Il presidente della Repubblica islandese ha incaricato ieri Birgitta Jónsdóttir di formare un nuovo governo, dopo il secondo turno di consultazioni parlamentari andato a vuoto. Jónsdóttir è la leader del Partito Pirata, di cui si è parlato molto alla vigilia delle elezioni — lo scorso 29 ottobre — perché dato largamente per favorito.

Alla fine è arrivato terzo, con un risultato al di sotto delle aspettative (14,4%), ma dalle urne, come ormai sembra la norma nelle democrazie europee, non è uscita nessuna maggioranza definita: il primo partito — il Partito dell’Indipendenza, di centro-destra — ha ottenuto con il 29% dei voti 21 seggi in parlamento, che anche sommati agli 8 dell’alleato Partito Progressista non bastano ad avere la maggioranza assoluta nell’Assemblea legislativa del Paese, che conta appena 63 seggi. Stessa situazione sull’altro fronte, dove, sommati, i quattro partiti di sinistra hanno guadagnato 27 seggi. Ago della bilancia il centrista Reform Party, con 7 seggi.
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Il Partito dell’Indipendenza, in coalizione con il Partito Progressista, presiedeva il governo nella legislatura precedente, interrotta con sei mesi d’anticipo in seguito allo scandalo dei Panama Papers, in cui è rimasto coinvolto l’ex primo ministro Gunnlaugsson, e alle proteste che ne sono derivate. Fallito il primo round di consultazioni, il presidente della Repubblica Johannesson ha affidato l’incarico al partito dei Verdi, arrivato secondo.



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Il 24 novembre, la leader dei verdi Katrin Jakobsdottir ha annunciato l’interruzione delle trattative, a causa di divergenze insanabili tra i cinque partiti coinvolti su sanità e finanziamento all’istruzione. Così, la palla è passata ai Pirati — ma è difficile immaginare come possano uscire da questa situazione di stallo.

Su Facebook, Jónsdóttir ha parlato di un’”opportunità storica per concentrarsi sulle riforme,”  e si è definita “emozionata e onorata da questa possibilità.”

Nato nel 2012, il Partito Pirata islandese è una delle filiazioni, formatesi più o meno in tutta Europa, del Partito Pirata svedese — nato nel 2006 — ma è di gran lunga quello che è riuscito a mantenere più alta la percentuale dei consensi. Definito genericamente “radicale” e “anti-establishment” — e spesso trattato con una certa ironia dai media, a partire dal nome o dall’immagine stereotipata di giovani hacker smanettoni — il partito, come gli altri del franchising, basa la propria azione politica sui principi di libero accesso alle informazioni, libertà d’espressione, diritto alla privacy, trasparenza dell’amministrazione e democrazia diretta. Birgitta Jónsdóttir è stata collaboratrice di WikiLeaks, e nel 2013 il suo partito ha proposto una legge per garantire a Edward Snowden la cittadinanza islandese.

In Italia, il Movimento 5 Stelle soprattutto qualche anno fa rivendicava con i Pirati una stretta parentela, ma — al netto di alcuni principi condivisi e di una comune retorica incentrata sull’idea del potere alla “gente comune” — tra le due formazioni esistono profonde differenze politiche e ideologiche: basti pensare che tutto il sistema di consultazioni online del M5S si basa su software proprietario, e che i Pìratar islandesi si stanno impegnando per formare un governo di coalizione con altri partiti di sinistra, per cui anche in caso di successo dovranno esercitare la propria azione politica con continui compromessi.

Dopo il fallimento delle tre principali banche del Paese nel 2008, l’Islanda era in qualche modo entrata a far parte della mitologia dei movimenti simil-Occupy, alimentando la speranza — soprattutto nei paesi europei minacciati dalla crisi del debito — che un radicale cambio di paradigma fosse possibile. La cosiddetta “Kitchenware Revolution” — le proteste di piazza che hanno portato alle dimissioni del governo di centro-destra nel 2009 e hanno dato avvio a un processo poco ortodosso di revisione costituzionale dal basso — è stata seguita da un periodo di forte crescita economica. Ma il sostanziale fallimento della nuova Costituzione e il ritorno della destra al potere nel 2013 hanno dimostrato che gli entusiasmi di chi guardava all’Islanda come a un laboratorio per nuovi modelli di politica partecipativa sono stati avventati.

Le proteste di aprile e le dimissioni del primo ministro Gunnlaugsson sembrano aver riportato l’Islanda indietro di sette anni: resta da vedere se il Partito Pirata saprà guidare una nuova “rivoluzione,” questa volta all’interno delle istituzioni, o se questa nuova fase di instabilità finirà per essere riassorbita in un quadro di sostanziale conservazione.

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