Appena nato, il nuovo partito a sinistra del Pd è già in preda ai malumori. Ma è in buona compagnia.

Alla fine, è nata. Sinistra Italiana, già ribattezzata Sì dagli amici e dai nemici, sta prendendo forma. Il soggetto forte a sinistra del Partito Democratico che tutti si aspettavano, dopo anni di incertezze, dubbi esistenziali e colpi di testa, è venuto alla luce. E il 17 febbraio terrà il suo primo congresso, che già si preannuncia agitato.

È da quando Renzi ha preso il potere nel PD, il 15 dicembre del 2013, che una fetta consistente della sinistra del Partito ha cominciato a manifestare la voglia di andarsene — o quantomeno di restare facendo opposizione dura. Ma col passare del tempo, è stato chiaro che anche di questa opposizione esistevano varie forme: una, più stoica e rassegnata, da parte degli ex DS della “ditta” come, soprattutto, l’ex segretario Pierluigi Bersani o Massimo D’Alema — che, con tutta la retorica sulla sua perfidia, non ha mai abbandonato la barca. E un’altra di un’ala più ribelle, diciamo, in cui scorrazzavano persone più giovani che non avevano mai visto Il Partito nei suoi giorni migliori: Fassina, Civati.

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È noto: la scissione a sinistra è una tentazione antica della sinistra italiana (con la minuscola): qualche volta giustificata, beninteso. Ma che spesso viene messa in pratica in modo scoordinato, producendo soprattutto confusione tra gli elettori. È stata così anche la prima scissione di questa sinistra, capitanata proprio da Giuseppe Civati — che nel giugno del 2015 ha compiuto per primo il passo fatale, uscendo dal PD e fondando il suo partito, Possibile. Un partito, nelle intenzioni del fondatore, leggero e in grado di federare tutti coloro che stanno a sinistra del PD su alcune campagne condivisibili: per esempio con il referendum delle trivelle, che pur mancando il quorum è riuscito a dare qualche grattacapo al Governo.

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A Possibile, però, non hanno aderito tutti, come Civati forse sperava. Complice anche un lancio maldestro del partito, la formazione di Civati ha preso subito la forma e le dimensioni del blog di un circolo ARCI molto figo e molto impegnato — provate ad andare sul suo sito. Il massimo a cui ora sembra possa puntare è l’1%: ottimo. Forse però è già sufficiente a mettere i bastoni tra le ruote al piccolo grande progetto che sta prendendo forma a sinistra del PD in questo periodo— Sinistra Italiana, appunto.

Sinistra Italiana, in sostanza, è SEL più una serie di fuoriusciti dal PD, con meno Nichi Vendola sul palco. La stella del leader pugliese sta tramontando ormai da molto tempo, tra dichiarati ritiri dalla politica, presunte emigrazioni in Canada e qualche intercettazione non proprio gradita a un elettorato di sinistra. Sono lontanissimi, insomma, i tempi in cui si immaginava che Vendola fosse in grado di battere Bersani alle primarie di coalizione del centrosinistra. È presumibile che il partito, per liberarsi di quella che ormai a tutti gli effetti un’eredità scomoda, abbia scelto un’operazione di ammodernamento, di restyling, necessaria anche per accogliere i fuoriusciti dal PD — difficilmente persone come Stefano Fassina si sarebbero esposte ad affermazioni come “è uscito dal PD per entrare in SEL,” dato che questo nell’opinione comune avrebbe voluto dire “si è sottomesso alla corte di Vendola”: creare un partito semi-nuovo ha permesso di acchiappare vari piccioni con una fava.

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Come tutti i partiti che si rispettino, Sinistra Italiana terrà un congresso.

Sarà il 17 febbraio, e probabilmente sarà un congresso a tesi: vuol dire, in linea di massima, che si discute una tesi e non una mozione. Teoricamente, un congresso a tesi è meno incentrato sulla personalità di chi si candida e più sui contenuti del gruppo che gli sta dietro e ha elaborato insieme a lui le tesi, appunto. Questo sarà un congresso particolare perché fondativo, e già si preannuncia pepato. Osservando dall’esterno la situazione, salta agli occhi che amalgamare i profughi del PD con i vecchi membri di SEL non sarà un’impresa facile. L’altroieri, Stefano Fassina si è autosospeso dai lavori del neonato gruppo parlamentare di SI (vi ricorda qualcuno?), dopo una vicenda che merita di essere spiegata per esteso.

Qualche giorno fa, il deputato SI Giovanni Paglia pubblica un post in cui il nuovo progetto politico di Giuliano Pisapia veniva definito “il partito dei maggiordomi di Renzi.” Un gruppo di sedici deputati, disturbati dalla virulenza delle sue parole, invia un appello a vari quotidiani per abbassare i toni in vista del congresso — che tra i membri del partito sembrano già piuttosto accesi. A Fassina però non sono piaciuti i toni e l’iniziativa dei difensori dell’ex sindaco di Milano, sostenendo che il capogruppo Arturo Scotto, tra i sedici firmatari, avrebbe dovuto far sì che la questione venisse prima risolta “tra di noi”. E dunque, autosospensione finché non arriverà il riconoscimento dell’errore compiuto, almeno da parte di Scotto, secondo quanto riporta il manifesto.

Tra l’altro, è interessante notare come il progetto di Giuliano Pisapia, che era stato eletto a sindaco di Milano anche grazie al sostegno in forze di un Nichi Vendola allora sulla cresta dell’onda, non sia destinato ad entrare in Sinistra Italiana — a quanto pare. Il partito fondato dall’ex sindaco di Milano si chiama Campo Progressista e non si capisce ancora bene come si porrà nei confronti di SI. In effetti un osservatore esterno avrebbe potuto dedurre che la sua iniziativa sarebbe stata logicamente destinata a confluire in SI, vista anche la sua storia politica. Lui però dichiara di guardare sia a Sinistra Italiana, sia al PD. Agli eventi del suo partitino comunque partecipano anche molti esponenti di sinistra italiana — sì, quelli che sono stati definiti “maggiordomi di Renzi.”

L’uscita del deputato Paglia ha suscitato così tanti malumori nell’appena fabbricata casa SI perché in molti, probabilmente, si sono sentiti chiamati in causa. La questione del rapporto con il PD infatti è tra le più delicate che dovranno essere affrontate al congresso: con il PD bisogna allearsi oppure no? Entrambe le proposte hanno pro e contro, e dalla scelta compiuta potrebbe dipendere il futuro complessivo di SI. La cosa più difficile da fare sarà tenere insieme il partito, una volta che la decisione sarà presa. Senza dubbio, se il partito si alleerà con il PD, sarà difficile rivolgersi a entità come Possibile — o altre di cui non abbiamo parlato ma di cui si mormora che esistano ancora, come i Comunisti Italiani.

Certo, nel caso di mancata alleanza con il partitone di Renzi non si vede razionalmente il motivo per cui Possibile e SI non si debbano federare in qualche modo — visto che il campo elettorale della sinistra, in Italia, non è granché esteso e non c’è molto di che spartirsi. Il grande elettorato da rosicchiare è quello del Movimento 5 Stelle, che non sembra ma è composto in buona parte da elettori di sinistra delusi. Forse, federate, tutte queste formazioni potrebbero aspirare al 7-8%. Ma poi chi comanderebbe? Il favorito al congresso di SI sembra essere Nicola Fratoianni, appoggiato sia da Vendola che da Fassina. Ma non è affatto detto che la spunti qualcun altro, visto che più la barca è piccola più, a quanto pare, il timone viene conteso. E poi, Civati? Mica entrerà nel partito se non può fare il capo. E Pisapia? Magari lui sì. O no?

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