Come si trasforma una politica aggressiva, ingiusta, e strutturalmente fallimentare in una politica solo aggressiva e ingiusta? Bisogna farla funzionare.

Il piano di ricollocazione forzata di migranti e richiedenti asilo da Italia e Grecia verso il resto d’europa non ha mai funzionato: semplicemente, i paesi membri si rifiutano di cooperare nel piano, e misteriosamente questo si può fare, mentre invece sulle politiche economiche apparentemente è impossibile sfuggire alla volontà di ferro dei “burocrati europei.”

Insomma: il progetto di dividere il carico umanitario tra paesi europei, alleggerendo le spalle di Italia e Grecia, paesi chiave per l’arrivo di massa di rifugiati e migranti, ma anche paesi particolarmente scossi da una apparentemente infinita e indefinita crisi economica, è sempre stato una finzione, esattamente come effettivamente ogni altra operazione di accoglienza gestita dall’Unione Europea.

Lo scorso settembre 2015 i paesi dell’UE avevano firmato un accordo che prevedeva il ricollocamento di 160 mila rifugiati entro due anni. La scadenza si avvicina, e i risultati sono imbarazzanti. Il mese di lavoro più intensivo, quello appena concluso, ha visto lo spostamento di 2465 rifugiati. L’obiettivo era di 3000 — un numero comunque drasticamente basso, anche considerato il target rivisto lo scorso anno di 98 mila persone.

Ieri, finalmente, la svolta. A quattro mesi dalla scadenza, 16340 persone sono state ricollocate — sì, un decimo di quanto originariamente previsto. Il commissario europeo alle migrazioni Dimitris Avramopoulos ha annunciato un nuovo target: 33 mila e 840 persone — meno di un quinto dell’obiettivo iniziale, e un terzo di quello rivisto lo scorso anno.

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Avramopoulos, forse senza senso del ridicolo, ha vantato che il mese di marzo fosse un segnale che “il programma stesse iniziando a funzionare” — certo, a un decimo del ritmo inizialmente previsto, ma sta iniziando a funzionare.

In realtà, il programma non sta funzionando, non ha mai funzionato, e non ci sono i presupposti perché funzioni: l’accoglienza è obbligatoria solo sulla carta, e ogni paese ha pretese completamente diverse, che l’Europa semplicemente si è rifiutata di codificare: come arrivano i rifugiati? Su voli charter o su voli commerciali? Alcuni paesi pretendono che i rifugiati infatti arrivino su voli commerciali, mentre per Germania e Francia sono preferibili i primi. Germania e Francia, inoltre, pretendono che le persone siano trasferite in gruppo, tassativamente alla fine del mese. Altri paesi invece preferiscono consegne poco alla volta.

La verità è che ognuno di questi ostacoli è interamente fabbricato, fasullo.

Ad oggi, quello che potrebbe essere considerata la politica “a muso duro” sul fronte delocalizzazioni è sostanzialmente shaming, un altro mondo dai toni netti e intransigenti di quando si parla di questioni fiscali. Il comportamento ribelle di Bulgaria, Slovacchia e Croazia è costato loro esattamente zero: non ci sono state conseguenze, e non sono previste conseguenze — esattamente come il “virtuosismo” di Lussemburgo e Portogallo non li porta da nessuna parte.

L’Ungheria e la Polonia non hanno letteralmente accettato nemmeno un rifugiato, e gli unici due paesi che sono in linea con le previsioni originali di delocalizzazione sono Malta e Finlandia — 1079 a Malta e 600 in Finlandia, numeri seppur superiori ai risultati ridicoli come quello austriaco, sono in linea con quelli europei: ovvero, mediocri.

Ieri sul palco Avramopoulos ha rappresentato perfettamente lo stato dell’arte dell’accoglienza europea: un fallimento così sistematico che è buono solo a parlare di diritti che non riconoscerà mai, e a darsi pacche sulle spalle. Un po’ come quando, mentre vantava come il programma “stesse funzionando,” si è congratulato con l’Austria, per aver sopportato lo sforzo titanico di accordare l’ospitalità a cinquanta bambini.

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