Mentre le prime due stagioni si sono focalizzate sull’aspetto prettamente true crime di ciò che è vero e ciò che non lo è, il terzo capitolo della saga prende di petto l’era della post-verità.

Nel 1996, il sesto film dei fratelli Coen apriva con la didascalia “Questa è una storia vera,” catapultando lo spettatore in una spirale di dubbio e mistero sulla natura della pellicola che stavano per guardare. Vent’anni dopo, lo showrunner Noah Howley ha fatto di quella incisiva e ammiccante descrizione (per altro falsa) lo strato narrativo su cui dipingere le storie dell’antologia televisiva Fargo.

Nel corso delle tre stagioni, andate in onda a partire dal 2014, sono stati molti i temi comuni affrontati dalle diverse storie: la monotonia del quotidiano, la violenza come moto perpetuo della società, l’incomunicabilità tra individui, il ripetersi della Storia e molto altro; producendo così una delle opere più dense viste sul piccolo schermo dall’uscita di Breaking Bad e Mad Men. Su tutto però, l’elemento più utile per l’interpretazione di Fargo rimane il rapporto che la narrazione intrattiene con la verità — ogni puntata infatti apre con la stessa affermazione che nel 1996 era servita ai fratelli Coen per formare l’illusoria realtà del loro film, rimarcando il concetto dell’ambiguità narrativa.fargo-coen

Lo stesso Noah ha ammesso di aver riflettuto molto su quella frase così apparentemente ingenua posta all’inizio di ogni puntata. “È sempre stato il mio obiettivo, quando ho iniziato a scrivere mesi fa, decostruire la frase questa è una storia vera. Ma anche le idee di verità e storia erano molto interessanti, perché una buona storia può sembrare vera, ma cosa rende una storia ancora più vera?”

La terza stagione – di cui oggi andrà in onda la puntata conclusiva – ha quindi dichiaratamente giocato, più delle altre, con il concetto di verità.

Mentre le prime due stagioni si sono focalizzate sull’aspetto prettamente true crime di ciò che è vero e ciò che non lo è, il terzo capitolo della saga prende di petto l’era della post-verità: mettendo in scena un mondo in cui i fatti non contano e in cui le apparenze plasmano la realtà in cui viviamo.

La storia ruota intorno alla rivalità tra due fratelli, Ray e Emmit Stussy, entrambi interpretati da Ewan McGregor, incapaci di lasciarsi alle spalle un torto di gioventù — il loro rapporto sarà, in definitiva, l’ago della bilancia di tutta la narrazione. Dalle conseguenze delle loro scelte dipenderà il diramarsi della trama e il percorso dei restanti personaggi.

Fin dalla primissima scena della stagione diventa chiaro come non saranno più i fatti a guidare la trama, saranno piuttosto le persone in grado di modificare le convinzioni altrui a guidare la narrazione.

I fatti sono calpestati e ignorati da chi ha abbastanza potere nelle proprie mani per poter riscrivere la realtà, ci suggerisce Hawley nel prologo della prima puntata. L’incarnazione di questo fil rouge è il personaggio di V. M. Varga, un uomo d’affari la cui unica aspirazione è una bulimica sete di potere. È proprio Varga – interpretato dall’ottimo David Thewils – a spiegare più volte come la percezione della realtà diventi essa stessa la realtà, soprattutto nei momenti in cui ci sembra così surreale.

Non è difficile fare un paragone con le ultime vicende della storia Americana: la vittoria di Trump alle elezioni, che da iperbole si è trasformata in realtà nel giro di poche ore, ha dimostrato quanto la realtà oggettiva, soprattutto nell’era dei social, non esista — o almeno non sia più una priorità nella società moderna. “Mi sono trovato a scrivere in un bizzarro parallelo rispetto a quello che stava succedendo, quindi ho deciso di inserire in maniera organica quello che accadeva nella storia. Come si trasforma la realtà in qualcosa di falso e viceversa come si cambia una storia finta trasformandola in qualcosa di vero, questo concetto mi sembrava molto interessante da esplorare,” continua Noah Hawley.

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Tra le battute dei protagonisti si susseguono infatti evidenti strizzate d’occhio alla post-truth e agli alternative facts: “Non ti deve piacere la verità per renderla tale.” “Sei sicuro?”, o ancora “Non è mai successo.” “Questo non lo rende meno di un fatto.”

All’interno della narrazione vengono premiati i personaggi che decostruiscono la realtà a loro favore, al contrario spariscono coloro che confidano nella verità dei fatti. Così la poliziotta Gloria Burgle non solo deve far fronte a una trama fin troppo assurda per essere vera (ding! l’hacking russo non vi dice nulla?), ma deve anche contrastare le ingerenze delle istituzioni, ovvero il suo capo, pedina credulona e un po’ pietosa.

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Ed è proprio in quei personaggi alla ricerca della storia vera che lo spettatore si immedesima, sperando che essi alla fine abbiano la meglio su coloro che impiantano una realtà costruita sulle impressioni più che sui fatti.

Quando l’allegoria si fa evidente, ogni opera perde il suo potenziale — il pregio di Fargo è riuscire a mantenere in secondo piano quelli che sono i riferimenti socio-politici e culturali, lasciando in primo piano i piaceri della narrazione. Per questo motivo la serie tv di Noah Hawley è oggi una delle opere di entertainment che meglio riflette sulla post verità e sulla percezione che lo spettatore (qua in doppia veste di spettatore sociale e televisivo) ne ricava.

Il finale è lasciato nelle mani dello sceneggiatore, ma se l’attualità è veramente la base su cui la serie è stata progettata, possiamo iniziare a farci un’idea su quale possa essere la sua conclusione.


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