Diwan

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Benvenuti in un nuovo episodio di Arabeschi


“Diwan” è un vocabolo di origine persiana, il cui significato in varie lingue indoeuropee si riferisce a “divano” o “dogana” e che è traducibile con il termine “registro” o “lista”.
Andiamo insieme a rintracciarne le radici storiche.

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La parola fu introdotta nel mondo arabo sotto il califfato di ‘Omar I con il significato “registro dei soldi delle milizie arabe e delle pensioni di stato.” Con l’ampliarsi dell’organismo amministrativo dell’Impero musulmano il vocabolo, già nel secolo IX d.C., fu applicato alla direzione generale dell’amministrazione finanziaria e della proprietà fondiaria, come pure ai singoli uffici da essa dipendenti; poco più tardi servì anche a designare qualsiasi ufficio pubblico amministrativo, e, in seguito, consigli di alti funzionari e persino tribunali speciali.

Derivante dal persiano dibir, significante “scrittore,” essa è fortemente legata al concetto di poetica araba.
Per l’appunto, le poesie, chiamate Mu’allaqat (letteralmente “le appese,” termine di origine e significato incerti), vennero composte in un’epoca nuova di forti cambiamenti e rivoluzioni, tant’è che coloro che le componevano vengono oggi ricordati come sommi maestri nonché capostipiti dell’arte, tra cui Labid, Zuhayr e Imru’l-Qays.

Il diwan nell’antico impero ottomano stava a indicare il consiglio dei ministri; in seguito, per estensione, indicò anche il libro o registro dove venivano trascritte le loro importanti decisioni. Con il trascorrere del tempo, e come accade sempre per le questioni di lingua, si pensò di chiamare — sempre per estensione — diwan anche la sedia sulla quale sedevano i ministri durante le loro riunioni.
Giunti a questo punto, poiché il diwan indicava (come abbiamo visto) un libro di una certa importanza — racchiudeva, appunto, le decisioni dei ministri — si decise di chiamare diwan il libro nel quale erano raccolte tutte le poesie, in ordine alfabetico o cronologico, di un importante poeta (o scrittore) orientale.
La poetica e lo stile Diwan sono riconosciuti al mondo come un’arte di straordinario impegno manuale, al pari dei manoscritti medioevali curati dai monaci amanuensi nel pieno dello sviluppo del Cristianesimo.

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Foto e opera di Amjed Rifaie, calligrafo arabo e fotografo

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