suggestiva: una donna di tre quarti, accasciata su un letto di fronte a una finestra illuminata da una luce rossastra. Fuori, una gigantesca ruota panoramica, sullo sfondo un cielo a metà tra il blu e il giallo. Una visione.

Il font usato per il titolo, perfettamente riconoscibile, mi ha convinto definitivamente nella scelta del film: dietro a quella locandina c’era la firma inconfondibile di Woody Allen. Il suo nome non è per forza sinonimo di garanzia, ma dopo aver conosciuto quella visione — dove al centro stava una donna con la D stramaiuscola come Kate Winslet — non potevo esimermi da ridargli fiducia, ancora una volta.

La ruota delle meraviglie, trama e trailer

Il film racconta gli intrecci tra quattro personaggi: Ginny (Kate Winslet), ex attrice malinconica ed emotivamente instabile che lavora come cameriera; Humpty (Jim Belushi), il rozzo marito di Ginny, manovratore di giostre; Carolina (Juno Temple), la figlia che Humpty non ha visto per molto tempo e che ora è costretta a nascondersi nell’appartamento del padre per sfuggire ad alcuni gangster; Mickey (Justin Timberlake), un bagnino di bell’aspetto che sogna di diventare scrittore. Lo sfondo è la pittoresca Coney Island degli anni ’50, nei pressi di un parco divertimenti.

Luci e ombre

Prima di addentrarci nella sceneggiatura del film, da sempre il grande punto di forza di Woody, vale la pena spendere due parole sull’impianto visivo. Il suo lavoro, come nel precedente Café society , è impreziosito dalla luce di un direttore della fotografia ben tre volte premio Oscar. Si tratta di (rullo di tamburi e impeto di orgoglio nazionalpopolare) Vittorio Storaro, storico collaboratore di Bertolucci e Francis Ford Coppola (le statuette sono per filmetti come Apocalypse Now , Reds e L’ultimo imperatore ).

I drammi di Woody Allen sono sempre molto realistici, regia e fotografia non sono mai preponderanti su scrittura e recitazione. Qui come minimo attirano l’attenzione. Un paio di esempi al volo, confrontati con una scena in Blue Jasmine:

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Camere da letto a confronto

Camere da letto a confronto

La costruzione di questi piccoli quadri in movimento è uno dei motivi che rendono il film così seducente. Dovrei rivederlo una seconda volta per capire se ci sia un uso ulteriormente preciso dei colori abbinati a determinate situazioni drammatiche; certamente, però, c’è un forte utilizzo dei cambi di luce all’interno di una singola scena: una luce rossa che illumina una stanza, per esempio, può diventare gradualmente blu. In alcuni casi, è una scelta spiegabile con il cambio di colore delle scritte al neon che giganteggiano fuori dalle finestre (se non sbaglio accade anche nella scena della stanza rossa di cui sopra). Questo espediente, più evidente nelle scene notturne, è riproposto anche di giorno in maniera meno razionale.

L’effetto è molto bello dal punto di vista estetico, ma è anche interpretabile in stretta connessione con il significato del film, che per struttura può sembrare quasi un’opera teatrale.

Meraviglie, illusioni

La ruota delle meraviglie è un giro di giostra lungo il tempo di un’estate, dove i personaggi, costantemente in conflitto tra loro, mettono a nudo le loro ferite, i loro desideri.

Ginny, delusa per non essere riuscita a intraprendere la carriera da attrice, vorrebbe fuggire e cambiare radicalmente vita; Mickey, da buon scrittore romantico, è in cerca della donna della sua vita; Humpty vorrebbe solo proteggere e viziare sua figlia Carolina. Proprio il personaggio interpretato da Juno Temple è l’unico con le idee chiare fin da subito: una ragazza non troppo brillante ma volenterosa, che riesce a rimanere lucida nel turbinio di intrecci amorosi e rancori legati al passato.

Tutti gli altri hanno forti motivazioni, ma non riescono a gestirle in modo da scegliere ciò che davvero farebbe felici loro e chi gli sta intorno. Per usare una metafora vicina al personaggio di Humpty: vorrebbero un sacco di pesci, ma non sanno né quali né come prenderli. Ciò che più li accomuna è che vorrebbero tenersi stretti gli affetti — che si tratti di figli o mariti — ma in qualche modo li vedono sempre allontanarsi da loro.

Con un velo di ironia non troppo marcata e un intreccio perfetto, Woody Allen racconta un affresco di sogni che sembrano sempre possibili, che illudono: stare sulla ruota delle meraviglie è eccitante, significa cambiare vita, inseguire mille amori, lasciarsi accecare dalle luci, o semplicemente trovare un angolo di pace. Ma la visione di fondo è chiaramente amara, perché dopo la giostra dell’estate si ricomincia da capo con un pugno di mosche al posto dei sogni. La storia più forte è forse quella di Ginny — una meravigliosa Kate Winslet — che arde per cancellare i propri rimpianti e ripartire da zero.

Sarebbe riduttivo accogliere La ruota delle meraviglie riducendolo all’amarezza del poco roseo finale. Nelle sue pieghe c’è qualcosa di più: racconta con tempi drammatici davvero perfetti l’incontro/scontro tra quattro personaggi in cerca della propria luce, quattro sogni che collidono con conseguenze non sempre prevedibili. Tornando al legame tra scrittura, regia e fotografia, è davvero stimolante il modo in cui questo film racconti come le luci sul nostro mondo, anche quando non siamo preparati, possano cambiare da un momento all’altro. La grazie visiva e narrativa con cui Woody Allen racconta storie di disgrazia, è la vera speranza e la luce di questo film.

La perfetta riuscita dell’opera è resa possibile anche da quattro interpreti perfettamente in parte, tra cui — udite udite — un Jim Belushi completamente reinventato.

Ma davvero questo è Jim Belushi? Cioè Jim di La vita secondo Jim?

La ruota delle meraviglie — Wonder Wheel è un grande film, un’ora e mezza di fermento per gli occhi e per la mente. Anche l’ultimo di Woody che avevo visto al cinema — Blue Jasmine — lo era. Non ho idea di cosa sia passato in mezzo, non ho idea di come fossero Magic in the moonlight, Irrational man e Cafè Society . Magari se riuscirò a recuperarli mi deluderanno, e mi metterò a pensare che forse era meglio provare a scoprire qualche regista più giovane.

Ma di sicuro, in questi primi giorni del nuovo anno, vale la pena andare al cinema per vedere l’ultimo film di Woody Allen.

 

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